[Recensione] “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman

L’attesa ingolosisce e prepara le papille gustative. Talvolta è un bene tenere un libro in lista d’attesa per qualche settimana, o addirittura mesi, perché la lettura sia più gratificante. Ebbene, L’uomo che metteva in ordine il mondo è rimasto a vegetare per mesi in sala d’attesa prima di sentirsi chiamare dall’infermiera e distendersi sul tavolo operatorio. Allora è stato sezionato pagina per pagina, personaggio per personaggio: questa recensione costituisce il (favorevolissimo) referto.

 

L'uomo che metteva in ordine il mondo.Titolo: L’uomo che metteva in ordine il mondo
Autore: Fredrik Backman
Genere: narrativa/humor
Editore: Mondadori
Pagine: 321

Ove ha 59 anni. Guida una Saab. La gente lo chiama “un vicino amaro come una medicina” e in effetti lui ce l’ha un po’ con tutti nel quartiere: con chi parcheggia l’auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la differenziata, con la tizia che gira con i tacchi alti e un ridicolo cagnolino al guinzaglio, con il gatto spelacchiato che continua a fare la pipì davanti a casa sua. Ogni mattina alle 6.30 Ove si alza e, dopo aver controllato che i termosifoni non stiano sprecando calore, va a fare la sua ispezione poliziesca nel quartiere. Ogni giorno si assicura che le regole siano rispettate. Eppure qualcosa nella sua vita sembra sfuggire all’ordine, non trovare il posto giusto. Il senso del mondo finisce per perdersi in una caotica imprevedibilità. Così Ove decide di farla finita. Ha preparato tutto nei minimi dettagli: ha chiuso l’acqua e la luce, ha pagato le bollette, ha sistemato lo sgabello… Ma… Ma anche in Svezia accadono gli imprevisti che mandano a monte i piani. In questo caso è l’arrivo di una nuova famiglia di vicini che piomba accanto a Ove e subito fa esplodere tutta la sua vita regolata. Tra cassette della posta divelte in retromarce maldestre, bambine che suonano il campanello offrendo piatti di couscous appena fatti, ragazzini che inopportunamente decidono di affezionarsi a lui, Ove deve riconsiderare tutti i suoi progetti. E forse questa vita imperfetta, caotica, ingiusta potrebbe iniziare a sembrargli non così male…

Voto:

 

La recensione

Io vorrei averlo, un vicino come Ove. Vorrei confinare con un vecchio un po’ misantropo e bisbetico che tenesse a bada gli scapestrati dalle tasche bucate che insozzano il quartiere di cartacce e mozziconi, che addestrasse i cani a spasso e soprattutto i loro insolventi padroni a non lasciare tracce del loro passaggio sui marciapiedi, pronte per essere calpestate e maledette, o, peggio ancora, macchie colanti sui muretti di confine a mo’ di rivendicazione di proprietà.

Ove, purtroppo, vive in un anonimo quartiere residenziale di un’anonima cittadina della Svezia e ha ben altri progetti da mettere a punto. Deve pensare a come appendere quel maledetto gancio sul soffitto, per dirne una, e dove comprare una corda che tenga fede alle promesse decantate sull’etichetta.

 

Quando il dolore distrugge e indurisce

Ove è un maniaco del controllo. È uno spirito pratico e onesto come pochi (a detta sua e, forse, con un pizzico di verità) ne sono rimasti al mondo: non evade le tasse, non passa col rosso, non tradisce la moglie allungando occhi e mani su esotiche bellezze: l’etica, ancora prima della libertà. Ove è il bambino che, cresciuto nella povertà materiale, riceve dal padre un’educazione dal valore inestimabile.

E Ove è, soprattutto, un uomo indurito dall’ingiustizia della vita.

 

Bianco e nero, ying e yang

Sono sei mesi che è morta. E Ove gira ancora per casa due volte al giorno per tastare i radiatori e controllare che lei non abbia alzato il riscaldamento di nascosto.

