[Letture in inglese] “The House with Chicken Legs” di Sophie Anderson

In un panorama sempre più internazionale, sapersi destreggiare fra lingue diverse da quella madre è indispensabile per restare al passo con le esigenze dei nostri tempi. Se da lettori uniamo l’utile al dilettevole attraverso la lettura di libri in lingua originale, apriamo anche la porta a migliaia di opere mai importate nel nostro Paese.

The House with Chicken Legs (“La casa con zampe di gallina”) è un libro per ragazzi che propone una rivisitazione soft della leggenda di Baba Yaga. Secondo il folklore russo, Baba Yaga è una presenza controversa: è una sgradevole megera, una strega che mangia bambini, ma è anche una vecchia che elargisce saggezza e consigli. Un personaggio dalla doppia faccia, insomma, che conduce un’esistenza solitaria in una casa che, appunto, poggia su un paio di zampe di gallina.

La Baba Yaga di Sophie Anderson smussa i lati spigolosi di questo mito e lo rielabora nella figura di una benevola vecchina che ogni notte apre le porte della sua casa alle anime erranti dei defunti e qui le intrattiene con un’ultima cena prima di guidarle nell’aldilà. The House with Chicken Legs è un libro che trabocca d’amore, magia e leggenda.

 

Titolo: The House with Chicken Legs
Autore: Sophie Anderson
Genere: fantasy per ragazzi
Editore: Usborne Publishing

Sinossi

La dodicenne Marinka vuole solo un amico. Un amico in carne e ossa, non una casa che poggia su zampe di gallina. Certo, la casa sa giocare ad acchiapparella e nascondino, ma Marinka desidera un compagno di giochi umano, qualcuno con cui possa dialogare e condividere segreti.
Ma sua nonna è una Yaga, un guardiano che guida i morti verso l’aldilà. Fare amicizia non è facile quando si vive in una casa che tende ad andarsene a zonzo per il mondo intero, trascinando nel trasloco anche tutti i suoi residenti. Quel che è peggio, Marinka è destinata a diventare una Yaga a sua volta e si sta esercitando in vista del ruolo che le toccherà assumere: per lei non ci sono lezioni a scuola, non ci sono feste di compleanno né compagni di classe con cui trascorrere il pomeriggio.
Così, quando le capita di stringere amicizia con un coetaneo, un essere umano proprio come lei, Marinka finisce per trasgredire a tutte le regole con devastanti conseguenze. La sua cara nonna scompare e tocca a Marinka andarla a cercare, anche se questo implica intraprendere un pericoloso viaggio nell’aldilà.
Con il suo misto di fantasia, humor e avventura, questo debutto letterario avvolge il cuore e non lo lascia più andare.

Traduzione libera a cura di La lepisma libraia

 

Perché consiglio The House with Chicken Legs?

Perché pochi libri esplorano un argomento così delicato come la morte in maniera così… delicata. Nella casa con zampe di gallina si respira un’atmosfera fiabesca, accogliente, ospitale. Anziché raggelare, riscalda con quel tipo di calore che ti avviluppa come un bozzolo e da cui non vorresti più uscire.

Baba Yaga è una nonna da manuale: saggia, paziente, a tratti malinconica, mai severa, di una lungimiranza senza eguali, giovane dentro nonostante gli acciacchi, dispensatrice di abbracci a volontà e di conforto all’occorrenza. Marinka, invece, dodici anni ha e come se avesse dodici anni si comporta. The House with Chicken Legs narra della ribellione dell’adolescenza, del bisogno che ognuno ha di costruirsi da sé il proprio futuro, dell’accettazione delle responsabilità che derivano da un errore commesso.

La morte diventa qui un’occasione per celebrare la vita vissuta. I trapassati brindano in compagnia e danno un ultimo sguardo alla lunga serie di impronte che si sono lasciati alle spalle – prima gattonando, poi camminando, infine trascinandosi con un bastone – prima di tuffarsi nell’ignoto dell’aldilà. Grazie all’amorevole Yaga che funge da faro e da guida, le anime compiono il grande salto in serenità.

È un libro dolceamaro che tocca temi fondamentali come la perdita di una persona a noi cara: non mancano mazzate che arrivano dritte, improvvise e spiacevoli come un pugno allo stomaco.

 

A chi consiglio The House with Chicken Legs?

A chi cerca libri che commuovano e confortino. Chi ha amato Coco troverà un’atmosfera familiare. Raccomando questo libro a chi non disdegna storie dal forte carico emotivo e, soprattutto, a chi ha almeno un B1 per non tenersi sempre dappresso il dizionario.

La lepisma libraia

[Recensione] “La luce degli abissi” di Frances Hardinge

Sempre mi riprometto di pubblicare le recensioni con un certo anticipo sulla data di pubblicazione del libro esaminato, e sempre faccio fiasco. La luce degli abissi di Frances Hardinge è uscito questa settimana in tutte le librerie, alla faccia di un certo anticipo.

Della Hardinge, l’anno scorso ho letto La voce delle ombre. Allora l’autrice mi aveva turbata con il romanzo surreale di una ragazza che si ritrova a condividere mente e corpo con l’anima di un orso. La luce degli abissi si presenta con una copertina fantasticamente sovraffollata, come già la era quella de La voce delle ombre, e ci trasporta nelle acque inquiete dell’arcipelago della Miriade, dimora di mitiche divinità.

