[Recensione] “I guerrieri di Wyld. L’orda delle tenebre” di Nicholas Eames

Copertina de I guerrieri di Wyld. L'orda delle tenebre.

Amanti del fantasy e nerd incalliti a rapporto!

Più di 500 pagine di succose avventure che strizzano l’occhio agli RPG degli anni Novanta vi aspettano in libreria questo 8 febbraio (spero quindi perdonerete le citazioni in lingua originale). Se avete bruciato pomeriggi a brandire mazze chiodate contro orchetti e viverne, a collezionare tutto un armamentario di spadoni e cotte di maglia leggendarie e dai nomi arcani, a distribuire minuziosamente punti abilità ai vostri avatar, se per voi titoli quali Dungeons & DragonsMight and Magic, WarcraftIcewind Dale e Sacred suscitano un senso dolceamaro di nostalgia, allora dovreste sentirvi moralmente obbligati a leggere il romanzo d’esordio del talentuosissimo Nicholas Eames.

 

Titolo: I guerrieri di Wyld. L’orda delle tenebre
Autore: Nicholas Eames
Genere: fantasy/umoristico
Editore: Nord
Pagine: 550

Il pacifico regno di Castia è stato invaso dall’orda di HeartWyld, un devastante esercito di orchi e mostri. Un tempo, Clay Cooper sarebbe stato in prima fila per combatterlo: lui e la sua banda di mercenari erano guerrieri straordinari e le loro imprese sono leggendarie. Ormai però sono passati vent’anni e i giorni di gloria sono finiti. La Castia è lontana e Clay deve pensare a proteggere la sua famiglia. Ma tutto cambia quando alla sua porta bussa Gabe, il loro vecchio comandante: la figlia è scappata di casa per unirsi alla resistenza castiana e Gabe deve salvarla. Anche perché l’unico modo per raggiungere la Castia è superare il Wyld, un luogo selvaggio e pericoloso, infestato da più orrori di quanti si possano immaginare. E Clay è costretto a rendersi conto della minaccia che incombe su di loro: senza rinforzi, la Castia è condannata e sarà solo questione di tempo prima che l’orda continui la sua marcia di morte. Ma nessuno è in grado di affrontare il Wyld. Tranne loro, gli unici ad averlo attraversato ed essere sopravvissuti per raccontarlo. Clay e Gabe non hanno dubbi: devono rimettere insieme la banda. Insieme, potrebbero diventare l’ultima speranza per l’intera stirpe degli uomini…

Voto:

 

La recensione

Sacred, un RPG per computer uscito nel 2004, ha fatto la mia adolescenza. Col tempo ho un po’ abbandonato l’ossessione per i giochi di ruolo, e quando tre anni fa, spinta da chissà quale ricordo, ho provato a installarlo sul desktop, non mi sono strappata i capelli nel rendermi conto della completa, assurda incompatibilità del gioco con la mia versione di Windows 7.

Devo puntare un dito accusatore verso I guerrieri di Wyld se ora mi ritrovo a fremere davanti al computer con la coscienza divisa in due inconciliabili fazioni: quella che “ora che hai Windows 10, magari il gioco funziona, perché non provi a reinstallarlo?” e quella de “hai di meglio da fare che accoppare goblin e portare il tuo mago guerriero di ghiaccio con set di Blackstaff a livello 200”.

Sì, I guerrieri di Wyld fa questo effetto. Non è un epic fantasy da prendere sul serio: è un tributo, in forma parodistica, ai cultori del genere fantasy e ai giochi di ruolo che si ispirano a questo filone, e come questi giochi è intriso di azione. Così tanti sono i combattimenti degni di nota – tutti, praticamente – che sembra quasi di essere protagonisti di un videogioco ed è difficile scegliere un vincitore.

 

I componenti di Saga

Clay: un padre, un marito, un uomo di poche pretese i cui propositi di un’esistenza serena e lontana dalle luci della ribalta dei tempi d’oro della banda vengono sbrindellati dall’improvvisa comparsa di Gabriel sui gradini di casa. La notorietà del passato non ha scalfito la sua umiltà. I suoi occhi sono il punto di vista da cui è narrata la vicenda ed è un protagonista con cui viene naturale empatizzare: quando decide di imbarcarsi in quella che ha tutta l’aria di essere una missione suicida, le sue paure sono tutt’altro che infondate. Imbraccia Blackheart, uno scudo unico nel suo genere – non lo sottovalutate: se vi dà il benvenuto sui denti, son dolori.

