[Recensione] “The Testament of Loki” di Joanne Harris

The Testament of Loki (pubblicato in originale questo 17 maggio, titolo in italiano non ancora disponibile) prende il testimone de Il canto del ribelle, di cui trovate qui una recensione, e chiude la distanza che lo separa dal sequel Le parole segrete, pubblicato qualche anno fa. È, insomma, un sequel al prequel. E l’ho aspettato per mesi. Valsa è l’attesa? Leggete oltre per scoprirlo!

 

The Testament of Loki.

Il libro

Titolo (inglese originale): The Testament of Loki
Autore: Joanne Harris
Genere: fantasy/young adult
Editore: Gollancz
Pagine: 320

Il Ragnarök è stato la Fine dei Mondi.
Asgard è caduta secoli or sono e gli antichi dèi sono stati sconfitti. Alcuni sono morti, altri sono stati affidati all’eterno tormento nel mondo dell’oltretomba. Fra di loro c’è Loki, l’ingannatore per antonomasia. Un dio che ha tradito ogni alleato e che ha comunque perso tutto, che è stato dimenticato con il passare del tempo. Nel mentre, il mondo degli umani ha volto l’attenzione verso altre fedi, nuovi idoli e nuove divinità…
Ora, però, la razza umana ha ripreso a sognare gli dèi norreni. Il fiume Sogno è a un tiro di schioppo dalla loro cupa prigione e Loki è il primo a fuggire verso questa nuova realtà.
Il primo, ma non l’unico. Altre e più oscure figure sono scappate insieme a lui, figure che mirano a distruggere tutto quello che lui desidera. Se vorrà reclamare ciò che è andato perduto, Loki avrà bisogno di alleati, di un piano e di un numero consistente di trucchetti…

Voto: 1/2

 

La recensione

Il Ragnarök ha raso al suolo quanto costruito dagli dèi in secoli di influenza. Nel purgatorio senza tempo dove tutti loro sono sprofondati, una bolla di non-esistenza sulla falsariga del limbo di Inception, Loki giace ancora una volta in catene insieme a un serpente – suo figlio Jormungandr, tanto per cambiare – e non può dire di averci fatto il callo. Così, nell’oscurità totale, trascorre il tempo – saranno giorni, mesi, secoli? – a sognare una luce in fondo al tunnel da cui ogni tanto si affacciano guizzi dei mondi esterni. Gli dèi norreni sono sopravvissuti, infatti, se non in carne e ossa, in concetti riportati in videogiochi e saggi letterari: La gente pensa, dunque gli dèi sono.

Quando Loki infine la intravede, questa luce più stabile delle altre, e la insegue, nulla gli dà da pensare che l’altro capo del varco possa risputarlo nello scenario renderizzato di un videogioco (Asgard™) e nella mente di una diciassettenne inglese dei giorni nostri

 

Il Libro delle Facce e l’inspiegabile ossessione per le decalcomanie

Il quesito primo, nel venire a conoscenza, qualche mese fa, di questa nuova pubblicazione della Harris, è stato: che altro c’è da raccontare? Il canto del ribelle (che per me, disconoscendo la traduzione ufficiale, è e rimarrà sempre Il vangelo di Loki) ha calato il sipario sul Ragnarok, scavando nella miniera della mitologia norrena ed esaurendo la sua vena di materiale.

In The Testament of Loki, infatti, si abbandonano gli scenari eterei della città del cielo per scendere alla mondanità dell’adolescenza young-adult. Jumps, la nostra co-protagonista nonché ospite coatta della divinità summenzionata, conduce la tipica vita di una diciassettenne: casa, liceo, qualche attrito parentale e autostima sotto i piedi.

Loki si autoinvita nella sua coscienza alla vigilia di un esame di letteratura inglese e non pone tempo in mezzo per rivoltare la vita della ragazza come un calzino. Un completo restauro estetico qui, un prelievo di sangue alla carta di credito là… D’altronde, è il caos fatto persona: dove passa lui, l’uragano Katrina piega il ginocchio e alza bandiera bianca.

“Ah, questo è un cellulare. Che sono quelle finestrelle colorate? Uh, si chiamano… icone? E quello? Il libro delle Facce. Ehi, ho fame. Tu hai fame, cioè. Perché non andiamo a mangiare? Frigorifero. Oh, ma i pinguini sul tuo pigiama hanno un significato particolare? Mi continua a balenare in mente questa parola, frigorifero. Cos’è un frigorifero, me lo spieghi, Jumps? E perché nel tuo (nostro) catalogo mentale c’è questo teschio con ossa incrociate su ogni cosa etichettata come cibo?”

Diciamocelo, non è la più gradita delle presenze.

Secoli di sensazioni incorporee e alquanto sgradevoli lo hanno affamato al di là di qualsiasi possibilità di saziarsi. Già ne Il canto del ribelle abbiamo letto il suo punto di vista come quello di una persona affezionata ai piaceri della carne e dei sensi, e ora che il corpo di Jumps lo affaccia all’esplorazione di un nuovo ed entusiasmante mondo, il desidero di fare tutto e subito lo investe come l’impatto di una colata di cemento. Ma Jumps, la sua giovane ospite, non è esente da una rosa di problematiche personali e questo nuovo peso sul groppone rischia di spezzarle le caviglie…

 

Qua la zampa, Thor!