 

Titolo: La luce degli abissi
Autore: Frances Hardinge
Genere: fantasy
Editore: Mondadori
Pagine: 456

Sinossi

Da sempre Hark e Jelt sanno che, appena sotto il mare, esiste l’Abissomare, l’antica dimora dei mostruosi dèi che a lungo terrorizzarono l’arcipelago della Miriade. Riti sacerdotali e sacrifici servirono per anni a placare l’ira delle divinità marine, fino al giorno del Cataclisma, quando in un’esplosione di follia si distrussero a vicenda. Le loro reliquie, che conservano un potere divino, sono molto ambite dai piccoli truffatori come Hark e Jelt, in fuga dalle leggi del governatore e dai contrabbandieri. Due amici inseparabili, almeno finché i fondali non restituiscono una reliquia diversa da tutte le altre: un globo pulsante, intriso di un potere straordinario e oscuro, che potrebbe distruggere non soltanto l’amicizia di Hark e Jelt, ma tutto il loro mondo.

Voto:

 

La luce degli abissi: la recensione

Nell’arcipelago della Miriade, i baciati dal mare sono rispettati da tutti. Un barotrauma invalidante dopo un tuffo in acqua non è motivo di emarginazione ma di rispetto, perché la sordità che colpisce i marinai simboleggia coraggio e spirito di sopravvivenza nelle circostanze più avverse. Chi si immerge nelle acque dell’Abissomare rischia di non affiorarvi più: meglio allora tornare a galla in un mondo muto che sprofondare per sempre in un baratro di oscurità.

Nonostante i pericoli in agguato nelle sue acque, sono tanti gli isolani che scalpitano per immergersi nell’Abissomare e trafugarlo dei tesori che conserva. C’è chi svolge il mestiere con il permesso e la benedizione del governatore, perché una pesca abbondante si traduce in un florido commercio con il continente, e c’è chi, invece, come Hark e Jelt, va a caccia di tesori tuffandosi nascosto da un’insenatura dello strapiombo.

Le reliquie degli dèi sono lì, a portata di un sottomarino e di un equipaggio sufficientemente temerario per manovrarlo. I resti degli dèi che furono non aspettano altro che qualcuno li recuperi dal secondo fondale dell’oceano.

 

Scampoli di divinità sul fondo del mare

Gli dèi non sono sempre stati brandelli di arti, pinne e tentacoli sparpagliati per l’oceano. Fino a pochi decenni fa erano reali, erano mostruosi, erano cavità insaziabili che trascinavano intere navi giù negli abissi delle loro gole. Ognuno dominava sul proprio territorio senza mai sconfinare nella fetta d’oceano dell’altro.

Poi è sopraggiunta la catastrofe: gli dèi si sono riconosciuti rivali, si sono avventati l’uno contro l’altro, hanno agitato le onde e strappato carne coi denti in una lotta titanica dove nessuno è uscito vincitore. Ora, tutto ciò che rimane di loro viene ripescato dal fondo dell’Abissomare per essere usato come moneta nell’economia di sussistenza dell’arcipelago.

I giovani conoscono gli dèi solo in forma di storia del focolare, ma i vecchi ricordano. Il terrore che questi mostri incutevano sulla popolazione isolana sbiadiva in confronto alla loro maestosità. Quale maggior onore di essere scelti come tributi umani? Fra questi frammenti di gusci e denti scheggiati, i vecchi ritornano con la mente a un passato glorioso, velato di lacrime e nostalgia. Hark, invece, tirato su a miti e sventole, intravede un impulso sopito che attende con pazienza il proprio risveglio.

 

Meglio soli che mal accompagnati

Hark è un oratore provetto. Cresciuto prima del tempo per la sua condizione di orfano, a quattordici anni ha già maturato una lingua sciolta da vendere sabbia ai tuareg. Se anche però la favella lo ha salvato da più di una situazione spinosa, non sempre riesce a trarlo d’impaccio, specialmente quando a tendergli l’agguato è Jelt, il suo sedicente migliore amico.

Hark deve la vita a Jelt. Jelt, anche lui orfano, lo ha accolto come un fratello minore e lo ha educato alla vita di strada. Ora Hark deve pagare pegno. Adesso è Jelt che ha bisogno di Hark per un lavoretto facile facile, dove il rischio di morire sfracellati sugli scogli o annegati in mare è tanto vicino quanto un piede che perde la presa o una falla nella paratia di una sfera per immersioni. Jelt gioca la carta del “mi devi la vita” e procede a manipolare il fedele Hark come una figura di plastilina.

Hark, nato all’ombra di Jelt e più che volenteroso, in nome di un legame affettivo unilaterale e di un sentimento debitorio sbagliato, nell’accettare richieste via via sempre più impegnative, se non assurde, riuscirà a riconoscere l’amico per la persona manipolativa quale è e a mettere le distanze da una relazione tossica prima che quest’ultima lo divori per sempre.

 

Personaggio che si odia, caratterizzazione che si ama

Jelt mi infonde lo stesso sentimento positivo che mi trasmette re Jeoffrey: ad averlo davanti, lo prenderei a pugni.