Moog: imparerete ad adorare le bizzarrie del suo personaggio. Mai a corto di trucchi nel suo cappello, Moog è uno stregone che ha dedicato parte dei suoi studi per distillare un equivalente del nostro Viagra, dal nome “allitterazionante” di Magic Moog’s Magnificent Phallic Phylactery, grazie al quale si è rimpinguato le tasche nei lunghi anni seguiti allo smantellamento della banda. Il suo mantra? There’s a way. It’s risky, though.

Gabriel, per gli amici Gabe: nonostante gli acciacchi incipienti della mezza età, non ha problemi ad affettare i nemici con turbini di fendenti della sua spada, Vellichor, che brandisce con precisione svizzera. Da anni accarezza l’idea di rifondare la squadra di mercenari in un continuo susseguirsi di buchi nell’acqua, ma quando è in gioco la vita di sua figlia Rose, l’amore di padre gli infonde la determinazione necessaria a perseguire il suo intento fino alla fine.

Matrick: ladro di professione convertito a regnante. Se gli agi di un’esistenza condotta in panciolle fra cuscini di piume, tavole imbandite e bicchieri di vino gli hanno conferito una circonferenza un po’ tondeggiante lungo la vita, il peso eccessivo sulle gambe non lo rende meno letale quando dai muscoli della mascella si tratta di scendere a quelli delle braccia: Roxy e Grace, i pugnali gemelli che mulina con destrezza da danzatore, fanno di lui un combattente da cui è meglio tenersi alla larga.

Ganelon: un gigante d’uomo, stimato da tutti per le sue sbalorditive abilità di combattimento con Syrinx, la sua ascia. Il “guerriero” propriamente detto, una dinamo a riserva di carburante infinita. L’ultimo a dover essere reclutato, il membro il cui rifiuto significa la morte certa dell’impresa.

Sono personaggi talmente vividi da farsi persone. Hanno desideri, affetti, difetti. Mai come in questo caso sono validi i detti l’unione fa la forza e tutti per uno, uno per tutti: Gabriel non ha alcuna possibilità di portare a termine la missione da solo, ma quando Clay risponde al suo SOS come soltanto un migliore amico può fare, e mano a mano che i fili solitari di questi cinque amici si ricuciono nella formazione originaria, niente e nessuno può più districarli. Dopo quasi vent’anni trascorsi ognuno nel proprio isolamento, i mercenari sono pronti a un ultimo gesto eroico prima che la vecchiaia inclemente li privi del tutto della loro passione di avventurieri.

E se il gentil sesso non trova un posto in questa schiera dalle ginocchia vagamente cigolanti, non commettete l’errore di pensare che I guerrieri di Wyld non faccia scendere in campo presenze femminili di tutto rispetto. Allo squinternato quintetto, infatti, fa da contorno una pletora di personaggi l’uno più indimenticabile dell’altro. Le personalità secondarie, spesso e purtroppo relegate al ruolo di spalla o di piantina ornamentale, trovano qui finalmente giustizia.

 

Lo stile

Eames sorprende fin dalle prime righe per la sua abilità scrittoria e gestione della narrazione. Non si ravvisano periodi morti, sbavature di punti di vista né rallentamenti, il ritmo è serrato e le descrizioni degli scontri sono di una qualità che perfino autori più affermati, che davanti alla scrivania hanno piantato radici vecchie di anni, stentano a raggiungere: Clay registra il mondo di Grandual coi suoi occhi e ce lo consegna senza sconti né riassunti, in tutta la sua ricchezza di dettagli concreti.

La costruzione del mondo, in inglese worldbuilding, pilastro portante dei romanzi fantasy, è anche lei di ottimo livello: la gente di Grandual professa una religione politeista, il trambusto delle città giunge ai nostri sensi come se lo stessimo vivendo e respirando in prima persona; il mondo pullula di creature dai nomi immaginifici, fra le quali si annovera la razza dei druin (si attende la traduzione in lingua italiana), che colpisce per essere un curioso miscuglio tra fisionomia umana e soffici orecchie da coniglio.