Loki pensa, dunque, di poter fare quello che gli pare. È sicuro di sedere al vagone di testa, di essere stato il primo, il più furbo, a rompere le catene del limbo. Ma non è così: da tempo non quantificabile, infatti, Odino ha già avuto modo di insediarsi fra le sinapsi di Evan, ragazzo coetaneo a Jumps a cui manca un occhio e forza nelle gambe (sembra proprio che Odino sia afflitto da una maledizione che gli impedisce di apprezzare il senso della vista in tre dimensioni). Anche Thor trova una sistemazione degna della sua caratura nella testa di un candido cagnolino. E a scuola, codazzi di adolescenti sbavanti seguono la scia di feromoni che Freya, la dea dell’amore di tempi andati, si diffonde alle spalle nel corpo di una delle ragazze più attraenti dell’istituto…

Insomma, vuole il caso che il nostro divino ingannatore sia atterrato in una cittadina ad alta densità di divinità norrene.

Raccolta di libri sulla mitologia norrena.
Alla lepisma piacciono i miti norreni. Si nota?

 

Un gatto che non è né morto né vivo

Quando Loki pensa di potersi dare alla pazza gioia assumendo (reclamando con la forza) il controllo del corpo di Jumps, Odino, incarnatosi in Evan, gli impartisce una lezioncina di fisica quantistica: occhio, dice, che noi in questo mondo siamo come il gatto di Schrödinger. Né morti né vivi, solo coinquilini abusivi di appartamenti che prima o poi saremo costretti a restituire per intero ai legittimi proprietari.

Ecco, allora, che Odino illustra il suo piano, non senza qualche opportuna omissione: insieme alla caduta del loro mondo si sono sgretolate anche le rune del potere di cui gli dèi erano detentori, ma una nuova profezia annuncia l’avvento di nuove rune. Queste nuove rune sono la chiave per la risurrezione completa degli dèi e della potenza di Asgard.

In sostanza: Posa quel gin tonic, Loki, ché mi serve il tuo aiuto. Le rune, però, sono artefatti magici potentissimi. Stuzzicano l’ambizione di molti, di Odino in primis. Di un’entità a lungo dimenticata, in secundis. E Loki è il sempiterno Caotico Neutrale che non si schiera da nessuna parte…

 

Loki, il narratore per eccellenza

The Testament of Loki ripropone gli stessi difetti de Il canto del ribelle: Joanne Harris preferisce la narrazione passiva, nella quale Loki/Jumps riporta i fatti in un tempo successivo al loro svolgimento e svela la rete di piani e macchinazioni quando siamo ormai in zona Cesarini.

Nelle giuste dosi, l’attesa della rivelazione è un espediente letterario da pollice in su se retto da uno stile coinvolgente, perché, come nei migliori romanzi gialli, alimenta la nostra curiosità e ci invoglia a voltare pagina. Se invece si tratta di tenere il lettore sulle spine, centellinando le spiegazioni da dargli al contagocce, per poi distribuirle con la parsimonia di Ebenezer Scrooge mentre noi stiamo qui sotto trepidanti, manco fossimo fan di Justin Bieber, col collo in aria e la bocca a pesce morto, che attendono lo sputo di infodump dal balcone… ecco, così diventa una fonte di frustrazione, perché ci sentiamo un po’ l’ultima ruota del carro.

Lo stile della Harris, insomma, si rivolge al lettore solo a cose compiute e gli parla per riassunti, al punto che i personaggi di sfondo sono poco più che sagome dai contorni sfocati. Disordini psicologici da far surriscaldare il cervello a fior fiori di specialisti si curano con la retorica da banco di Lucy van Pelt. Gli interessi amorosi sono resi tutti al raccontato, descritti come improvvisi colpi di fulmine che fanno deragliare il nostro protagonista fuori dai binari di caratterizzazione su cui siamo abituati vederlo scorrere. Sarà l’influenza dell’umanità di Jumps, sarà la condizione da mortale… questo Loki è disinibito e impulsivo, preda delle emozioni come non lo abbiamo mai visto, ed è un’emotività un pochino Out Of Character.

In ogni caso, la voce di Loki può esser salita di qualche ottava al di fuori, ma alle orecchie di noi lettori si ripresenta irriverente e grondante di ironia. Ho trovato appropriate le sue reazioni – affatto scioccate – nel prendere coscienza di stare abitando un corpo da doppio cromosoma Y, ed esilaranti le sue gaffe che paiono strizzare l’occhio all’ingenuità del Thor di Chris Hemsworth alle prese col mondo moderno. Ma questo è il Loki della mitologia norrena come Snorri lo ha tramandato e ci vuole molto più di un frigorifero per disorientarlo…

L’idea di partenza, in sintesi, è GENIALE ma sprecata. E non c’è nulla di più insoddisfacente della genialità sprecata!

 

Per concludere

È come una doppia porzione di gelato alla vaniglia: divori la prima metà come se non avessi mai mangiato, l’altra metà devi sforzarti di ingollarla meccanicamente perché non capisci più che sapore abbia e speri che finisca presto. Mezza stellina in più, per un totale di quattro, se l’ultima pagina non avesse messo il punto su un finale aperto dal retrogusto, spiace dirlo, di operazione commerciale.

Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Mezza stellina.

La lepisma libraia

The Testament of Loki

6.7

Sviluppo

7.0/10

Stile

6.0/10

Personaggi

7.0/10

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