Mi ha fatto storcere la bocca fin dalla sua prima apparizione. Jelt è una di quelle personalità malsane che, datoti un dito, pretendono poi da te braccio, spalla e perpetua accondiscendenza. Maschera gli obblighi da inviti, ti esorta con finte lusinghe, ti promette le stelle e poi, quando finisci invischiato nelle sabbie mobili che lui stesso ha piazzato sul tuo cammino, ti allunga il bastone per rifilarti una botta sulla testa.

Ho apprezzato davvero tanto, invece, l’evoluzione caratteriale di Hark. In fin troppi romanzi il protagonista si inserisce come persona già equilibrata o comunque senza particolari attributi caratteriali (il cosiddetto personaggio piatto), ma La luce degli abissi offre l’esempio di arco narrativo che ogni protagonista dovrebbe percorrere.

Cambiare non è facile: nel corso della storia Hark compirà scelte discutibili, inventerà giustificazioni e si logorerà dal senso di colpa. Jelt verserà sale sulla ferita ogni volta che ne avrà l’occasione. Alla fine, però, Hark raccoglierà il coraggio necessario a recidere il ramo malato dal suo albero di amicizie.

La luce degli abissi insegna che i veri mostri hanno pelle, denti, ossa e 46 cromosomi.

 

Worldbuilding ai massimi livelli

Io non so nuotare. Ci ho provato a più riprese, ma il solo pensare di tuffarmi in un metro e mezzo d’acqua mi fa sudare i palmi e annodare lo stomaco.  Odio non poter valutare la distanza tra superficie e fondo e odio allungare il piede per scoprire di non toccar terreno. Alle lezioni di nuoto, da bambina, per gli istruttori era un traguardo quando scollavo le mani dal bordo vasca.

Questa postilla serve a spiegare il respiro corto che ho mantenuto per buona parte del tempo trascorso a leggere il libro.

Il mondo de La voce degli abissi non potrebbe essere meglio delineato. È fantasy allo stato puro. C’è un continente lontano che viene solo menzionato a beneficio di una narrazione che si concentra sul microcosmo dell’arcipelago. Ove La caduta dei re di Jenn Lyons tenta di stupire con una worldbuilding di più ampio respiro e dalle mille e complicate sfaccettature fini solo a se stesse, l’ambientazione de La luce degli abissi è precisa, pulita e funzionale alla storia di cui fa da cornice.

Ai baciati dal mare va il riguardo di chi passa la vita sulla terraferma, e quale maggiore testimonianza di ammirazione se non la creazione di un linguaggio dei segni ad hoc per continuare a comunicare con loro?

Che dire poi dello sviluppo tecnologico degli abitanti delle isole? La loro economia sfrutta le risorse del mare, quindi è naturale che l’inventiva umana sia tesa ad aggiornare modelli di sottomarini e ideare metodi di navigazione subacquea sempre più sicuri.

Questo straparlare di oceani, arcipelaghi e favolose divinità può forse rievocare le acque trasparenti e il cielo azzurro del film Disney Vaiana, ma l’Abissomare è un territorio ostile che si nutre del terrore dei naviganti. È lo scenario perfetto per scatenare la nostra immaginazione. Viene automatico popolarlo di esseri raccapriccianti, rappresentazioni delle nostre peggiori paure. Le vestigia stesse degli dèi irradiano una misteriosa energia che si rivelerà tutt’altro che positiva.

 

Una storia per non cedere all’orrore

Ogni dio ha un rappresentante che ne diffonde il verbo. Quando non restano più divinità da adorare, ai sacerdoti degli dèi del mare tocca andare in pensione. Per espiare un piccolo reato, Hark si ritroverà suo malgrado a dover fare da balia a questi anziani portavoce.

Sarà qui, fra le mura di questa anticamera della morte, che i sacerdoti spalancheranno gli occhi di Hark sulla vera natura degli dèi. Hark capirà quanta influenza possa avere una storia sulla psiche delle persone: lui che finora ha sfruttato la buona favella per rabbonire una persona alla volta, capirà che una parola ancor meglio piazzata può arrivare a rassicurarne mille.

Sarà sempre qui che Hark capirà di dover salvare l’arcipelago dall’avidità umana e da un destino di morte certa.

 

Prima parte lenta, poi migliora di colpo

Se devo proprio muovere un’accusa, posso dire che la prima parte de La luce degli abissi è tremendamente lenta, così lenta che ero lì lì per etichettarlo come DNF.

Dopo che Hark si ritrova proprietà della dottoressa Vyne e viene condotto al santuario a prendersi cura dei sacerdoti in pensione (a estorcergli storie dei vecchi dèi, soprattutto), sembra che la Hardinge sia più interessata a definire i suoi personaggi che a far progredire la storia, perché l’azione si attarda e si farà aspettare per svariati capitoli a venire.

Quando però l’azione finalmente arriva, smettere di leggere è un’ardua impresa. L’abbrivo lento e forse deliberato permette di affezionarsi ai personaggi e di crearsi le coordinate del mondo dell’arcipelago.

 

Per concludere

Sottomarini steampunk, gargantueschi crostacei, covi da bucanieri e dilemmi etici. Cosa volere di più?

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La lepisma libraia

[Recensione] “Le parole segrete” di Joanne Harris

Copertina de Le parole segrete.