A questa razza appartiene l’Evil Lord di turno, LastLeaf (“UltimaFoglia”), capitano dell’orda delle tenebre menzionata nella sinossi. Lungi dall’essere il concentrato di stereotipi cui il termine Evil Lord allude, LastLeaf si rivela un personaggio con una propria personalità e una giustificazione plausibile alla smania di seminare un bel po’ di Disperazione & Carestia in quel di Castia. Non deridete le sue orecchie, potrebbe risentirsene.

Una nota di merito va senz’altro all’umorismo e alle similitudini nient’affatto scontate:

Matty’s voice had found a tone that balanced on the blade’s edge between pleading and placating. Clay imagined it was what a talking dog might sound like while explaining to its master why it had shit all over the rug.

[…]

The booker’s toothy grin withered like a cock in cold water.

 

Schitarrate e scazzottate per tutti i gusti

Dal momento in cui il cerchio della banda si chiude con l’annessione dell’ultimo componente fino alla parola fine, si assiste a un crescendo di azione e adrenalina che esplode, alla stregua di fuochi d’artificio, nello scontro che verrà consacrato negli annali e che decreterà il successo o meno dell’impresa (salvare Rose dall’assedio che tiene in scacco la città di Castia) e il destino del continente di Grandual stesso. Gli ultimi capitoli serbano scazzottate a non finire. E quando la polvere finalmente si posa a terra a indicare la conclusione del conflitto, l’istinto è quello di sfogliare le pagine a ritroso per rivivere, sulla nostra pelle d’oca di lettori assorbiti dal libro fino all’ultimo neurone, l’euforia della battaglia finale. Non mancano, in questo tripudio di assoli, interludi più profondi e riflessivi, addirittura toccanti.

Se il clima suona rockettaro, è perché lo è: sul sito di Nicholas Eames trovate, oltre a una galleria di concept art e a una mappa del mondo dal sapore piuttosto tolkieniano (osservate un minuto di silenzio reverenziale per il lavoro certosino dietro a ogni singolo albero di HeartWyld, prego), la colonna sonora che ha ispirato l’autore nella stesura di ogni capitolo. Lo stesso autore, nei contenuti extra in coda al libro, parla del filo rosso che collega Saga a una band rockettara:

[…] the weapons I assigned to each of the main characters were due to their assigned role in a metaphorical rock band—the most obvious being Matrick wielding a pair of “drumstick” knives and Ganelon using an axe, which is, of course, slang for “guitar.” Clay was envisioned as the guy on bass whose name everyone forgets but without whom the song just doesn’t feel right.

Matrick è il batterista, Ganelon il chirarrista e a Clay è assegnato il ruolo spesso trascurato, ma fondamentale, del basso. Gabriel? È il frontman, naturalmente.

 

Il romanzo è autoconclusivo

Avete letto bene: sebbene sia il primo volume di una serie (il secondo si intitola Bloody Rose [“Rose la Sanguinaria”] ed è atteso nelle librerie inglesi il 24 aprile 2018), ogni libro si concentra su una determinata banda di mercenari ed è quindi una storia a sé stante.

 

Per concludere… Viverna? Drago?

I guerrieri di Wyld è un fantastico romanzo.

E la conoscete la differenza tra viverna e drago? No? Lasciate che vi spieghi, allora…

LastLeaf monta una viverna e Clay, in una delle sue rimuginazioni, si premura di rendere nota la differenza fra questi rettiloni sputafuoco. I draghi hanno quattro zampe, nelle viverne le zampe anteriori sono fuse allo scheletro delle ali. Smaug non è un drago, è una viverna! (E neanche tu puoi fregiarti della nomenclatura di drago, o ruggente Drogon.) Ogni volta che qualcuno dice che drago o viverna sono la stessa cosa, da qualche parte c’è un fedelissimo del fantasy che soffre di un attacco di cuore. Grazie, Eames.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Il canto del ribelle” di Joanne Harris

Copertina de Il canto del ribelle.

Joanne Harris è famosa per essere l’autrice di Chocolat, ma è altrettanto conosciuta alle luci della ribalta grazie ai romanzi della serie Runemarks, di cui Il canto del ribelle, pubblicato per la prima volta nel 2014, è il prequel. A più di dieci anni di distanza dalla pubblicazione del primo volume, la serie è più fervida che mai. È in programma infatti l’uscita di un secondo prequel, dal titolo The Testament of Loki, per maggio 2018.

 

Il canto del ribelle.

