Copertina di Noi siamo grandi come la vita.

[Recensione] “Noi siamo grandi come la vita” di Ava Dellaira

Noi siamo grandi come la vita è l’undicesimo libro letto e il primo libro detestato del mio 2018. Dopo il lietissimo avvento di romanzi quali I guerrieri di Wyld e Mezzanotte alla libreria delle grandi idee, mi chiedevo quando questo trend di lettura tutto in positivo avrebbe cominciato ad accusare il colpo di qualche dispiacere letterario. Era questione di tempo.

 

Il libro

Titolo: Noi siamo grandi come la vita
Autore: Ava Dellaira
Genere: young adult
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 320

Voto:

La sinossi

Tutto inizia con un compito assegnato nei primi giorni di scuola: “Scrivi una lettera a una persona che non c’è più”. E così Laurel scrive a Kurt Cobain, che May, la sua sorella maggiore, amava tantissimo. E che se n’è andato troppo presto, proprio come May. Per Laurel, la sorella era un mito: bella, perfetta, inarrivabile. Era il sole intorno a cui ruotava tutto, specie da quando i genitori si erano separati. Perderla è stato indescrivibile, qualcosa di cui Laurel non vuole parlare. Sulla carta, invece, Laurel si lascia finalmente andare. E dopo quella prima lettera, che non consegnerà all’insegnante, continua a scriverne altre, indirizzandole a Amy Winehouse, Heath Ledger, Janis Joplin e altri idoli della sorella scomparsa. Soltanto a loro riesce a confidare cosa vuol dire avere quindici anni e sentire di avere perso una parte di sé, senza nemmeno potersi aggrappare alla famiglia perché è andata in mille pezzi. Soltanto a loro può confessare la paura e la voglia di avventurarsi in quel mondo nuovo che è la scuola, la magia di incontrare amiche che ti fanno sentire normale e speciale al tempo stesso. Finché, come un viaggio dentro di sé, quelle lettere porteranno Laurel al cuore di una verità che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Qualcosa che riguarda lei e May. Qualcosa che va detto a voce alta: solo così Laurel potrà superare quello che è stato, imparare ad amarsi e trovare il coraggio di andare avanti.

 

La recensione

Regola numero uno del Lieto Lettore, che per disgrazia mi capita spesso di infrangere: mai crearsi delle aspettative. Più scaliamo il versante delle nostre speranze, più esteso sarà il florilegio di ematomi che esibirà il nostro corpo quando il terremoto della delusione scuoterà la roccia sotto ai nostri piedi e ruzzoleremo verso valle come biglie impazzite.

Conquistato il cocuzzolo della montagna di Noi siamo grandi come la vita grazie a una copertina trapunta di stelle e una sinossi più che promettente, l’idea era di amare anche il romanzo in sé: fare l’aerostop fino al firmamento, nidificare sulla G di quel Grandi e tenere banco con la protagonista, leggendo in sua compagnia. “Ciao, Laurel.” Avrei salutato così la ragazza appena sotto di me, seduta comoda sulla V. “Bellissimo libro, complimenti, in linea con le mie aspettative.”

Noi siamo grandi come la vita è come uno di quei regali fregatura tutta apparenza e niente sostanza. YouTube pullula di video testimoni delle conseguenze di questo tipo di scherzi natalizi a opera di parenti serpenti: la sceneggiatura di queste tragicommedie caserecce prevede che i frugoletti scuotano per aria la scatola di una Xbox, per poi strillare acuti da soprano nel rendersi conto, all’atto dell’apertura del pacco, di non aver riscosso da Santa Claus che un paio di calzini puzzolenti.

Nessun aereo verso la stratosfera, dunque, ma solo il sole cocente di un’ancora più cocente delusione.

 

La protagonista

Laurel sta ancora processando la morte della sorella maggiore quando si ritrova alle prese con la nuova realtà della scuola superiore. Siamo di fronte a una combinazione di due potenziali fonti di conflitto: un lutto non elaborato e tutta quella ridda di problematiche legate all’adolescenza. Le premesse sono dunque ottime, lo stesso non posso dire delle modalità di esecuzione.

Laurel è un pessimo personaggio. È così piatta che posta di profilo rischia di scomparire sullo sfondo. Il suo decennio di vita cosciente l’ha portata a formulare una sola, inossidabile certezza: sua sorella May è una persona da emulare fino alle doppie punte dei capelli. Quando viene a mancare in seguito a un incidente la cui dinamica viene rivelata solo in via di conclusione del romanzo, Laurel sembra affogare il dolore e trovare un nuovo senso alla vita spogliandosi della propria personalità per indossare quella della sorella, senza però capire di dare uno spettacolo affine a quello allestito da un mammut che tenti di infilarsi in un pigiamino 0-2 anni.

È così che Laurel si prefigge un nuovo, entusiasmante obiettivo: riscuotere gli apprezzamenti del personale studentesco con cui condividerà le lezioni, aka essere apprezzata e ganza e cool come la sorella. E per farlo, ha intenzione di lasciarsi stringere una medaglietta attorno al collo e farsi tirare al guinzaglio come l’obbediente cagnolino che è, tutta scodinzolante e sbavante all’idea di compiacere i compagni di scuola che la trascinano – ma trascinare implica forse troppo attrito – in una serie di meschinità ad alto potenziale diseducativo per i giovani lettori cui il libro è principalmente rivolto.