Primo a essere pubblicato e terzo per ordine cronologico della serie Runemarks, Le parole segrete è un regalo di Joanne Harris agli estimatori dei miti norreni. La profezia del Ragnarok come raccontata dall’Edda si è avverata, la battaglia fra titani si è conclusa. Ma che ne è dei semi che attendono di sbocciare sotto alle macerie del vecchio mondo? Lo scenario post-Ragnarok è un territorio che nel mito è rimasto inesplorato: alla penna sagace della Harris l’incarico di elaborare una possibile evoluzione degli eventi.

 

Le parole segrete.

Titolo: Le parole segrete
Autore: Joanne Harris
Genere: fantasy/young adult
Editore: Garzanti Libri
Pagine: 516

Sinossi

Nel villaggio di Malbry non è facile essere giovani e coltivare i propri sogni. Le regole e la disciplina la fanno da padroni; i giochi e gli incantesimi sono stati proibiti. Eppure Maddy non ha mai smesso di credere nel potere dei sogni e della magia. Lei è diversa da tutti: è ribelle, curiosa, testarda, e sulla mano ha il marchio di una runa. Per molti si tratta di un segno maledetto, ma non per il Guercio, il misterioso straniero che racconta storie affascinanti, l’unico amico che Maddy abbia mai avuto.

È lui a svelarle il misterioso linguaggio delle rune e a introdurla in quell’universo proibito e vietato dove sono nascosti gli incantesimi, la conoscenza e il segreto delle sue origini. Mentre il futuro inciso sulla sua mano si avvicina giorno dopo giorno, una terribile catastrofe minaccia di distruggere per sempre quel mondo perduto. Maddy è l’unica in grado di salvarlo: sarà un’avventura appassionante, una corsa contro il tempo, una guerra contro nemici dai poteri oscuri.

Voto: 1/2

 

Le parole segrete: la recensione

C’erano una volta gli antichi dèi: ambiziosi, vanitosi, rancorosi, polemici, umani. E c’erano una volta le rune: simboli da incidere su pietra, un linguaggio tramite il quale manipolare la realtà. Adesso c’è solo l’Ordine, setta religiosa figlia del rigore e nemica di tutto ciò che è stato, e un Popolo derubato del libero arbitrio e della possibilità di sognare.

I dettami dell’Ordine in uso nella Città Universale prevedono che i nati col segno passino dall’accogliente calore del ventre materno a quello acre e rovente di un fascio di legname che lambisce e brucia le caviglie. Maddy deve ritenersi fortunata. Nascere col marchio di una runa nel remoto e rurale villaggio di Malbry, teatro di scena de Le parole segrete e dove l’ascendente dell’Ordine si esaurisce nei lugubri e moralistici sermoni del canonico di provincia, garantisce al più un futuro da emarginati sociali. Il marchio si trasforma, allora, in un bersaglio verso cui lanciare frecciatine verbali.

Maddy però fa spallucce. Come le insegna il suo unico amico e mentore, il vecchio Guercio, attraverso il marchio sul palmo le è dato vedere oltre il visibile, fare oltre il possibile. Nei tre solchi che compongono la runa Askr si nascondono formidabili capacità da coltivare: Maddy può padroneggiare le rune del vecchio alfabeto. Può, in breve, esercitare la magia. Le angherie del bulletto del quartiere non sono che un mite prezzo da pagare, perché alle frecciatine degli altri ragazzini Maddy ha il potenziale di rispondere con un autentico arsenale di dardi e fuochi d’artificio. D’altronde, la sua nascita è stata profetizzata mezzo millennio prima che lei venisse al mondo, e si sa che Odino il Guercio, ora una pallida ombra del dio che era, non si intrattiene coi bambini per il puro piacere di fare conversazione…

 

Quando i lupi sono i pastori

Le parole segrete si ambienta cinquecento anni dopo il cataclisma della Fine del Mondo e dopo gli eventi di The Testament of Loki (data di uscita della traduzione italiana ancora da destinarsi). Fra le sue pagine ritroviamo, anche se non così esplicitamente come in American Gods di Neil Gaiman, il leitmotiv della divinità spedita in panchina a suon di calci nel sedere.

Fiaccati dalla guerra ineluttabile del Ragnarok, gli antichi dèi assistono al lento disfacimento del loro mito: fiamme che accartocciano leggende vergate su carta, chiese che sorgono là dove prima si ergevano monumenti istoriati di rune, l’analfabetismo che viene lasciato libero di dilagare e sedare le masse perché solo a pochi eletti sia accordato il privilegio di interpretare e diffondere il verbo del Libro del Bene. Sarà lo stesso Guercio a insegnare a Maddy come estrarre il significato dai testi, perché solo agli uomini di fede è dato saper leggere la Parola dell’Innominato.

In una società dove nulla viene lasciato all’improvvisazione, qualsiasi indizio di una rinascita degli antichi dèi deve essere neutralizzato, perché solo così l’Ordine potrà continuare a prevalere sul Caos e ad assicurare a tutti i suoi proseliti un’esistenza monotona, grigia e miseranda. Ma le profezie non mentono né si possono aggirare: dopo il Ragnarok è prevista la nascita di nuove rune e nuove divinità, e così sarà.

 

Dalle alla strega!