Titolo: Il canto del ribelle
Autore: Joanne Harris
Genere: fantasy/mitologico
Editore: Garzanti Libri
Pagine: 320

Per Loki, il dio delle fiamme, intelligente, affascinante, ingannatore, spiritoso, l’accoglienza ad Asgard non è delle migliori. Nella città dorata che s’innalza nel cielo in fondo al Ponte dell’Arcobaleno, dove vivono le donne e gli uomini che si sono proclamati dèi, tutti diffidano di lui, che ha nelle vene il sangue dei demoni. Malgrado la protezione di Odino, Loki ad Asgard continua a non essere amato: quello è il regno della perfezione, dell’ordine, della legge imposta. Entrare definitivamente nella schiera delle divinità più importanti, per lui, è impossibile: non solo gli viene impedito, è la sua stessa natura ribelle a impedirglielo. Ma arriva il momento della sua riscossa. Il mondo delle divinità è agli sgoccioli, una profezia ne ha proclamato la fine imminente. E Loki potrà mettere le sue capacità al servizio di Asgard e dei suoi abitanti. È lui che si adopera, con la sua astuzia, per trarre in salvo Thor e compagni. Ma gli dèi sono capricciosi, volubili e di certo non più leali di Loki. Adesso è giunta per lui l’ora di decidere da che parte stare, chi difendere e contro chi muovere battaglia. E di scoprire se i suoi poteri e la sua astuzia possono davvero salvarlo dalla fine che minaccia i Mondi e le creature, umane e divine, che li abitano. Joanne Harris ci porta nelle atmosfere piene di fascino della mitologia nordica: le divinità buone e cattive, i popoli in lotta tra loro, le forze oscure, le città fantastiche e le battaglie sanguinose. Protagonista assoluto è Loki…

Voto:

 

La recensione

Che il ribelle in copertina si identifichi nella persona di Loki penso sia ormai conoscenza universale – perlomeno di chi approderà a questo post tramite una ricerca su Google, in dubbio se comprare o no il romanzo. Sono sufficienti le prime pagine per introdurre le altre pedine in gioco: fra la schiera dei personaggi del libro, si riconoscono le divinità più famose – Odino, Thor, Frigg, Heimdall, Sif – e si individuano, per chi questo libro rappresenta il primo accostamento al mito norreno, identità più oscure che faranno presto la loro entrata in scena. L’arena di scontro è Asgard, cittadella elitaria degli dèi al centro del cielo.

Parliamo ora del Loki griffato Harris. La sua è una voce che si incarica di riscrivere i miti nordici per come ci sono giunti ai giorni nostri. La versione classica della storia (glissando sui possibili ritocchi dati da letture cristianizzate) ha sempre riservato a Loki un posto di poco valore al tavolo delle divinità, descrivendolo come un piantagrane bilioso spinto al litigio per puro spirito di antagonismo. D’altro canto, fra un insulto e l’altro il mito gli riconosce anche momenti di perspicacia che sistematicamente finiscono per salvare la pellaccia di tutto il pantheon, e che tuttavia non possono affrancarlo dalla sua reputazione di persona sgradita e da un ineluttabile destino che, come viene più volte ripetuto nel mito attraverso la profezia della Veggente, – di cui si ritrova una parafrasi nel libro – incombe su tutti gli dèi come un cappio sul collo di un condannato al patibolo.

In tutto il corpus risalta chiara questa dicotomia di persona sgradita prima e genio provvidenziale poi, in un percorso fra valli e monti che conduce inesorabilmente verso il tramonto di tutto, la morte di tutti gli dèi. Il Loki di Harris riprende questo tema di alti e bassi e presenta il mito da un altro punto di vista: il suo. Motivo conduttore del libro è infatti la volontà di riscattarsi e informare i popoli senzienti di come siano andate davvero le cose, di come Loki, cioè, ingannatore degli ingannatori, sia stato in realtà ingannato a sua volta, e senza moventi – a detta sua – a giustificarne l’atto.