La mansueta e servizievole Laurel raggiunge e supera senza batter ciglio ogni tappa della demenza adolescenziale, di quella di cui abbondano i temini a carattere deterrente delle scuole superiori: cade nel vizio del tabagismo, corteggia il coma etilico, ruba, snocciola bugie ai genitori, scandalizza gli ignari avventori di un centro commerciale con una fugace esposizione delle proprie tette, se la svigna nottetempo calandosi come un ladro dalla finestra… e poi, tra una sceneggiata da bagordi e l’altra, le riesce pure di credere nelle fate.

Al che sale l’impulso di sfondarle un timpano con un doveroso “Svegliati!” e assumersi la responsabilità, per mezzo di qualche sventola ben assestata, che la sua età cerebrale si metta in pari con quella anagrafica. Laurel è stato uno dei personaggi più detestabili di cui abbia mai avuto la sciagura di leggere. È, per dirla tutta, un organismo unicellulare.

L’intento dell’autrice di mostrare quanto Laurel tenesse alla sorella tanto da annullarsi e vivere la vita in funzione di lei si converte nel fumo di una prosa tutta raccontata.

 

Lo stile

Mah, vien da chiedersi allora… com’è scritto? Risposta: male. È scritto male e sviluppato peggio.

Le lettere che Laurel indirizza a personaggi famosi dell’Oltretomba sono affette da Infodumpismo Selvaggio e Contaminazioni Autoriali. Lasciate che due estratti del testo chiariscano il concetto (perdonate se sono in inglese, ho letto il romanzo in lingua originale):

The air […] smelled a way that makes you feel how the world is right up close, rubbing against you.

Sky reminds me of you a bit, honestly. How he’s a boy, and strong, and the air makes way for him when he walks through it. But also how there is something fragile like moths inside of him, something fluttering. Something trying desperately to crowd toward a light.

Stucchevole, non c’è che dire. Peccato che questi inserti siano frutto di uno sproloquio narcisistico dell’autrice e non, come si suppone, di una ragazza adolescente. In mezzo a un mare di frasi insulse che potrebbero trovare giusta collocazione nel diario di una bambina delle elementari, queste isole pseudo-filosofiche affascinano come pugno nell’occhio.

Sublimi, poi, le derive infodumpose. Le lettere seguono essenzialmente un copione che si può così riassumere: Cara […], biografia, biografia, biografia. Sky è così figo. Ho fatto questo, questo e questo. Tua, Laurel.

Su carta, questo si traduce in farneticazioni del tipo:

Dear Persona Famosa,

I was reading about you tonight, because I wondered what your life was like when you were a kid. You were the center of attention in your family, but after your parents divorced when you were eight, you were orphaned in a way. You were angry. You wrote on your wall: I hate Mom, I hate Dad, Dad hates Mom, Mom hates Dad, it simply makes you want to be sad. You said the pain of their split stayed with you for years. They passed you from one of them to the other. Your dad remarried, and your mom had a boyfriend who was bad to her. By the time you were a teenager, your dad had custody of you, but he passed you off to live with the family of your friend. Then you moved back to live with your mom. When you didn’t graduate high school or get a job, she packed your stuff into boxes and kicked you out.
You were homeless then. You stayed on other people’s couches, or sometimes you slept under a bridge, or in the waiting room of the Grays Harbor Community Hospital—a teenager just becoming a man, sleeping alone in the hospital where you were born eighteen years before.

Cara Laurel,

penso che Persona Famosa possa condurre un’esistenza felice nell’Aldilà anche senza che qualcuno le ricordi i dettagli della sua vita in terra, come non serve che nessuno ricordi a te di che colore sono i tuoi capelli. Ma che ne è del lutto per tua sorella? Delle tue emozioni? Un consiglio spassionato: risparmia a noi lettori paganti il tedio comatoso delle biografie. A quelle già pensa la gratuita Wikipedia.

Baci,
Lepisma

 

Emozioni non pervenute

Noi siamo grandi come la vita è un libro di promesse disattese perché la quarta di copertina promette emozioni dove non ci sono. A questa deficienza emotiva concorre non solo lo stile amorfo in cui si rispecchia la monodimensionalità della protagonista, ma anche un rapporto sentimentale costruito a tavolino.

Come gli occhi di Laurel si posano su di lui, è insta-love. Lui, bipede a base carbonio conosciuto all’anagrafe come Sky,  “Cielo”, reagisce all’interesse di Laurel con lunghi e famelici scambi di sguardi. Siamo sicuri che non si chiamasse Edward, da piccolo? Procedendo con la lettura si scopre che anche il suo personaggio è un pochino carente in fatto di personalità, finché non si finisce per porsi la fatidica domanda: ‘sti due son come l’olio e l’acqua, zero chimica, come han fatto a mettersi insieme?. Esigenze di trama, presumo.

Altra nota di demerito, la superficialità. Tematiche delicate e superficialità vanno spesso a braccetto nel mondo delle fanfiction. Per forza: che grande esperienza potrà mai vantare una scrittrice occasionale che è probabile abbia spento dodici candeline solo la scorsa settimana? Ma da un’autrice pubblicata, da un libro che è passato sotto l’occhio ipercritico di un editor, non mi aspetto altrettanto pressappochismo.

 

Ricapitolando…

Libro scialbo da qualsiasi prospettiva lo si guardi. Ne consiglierei la lettura? Sì, ai masochisti.

Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.

La lepisma libraia

Noi siamo grandi come la vita

Noi siamo grandi come la vita
4

Trama

6.0 /10

Stile

4.0 /10

Personaggi

2.0 /10

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