Quando l’ormai adolescente Maddy, per mezzo di un incantesimo malriuscito, risveglia entità che minacciano di sconvolgere l’equilibrio dei Nove Mondi, gli inquisitori della Città Universale drizzano le orecchie e si lanciano al suo inseguimento. È una ragazza sola, la placcheranno nel suo nascondiglio sottoterra come una muta di cani che sventri la tana di una lepre. Maddy però non è sola, anzi: dopo uno screzio iniziale, troverà nel recalcitrante Burlone un valido alleato con cui fare fronte comune contro l’orda in arrivo. Insieme a lui e all’entità che il Guercio definisce il Sussurro, l’oracolo che al tempo predisse l’avvento del Ragnarok, Maddy porterà un bel po’ di Disordine & Parapiglia in quel di Malbry e dintorni.

Chi meglio di un figlio del Caos come Loki può destabilizzare l’Ordine costituito? Soprattutto, pensa Maddy, che valenza dare alle sue promesse? Ma non ha scelta, i Mondi sono stati scossi nelle loro fondamenta: se vuole sopravvivere e salvarli tutti, deve necessariamente fidarsi del traditore degli Æsir.

 

Dèi, quanti dèi!

Joanne Harris ha riversato ne Le parole segrete la sua interpretazione del futuro post-Ragnarok. Vanir e Æsir, all’appello della sua penna rispondono proprio tutti, con Odino e Loki a cui tocca alzare il braccio con una frequenza più elevata degli altri. Non che mi dispiaccia, affatto: sono i miei preferiti fra tutto il pantheon norreno e non avrò mai letto abbastanza delle loro rivisitazioni. Ma l’esistenza di un carattere dominante implica anche l’esistenza di un carattere recessivo, ed è nella caratterizzazione dei personaggi di contorno che la Harris si dimostra debolina. Gli dèi son troppi, dare a ognuno una voce personale è un’impresa disperata. Odino e Loki spiccano, insomma, in una cacofonia di voci l’una uguale all’altra.

Alla loro cricca, però, risulta facile affezionarsi. Credo sia questo il motivo per cui la Harris ha deciso di incentrare il romanzo su di loro spingendo gli altri dèi lontano dai coni di luce. Maddy e Loki sono personaggi che funzionano perché in sintonia con il target di lettori adolescenti a cui il libro è rivolto. Si empatizza presto con il loro spirito sovversivo e il loro stato sociale di reietti.

 

Nel 2019, la situazione non è migliorata

Diventa così più che naturale lanciare occhiate truci all’autorità suprema che impartisce ordini dall’alto di una sovranità per la quale nessuno dei sudditi ha votato. Ed è emblematico che sia proprio una figura femminile, Maddy, a turbare le acque stantie di questa società patriarcale che rifiuta l’idea di una donna intelligente. Alle donne si addice l’obbedienza cieca, le loro mani servono a stringere mestoli e rimestare brodaglie. Qualsiasi altra pulsione è un abominio del demonio e come tale va estirpato alla radice. Nel mondo di Maddy, l’arguzia è un disonore.

La Harris ci dà un pasto, insomma, degli antieroi facili da amare e dei cattivi fin troppo facili da odiare. In corso di lettura, con l’Ordine che si delinea nella sua intransigenza e intolleranza del libero arbitrio, viene anche spontaneo tracciare similitudini con la Chiesa del Medioevo. In una sua intervista Joanne Harris nega di aver concepito l’Ordine de Le parole segrete come una versione mitizzata del Cristianesimo, ma ribadisce la sua avversione per i dogmi portati all’estremo. L’Ordine, in tal senso, si configurerebbe come l’archetipo delle fedi religiose più estremiste che esercitano il controllo sulle masse sfruttando il concetto di peccato come deterrente alla ribellione. Cristiani mitizzati o meno, io a questi inquisitori darei volentieri qualche sventola da bloccargli la cervicale.

 

Quei fastidiosi elenchi del telefono

Ora passiamo a ciò che davvero non mi è piaciuto, cioè lo stile. Sebbene della cifra stilistica “raccontata” della Harris abbia già disquisito altrove, non credo di essermi mai soffermata sulla sua tendenza a elencare lunghe serie di sinonimi in luogo di descrizioni più pensate ed efficaci. Cito:

“[…] un palazzo bianco come un osso a cavalcioni sul deserto, guglie e torri e doccioni e minareti e affioramenti scheletrici di architettura gotica e neogotica con archi rampanti e gigli e file di vescovi, preti, Inquisitori, cardinali, sciamani, mistici, profeti, stregoni, indovini, Magistri, redentori, semi-dèi e papi allineati nelle loro nicchie lungo la facciata.”

“[…] era imponente: lunghi passaggi bianchi di freddo alabastro, tendaggi d’avorio, volte intricate, arazzi sbiaditi quasi fino a essere trasparenti, e colonne scanalate di vetro delicato. Passarono attraverso corridoi di pietra silenziosi, attraverso stanze con specchiere pallide come il ghiaccio, attraverso camere nelle quali principesse morte ballavano il valzer da sole, attraverso cappelle funerarie e vestiboli deserti ammorbiditi dalla polvere.”

“Maddy questo già lo sapeva, ovvio. Gli insegnamenti del Guercio erano stati minuziosi su tutte le questioni concernenti la geografia dei Nove Mondi. Ma ciò che lei non aveva sospettato era la dimensione mostruosa del Mondo Sotterraneo: gli innumerevoli passaggi, i tunnel, le alcove e le tane che formavano la parte inferiore della Collina. C’erano fosse tettoniche e fenditure e crepe e recessi, rifugi e covi, passaggi laterali, magazzini, varchi e cavità, cunicoli e labirinti e dispense e pozzi.”