La voce del protagonista è dissacrante, dal tono sarcastico, e l’ho trovata, generalmente parlando, coerente con la personalità ambigua e sprezzante del Loki mitologico. Le due entità non si rispecchiano appieno per motivi che spiegherò a breve, ma al pari dei lati di una moneta condividono un nucleo fatto della stessa sostanza. Come il suo parente stretto, infatti, il Loki di Joanne Harris usa la lingua come un machete per ammaliare, abbindolare, seminare zizzania, per cavarsi fuori dai guai verso i quali sembra esercitare una forte attrazione magnetica: dove aggiusta una falla ne fa esplodere altre cento, al pari di uno scalognato Paolino Paperino alle prese con le tubature del lavabo.

A distinguerlo dalla sua controparte mitologica è la ricerca di una giustificazione alle sue malefatte. Come Paperino dà la colpa alla iella, così questo Loki trova, nella sua natura ribelle di demone nato dal Caos, un alibi alla sua apparente impossibilità di guadagnarsi uno sguardo amichevole fra i vicini di casa. Diversamente da come racconta il mito, sarebbe in pratica la sua estrazione ciò che gli impedisce di instaurare rapporti di amicizia, un retaggio di sangue cattivo che gli vale, fra le tante cose, un tesissimo comitato di benvenuto fra i ranghi di Asgard, una lunga, aperta ostilità e una sensazione di “diverso”, di antipatia a pelle che mai lo abbandona del tutto.
Questa è la sua storia, e da buon protagonista tira l’acqua al proprio mulino.

 

Lo stile

Il Canto del Ribelle è il primo romanzo che ho letto di Joanne Harris, perciò non ho metri di giudizio per decidere se testimoni un suo miglioramento o peggioramento stilistico: lascio a voi l’arduo giudizio. Posso dirvi, però, cosa ne penso dello stile usato in questo libro.

Harris adotta una scrittura contemporanea, frizzante, semplice ma non elementare e scandita da un giusto equilibrio tra frasi brevi e lunghe (un rapporto così bilanciato che me l’avrei parecchio a male se non lo prendessero in considerazione come esempio da imitare e glorificare nei manuali di scrittura creativa). Per incontrare il vocabolario e la fretta del consumatore moderno, il suo stile ha dovuto prendere necessariamente le distanze da quel conglomerato di kenningar e metafore di cui l’Edda di Snorri e l’Edda poetica si fanno portatrici (più dettagli: Wiki), ed è riuscito nel tentativo: Loki parla al lettore attraverso una prima persona onnisciente in pieno gergo del terzo millennio.

È una scelta, questa, che potrebbe far alzare un sopracciglio a chi, come me, ha visto nei miti e nelle saghe norreni quel meraviglioso connubio fra epicità, leggibilità e ricchezza linguistica che tanto ha viziato anche i lettori più affezionati di Tolkien (vedasi Il Silmarillion, o racconti eroici annessi). Ci si può chiedere se uno stile moderno sia adeguato per perpetuare idee e leggende in voga, anno più anno meno, attorno al periodo in cui Carlo Magno si vide apporre la corona sul capo. Tale scelta narrativa trova in realtà un movente nella narrazione degli eventi a posteriori: questo Loki è un narratore sopravvissuto al Ragnarök e i ricordi cui attinge per diffondere il proprio vangelo sono ormai vecchi di secoli. In quest’ottica, è facile vedere nella sua scrittura il naturale adattamento all’evoluzione di una lingua.

Per quanto concerne la tanto chiacchierata teoria dello show, don’t tell, mi tocca digrignare un po’ i denti – è il mio istinto latente di fan che mi porta a farlo – e ammetto di aver voltato pagina più volte, ma solo per vedere fin dove si prolungasse la muraglia cinese di testo e quante righe mi separassero ancora dal sollievo di un lungo discorso diretto, o di una descrizione tangibile. È proprio la mancanza di azioni a essere una costante del libro: perfino laddove la lunghezza del testo non avrebbe sofferto della scelta di un discorso diretto (il mostrare una scena ingombra nettamente di più del raccontarla), Joanne Harris preferisce, alle volte, imboccare la scorciatoia e sfruttare Loki come portavoce della battuta.

Si può obiettare che, essendo Il Canto del Ribelle configurato come un racconto, cioè un riassunto, l’atto di raccontare anziché mostrare è inevitabile. D’altronde, le saghe norrene che mi piacciono tanto costituiscono, penso, i massimi esempi di raccontato reperibili fra i confini della Terra e oltre. Eppure non riesco a togliermi dalla testa l’idea che avrei apprezzato di più il romanzo se la bilancia fra i due meccanismi narrativi fosse stata meglio calibrata, perché un conto è leggersi una saga da cinquanta pagine, un altro un libro da sei volte tanto.
Ma non arrovellatevi troppo nel dubbio: il ritmo scanzonato decantato nel primo paragrafo, autentica àncora di salvataggio, è di quelli che fanno odiare l’arrivo all’ultima pagina.