Si dice che gli opposti si attraggano. Nulla di più vero, almeno stando all’uomo che mette in ordine il mondo. Lei irradia felicità, lui sprizza acido da ogni poro; lei regge una tracolla di libri, lui la cassetta degli attrezzi. Lei spalanca le ali tarpate degli emarginati perché possano imparare a volare, lui affonda gli avambracci nella morchia di un motore perché possa tornare a rombare. Lei negli abbietti vede il potenziale, lui delle foto segnaletiche.

Lei era, lui è, e di quest’essere al presente Ove è semplicemente stufo.

 

Quella è la porta, Ove

Non capisce la gente che dice di non vedere l’ora di andare in pensione. Come si può desiderare per una vita intera di essere superflui?

Dopo quarant’anni a ricoprire un ruolo nella stessa azienda, Ove si vede offrire la pillola indorata del benservito con un licenziamento mascherato da pensione anticipata. C’è da rimodernare l’armadio, si giustificano i piani alti. È ora di sfilare dalle grucce i baby boomer e far subentrare le nuove generazioni. Di rottamare i cerchioni ormai usurati e ordinare pezzi di ricambio lucidati. È tempo, insomma, che l’obsoleto addetto ai lavori restituisca l’elmetto da ingegnere e osservi la vita dei cantieri dalla prospettiva passiva di un attempato umarell.

Sentendosi inerme e anche un po’ tradito, Ove è costretto a inghiottire il boccone di bile, perché ribellarsi è come voler abbracciare il vento. Per digrignare i denti ci sarà tempo in abbondanza nella solitaria eternità che lo distanzia dalla tomba. Senza più un ruolo nella società, senza più mensole che debbano essere aggiustate, senza più una moglie da vezzeggiare… qual è il senso della vita, si chiede Ove?

Un’intera società in cui nessuno sa più fare retromarcia con un rimorchio, e vengono a dirgli che lui non serve più?

Quando ti sbattono la porta alle spalle, pensa Ove, non ha senso attendere l’ipotermia seduti sullo zerbino. Tanto vale andare incontro alla signora con la falce e valicare il confine con la dignità di un uomo che ha perso tutto tranne il proprio diritto al suicidio.

L’uomo che metteva in ordine il mondo è la storia di una serie di tentativi di suicidio l’uno più spassoso e struggente dell’altro.

 

Non si può più morire in santa pace

Ove odia gli imprevisti per partito preso, e li odia ancora di più quando bussano alla porta con l’urgenza e l’esuberanza di una nuova vicina di casa. Parvaneh e relativa famiglia irromperanno nel suo salotto con la forza travolgente di una slavina e con la stessa facilità, in un alternarsi di lacrime e risate, smonteranno qualsiasi suo tentativo di ricongiungimento coniugale post mortem.

Perché, ancora prima di un posto nella società, Ove è in cerca di qualcuno che possa far breccia nella sua scorza indurita dal dolore e dal senso di tradimento, qualcuno che non arretri di fronte ai suoi ringhi da animale maltrattato. È come un diamante crepato: indistruttibile e impenetrabile salvo che per una stretta feritoia. Difficile, ma non impossibile, raggiungerne il cuore di ghiaccio che attende solo il disgelo di un tocco caldo per poter tornare a irradiare calore. A pochi – fra questi, uno spelacchiato gatto randagio – è dato il privilegio di sgusciare attraverso questa fessura.

L’uomo che metteva in ordine il mondo è un romanzo sul valore del sacrificio, della comunità e della comunanza nelle avversità della vita. Gli atolli solitari vanno presto alla deriva: bisogna costruire ponti per agganciare le isole minori, non sfoderare i cannoni alla prima, pallida avvisaglia di invasione delle acque territoriali. Dal titolo di un saggio di Thomas Merton, nessun uomo è un’isola. Nessuna esistenza sarà mai priva di un senso, nessun uomo di uno scopo.

 

Per concludere

Un romanzo che insegna ad amare se stessi e gli altri.

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La lepisma libraia

L'uomo che metteva in ordine il mondo

10

Sviluppo

10.0/10

Stile

10.0/10

Personaggi

10.0/10

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