 

Punto di vista ballerino

Il punto di vista non è sempre coerente, perché nell’arco di una frase passa spesso dalla prospettiva limitata del personaggio a quella dello scrittore onnisciente:

“[Loki] Pronunciò una formula, lanciò Kaen e Raedo e, se ci fosse stato un testimone, si sarebbe sorpreso di vedere il giovane con le labbra piene di cicatrici e l’espressione tormentata ridursi, rimpicciolirsi, togliersi i vestiti e diventare un piccolo uccello da preda marrone che si guardò attorno per qualche istante con occhi vispi, non da uccello, prima di prendere il volo, facendo il giro della Collina due volte in un arco che si allargava, librandosi nelle correnti ascensionali e poi via verso i Sette Dormienti.”

Lo ammetto, ero lì lì per chiudere il libro a un centinaio di pagine dall’inizio. Non mi pento di aver resistito alla tentazione: Le parole segrete si è rivelato un’interessante lettura, un passatempo con cui scandire le ore morte della sera. Non mi sento di consigliare il romanzo, però, a chi non ha familiarità con i miti norreni.

C’è troppa carne sul fuoco, troppi personaggi che son macchiette sullo sfondo. Non siamo agli albori del tempo de Il canto del ribelle dove a tutto viene data la spiegazione. La Harris dà per scontato che il lettore si approcci al romanzo con una conoscenza pregressa del mito, escludendo, o rischiando di trarre in confusione, il saltuario lettore di fantasy che si avvicina per semplice curiosità. Non aiuta nemmeno la trama contorta che è marchio di fabbrica di questa serie di romanzi. Le parole segrete ricerca spasmodicamente il colpo di scena e sulle battute finali risulta addirittura prevedibile.

 

Per concludere

Le parole segrete è un romanzo carino ma non divino, un’impressione condivisa con i due romanzi prequel (Il canto del ribelle e The Testament of Loki). Loki, come sempre, favoloso e sfavillante. Gli veste bene il ruolo di Capitano dei goblin: da un paio di giorni c’ho un earworm che mi intona in testa Dance magic, dance! a ciclo perpetuo…

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La lepisma libraia

 

[Recensione] “Le volpi del deserto” di Pierdomenico Baccalario

Copertina de Le volpi del deserto.

Pierdomenico Baccalario si è costruito la reputazione di autore di romanzi fantasy, qui in Italia come anche all’estero, ma all’inizio di quest’anno è tornato in libreria con un romanzo di pura narrativa dal titolo Le volpi del deserto. Niente elementi soprannaturali a questo giro, dunque, ma tanta, tanta Storia e natura incontaminata resa vivida da uno stile esperto. Che dite, sorvoliamo anche noi le dune del paesaggio corso insieme a Morice e alla sua famiglia?

 

Le volpi del deserto.

Titolo: Le volpi del deserto
Autore: Pierdomenico Baccalario
Genere: ragazzi/narrativa
Editore: Mondadori
Pagine: 316

Sinossi

Due volpi e un segreto. Morice è il ragazzo destinato a svelarlo.

Si è molto scritto sui cercatori di tesori. Quasi mai su chi li nasconde. Credo che la cosa più difficile, per chi nasconde un tesoro, sia riuscire a nasconderlo a se stesso.

Morice a undici anni si è appena trasferito a Dautremere, un paesino sperduto della Corsica: mentre i suoi genitori gestiranno il decadente Hotel Napoléon, lui andrà in giro a registrare i suoni del mare. Almeno, questa è l’intenzione, finché un pomeriggio incontra Audrey, sua coetanea: è lei a rivelargli l’inquietante scomparsa di un marinaio tedesco che viveva lì. E questo non è l’unico mistero. Ben presto Morice e Audrey scoprono che su tutto il paesino aleggia un oscuro segreto che risale alla Seconda guerra mondiale. La stessa guerra in cui Rommel, il generale nazista detto “la Volpe del deserto”, e Saint-Exupéry, il celebre autore del Piccolo principe, potrebbero essersi alleati per stravolgere le sorti del conflitto, scatenando una caccia al tesoro che dura da quarant’anni e che porta proprio a quelle scogliere… Età di lettura: da 11 anni.

Voto:

 

Le volpi del deserto: la recensione

Non fosse curvo su una scrivania a ticchettare piccoli capolavori a tastiera, con la retroilluminazione di un monitor a proiettargli sul viso un tenue bagliore bianco, Baccalario lo vedrei bene ad accogliere turisti con mazzi di chiavi d’ottone da dietro il bancone di una reception. Infatti, Le volpi del deserto prende in prestito, come ha già fatto in passato il primo episodio della serie fantasy Century dello stesso autore, l’atmosfera internazionale e misteriosa degli hotel popolandola di un cast di personaggi da Golden Globe.

Con una sola differenza: Morice e la sua famiglia, al contrario di Electra, l’allora eroina, della professione di albergatore ne sanno quanto un tarlo di astrofisica.