 

La narrazione

Bisogna ammettere che Harris ha svolto un accurato lavoro di riordino e siliconaggio. La trama ricalca fedelmente le vicende frammentarie del mito, ma l’intreccio de Il Canto del Ribelle è lineare e segue senza interruzioni un tracciato che sorge all’arrivo di Loki nel “mondo fisico” e tramonta con la fatale conclusione del Ragnarök. In tutto questo, Harris è stata cauta e ha preferito l’aggiungere al modificare: si è affidata all’immaginazione personale per riempire i vuoti fra un capitolo e l’altro e ha lasciato quasi invariato il resto. La modifica più ardita, credo, è quella che vede Loki come un demone fatto e finito anziché un gigante – è una visione un po’ cristianizzata del mito quella che cerca in Loki la rappresentazione del demone cristiano. Mi sfugge la considerazione che ha portato al cambiamento da jötunn a demone, ma non è un dettaglio per cui strapparsi i capelli.

Apriamo ora una parentesi sul mondo nordico e sul suo clima. Non ho, purtroppo, ritrovato quell’atmosfera antica che si respira invece fra le pagine dell’Edda o delle saghe norrene. Complice, forse, anche il mancato sostegno di un registro “eroico”, la Asgard dipinta da Loki scarseggia, insomma, di sostanza. Il narratore ha incanalato la sua attenzione verso i propri pensieri, le proprie sensazioni ed emozioni, nonché i propri pareri – nient’affatto lusinghieri – sulle divinità che lo circondano, offrendo al lettore molti streams of consciousness e ben pochi mattoni con cui costruirsi la realtà asgardiana fatta di sfarzo, oro, eserciti, crudezza; si nominano i nove mondi, ma non vengono fornite le coordinate con cui orientarsi fra di essi. Viene, in poche parole, lasciato troppo spazio a uno sviluppo interiore della vicenda a discapito – e qui mi ricollego alla tematica affrontata nello scorso paragrafo – di descrizioni concrete. Non interpretatelo come un parere lapidario: sono presenti descrizioni. Solo, troppo poche.

E qui arriviamo a un’altra piccola nota di demerito. S’è detto che la psiche delle divinità occupa il posto a capotavola nella narrazione, ma gli dèi rimangono monodimensionali. All’infuori del protagonista e di Odino, che mi sembrano essere personaggi a tutto tondo, gli altri paiono soccombere allo stereotipo e fossilizzarsi su una sola dimensione caratteriale che riflette la precisa natura di cui il dio è personificatore (come fra gli dèi romani o greci, c’è il dio della guerra, della poesia, della bellezza, della fertilità…). Così Thor è scazzoso per cinquantanove secondi al minuto, e via dicendo. Lo spazio di manovra era tanto e si sarebbe potuto fare di più.

 

Per concludere

Insomma, questo libro è meritorio di uno buco sullo scaffale? Rispondo con una frase equivoca: dipende da due variabili. La prima, se voi conoscete i miti norreni a menadito; la seconda, se voi siete fan dell’autrice o del protagonista condito in ogni salsa.

La scelta di Harris di mantenere il mito invariato, nel mio caso, è stata sia lodevole sia controproducente. Ho apprezzato la sua fedeltà al mito originale, ma è stata proprio la possibilità di un confronto fra le versioni, credo, a levarmi il gusto della lettura. La conoscenza pregressa dell’Edda e delle sue storie equivale a spoilerarsi il finale prima ancora di aprire il volume! Si tira avanti con le pagine, certo, ma capite che non ci sono più gli estremi per un effetto sorpresa perché chi è appassionato di mitologia norrena conosce già inizio, svolgimento e fine della storia.

A essere sincera, però, ho gradito molto l’abilità con cui Harris ha colmato i vuoti e impilato le carte in bell’ordine. Grazie al suo stile si sorride e si ride, anche. Alla luce di quanto detto, mi sento di dire che un posticino nella libreria glielo si trova facilmente. Se poi siete fan di Loki, tanto meglio.

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