 

Quando la cordicella del mouse non era appendice del braccio

Siamo all’alba dell’estate del 1986 – l’anno in cui il Messico ospitò i Mondiali di calcio – quando i genitori di Morice decidono, del tutto arbitrariamente, di abbandonare la sicurezza del continente, identificato nella città di Marsiglia, per tuffarsi nel punto interrogativo di un paesino abbarbicato sulla costa della Corsica e lì gestire – o imparare a gestire – il fatiscente Hotel Napoléon.

In macchina, inerpicandosi fra le stradine del brullo scenario corso, viaggiano in cinque: mamma, papà, Morice, la sorellina Mirabelle e Jenska, la sorella maggiore nel pieno fuoco di una ribellione adolescenziale e che già scalpita alla prospettiva di trascorrere un’estate all’insegna della monotonia.

Morice, però, aspirante rumorista dal cui punto di vista si registra la storia, zigzaga con gli occhi al di là del finestrino e processa la novità con crescente ottimismo, perché la trasferta nella tranquilla Dautremere costituisce un’occasione ghiottissima per arricchire la sua banca dei suoni con altri rumori che siano quelli dei clacson insofferenti e dei motori che sfrecciano sull’asfalto.

E mentre si immagina di allungare un microfono verso una cicala frinente, si guarda di lato a sorridere verso il bambino riflesso che solo lui vede.

 

Uno spiedino di misteri

La prenotazione inaspettata di una coppia di turisti tedeschi, un funerale senza il morto, un padrone di casa impiccato, carcasse di conigli appese al cancello dell’hotel a mo’ di striscione di benvenuto. Più ci si addentra nel sottobosco de Le volpi del deserto e più cala il buio, in un crescendo di ombre che allontana il libro dagli scenari edulcorati del genere per ragazzi. In dirittura d’arrivo, infatti, la tensione è da romanzo thriller.

Perché i dautremeresi piangono su una bara vuota? Cosa stanno complottando i due turisti teutonici che quatti quatti e instancabili, come cani da tartufo dal formidabile senso dell’orientamento, setacciano ogni anfratto dell’hotel? Soprattutto, dov’è l’oro di cui tanto si parl(ott)a?

La caccia al tesoro che nasce come un innocente passatempo si spinge oltre la salsedine e il solleone di Dautremere ed evolve in una catena di misteri di scala internazionale, e a dare l’abbrivio alla fantasia di Baccalario è proprio la nostra Storia, con le sue guerre, i suoi soldati, i suoi strateghi in carne e ossa i cui nomi ritroviamo sui banchi di scuola.

Forti del loro spirito avventuroso e del tempo libero concesso dalla pausa estiva, Morice e Audrey si tuffano a braccia tese nella risoluzione dell’enigma, ma non sanno che, al traguardo, una fossa di serpenti attende il loro passo falso…

 

Per concludere

Una pagina tira l’altra, come la canonica ciliegia.

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La lepisma libraia

Le volpi del deserto: errata corrige

Questi sono, in ordine di apparizione, i refusi presenti nella versione Kindle de Le volpi del deserto come disponibile su Amazon a fine agosto 2018. In un futuro utopistico, un dipendente della Mondadori leggerà queste righe e deciderà di provvedere…

Scivolai fuori dalla lenzuola per sciacquarmi la faccia
Sentii Fabrice pasticciare nella mia testa e mandami una serie di idee
«Cosa gli è successo?» domandò Audrey. «Nessuno la sa. […]»
sotto le nuvole si sentiva un’assordante rumore di macchine meccaniche
Che fine aveva [fatto] Puschbach.
Oscar Tardì entrò senza aspettare risposta, come proba bilmente
La cicala nascosta tra i rami del gelso era assordante, come se stesse annunciando la fine del mondo[.]
affondato in mare basso durante un esercitazione con un U444

[Recensione] “L’anno in cui imparai a raccontare storie” di Lauren Wolk

Copertina de L'anno in cui imparai a raccontare storie.

Vi avevo annunciato, qualche giorno fa, che avrei recensito L’anno in cui imparai a raccontare storie, nuova uscita della Salani che questo 10 maggio reclamerà la sua nicchia sugli scaffali delle nostre librerie. Ebbene, mi ripresento sul blog con buone notizie e il cuore strapazzato…

 

Titolo: L’anno in cui imparai a raccontare storie
Autore: Lauren Wolk
Genere: ragazzi/drammatico
Editore: Altromondo Editore
Pagine: 278

Sinossi

Come Il buio oltre la siepe, a cui è stato paragonato da tutti i critici che l’hanno recensito, questo libro è la sintesi perfetta di avventura, suspense, impegno civile. Ambientato nel 1943, all’ombra delle due guerre, è il racconto di una ragazzina alle prese con situazioni difficili ma vitali: una nuova compagna di classe prepotente e violenta, un incidente gravissimo e un’accusa indegna contro un uomo innocente. Annabelle imparerà a mentire e a dire la verità, perché le decisioni giuste non sono mai facili e non possiamo controllare il nostro destino e quello delle persone che ci sono vicine, a prescindere da quanto ci impegniamo. Imparerà che il senso della giustizia, così vivo quando si è bambini, crescendo va difeso dalla paura, protetto dal dolore, coltivato in ogni gesto di umanità.
Una scrittura nitida e coinvolgente dà voce a una delle protagoniste più forti della letteratura contemporanea e terrà incollati alle pagine sia i ragazzi che gli adulti. L’anno in cui imparai a raccontare storie è già un classico.

Voto:

 

L’anno in cui imparai a raccontare storie: la recensione

If my life was to be just a single note in an endless symphony, how could I not sound it out for as long and as loudly as I could?

L’anno in cui imparai a raccontare storie vi farà digrignare i denti e stringere i pugni. Che siate bocche di porto o bocche di rosa, vi caverà fuori una sfilza di volgarità assortite. Lettori avvisati, mezzi salvati. Le mani cominceranno a prudervi così tanto dal desiderio di fare qualcosa, qualunque cosa, che rischierete di defenestrare il libro. Se tecnologicamente aggiornati, lancerete l’eReader sul quale lo state leggendo. Magari gli assesterete prima un paio di testate sperimentali, giusto per avere conferma, non senza una punta di frustrazione, che le leggi fisiche che governano il nostro mondo non sono le stesse che pervadono quello magico di Harry Potter e del diario di Thomas Riddle.

Lungi dall’essere solo un romanzo per ragazzi, L’anno in cui imparai a raccontare storie non si fa scrupolo di sconvolgere il lettore con tematiche forti, di quelle da strofinarsi le braccia per scacciare via i brividi di orrore. E non crediate, voi del pubblico che avete già soffiato su diciotto candeline, di poter scampare alla pelle d’oca. È un libro crudele, di una violenza sottile ma agghiacciante. Vi turberà, che lo vogliate o meno, e poi vi farà sfiatare come tori pronti a incornare il primo malcapitato. Proprio come Il buio oltre la siepe.

Ma di che violenza stiamo parlando, esattamente?

 

L’anno in cui imparai la violenza del bullismo

Siamo alle soglie della Seconda Guerra Mondiale, nell’autunno del 1943. Alla cattedra scolastica si presenta Betty, ragazza di città trasferitasi dai nonni nella pacifica campagna della Pennsylvania. Annabelle, figlia di fattori e nostra protagonista, è lì lì per tendere il palmo aperto in segno di amicizia, ma Betty Glengarry, a dispetto del grazioso visino d’angelo, butta via il rametto d’ulivo per impugnare il bastone.

Betty non è cattiva, si dimostra cattiva. Tanto cattiva da far cascare la mascella a tutti i lettori, a prescindere dalla loro età. Temendo ritorsioni, Annabelle si lecca le ferite al buio, lontano dagli occhi dei genitori. Solo dopo l’intervento di Toby, un veterano di guerra che da anni intrattiene un silenzioso quanto strano rapporto con la famiglia della ragazza, Annabelle si arma di sufficiente coraggio per confidarsi con gli adulti.

Non l’avesse mai fatto. Vi lascio il piacere (il raccapriccio) di addentrarvi da soli nel ginepraio di questa storia di bullismo.

 

L’anno in cui imparai la violenza del pregiudizio

Dopo l’incontro/scontro con Toby, imponente nella sua stazza di adulto coi pugni sulle reni, Betty se la svigna con la coda fra le gambe. Quando la quiete sembra tornare nella vita di Annabelle, ecco che un sasso piomba di nuovo a sconvolgere la superficie dello stagno. La increspa di onde che si infrangono sull’intera comunità di Wolf Hollow. La dinamica dell’accaduto, di cui non parlerò, ha tutte le carte in regola per essere classificata come un incidente. Quando Betty, tuttavia, punta il dito accusatore contro Toby, Annabelle è certa che si tratta di una rappresaglia nei suoi confronti.

La collettività allora abbocca come un pesce all’amo e scaglia la prima, metaforica pietra. Toby è strano, Toby spiccica due parole in croce, Toby si aggira per la campagna con tre fucili sulla schiena, Toby occupa un affumicatoio a malapena abitabile, Toby, Toby, Toby. Toby che è così magro da avere costole in evidenza, che possiede poco più della sua pelle. Deve essere lui il colpevole perché, insomma, Betty ha detto che lo ha visto e Betty è la voce della verità. Perché è facile lapidare chi ha solo mani nude dietro cui ripararsi.

One time he had showed me a batch that featured a red-tailed hawk with a rabbit in its beak, a thunderhead glazed with evening light, a deer napping in a patch of mayapples. I had never known anyone quiet enough to approach a sleeping deer. Nor had I known any hungry man who would shoot one with a camera instead of a gun.

Ritroviamo, in una misura ridimensionata rispetto al più “adulto” Il buio oltre la siepe, la condanna verso il razzismo e l’oppressione dell’innocente. Un’altra penna che denuncia una realtà in cui l’ideale di una giustizia equa (r)esiste solo nella mente di alcuni illusi. Inquieta, se non addirittura indigna, l’attualità di questa disuguaglianza.

E il rimorso arriva sempre troppo tardi!

 

L’anno in cui imparai la violenza dei pensieri

Le circostanze portano Betty a giacere ignara su un tappeto di edera velenosa, e gli strali di Annabelle sono anche i nostri: ti vengan le vesciche fin fra le dita dei piedi, brutta vipera. Quando lo srotolarsi della trama esaudisce le preghiere con gli interessi, però, Annabelle rivaluterà la sua coscienza, e così noi la nostra.

 

L’anno in cui mentii secondo convenienza

Per assecondare l’intuito che le dice di essere nel giusto, Annabelle deve fare ricorso a quelle che vengono definite bugie bianche: mentire, cioè, a fin di bene. Le costerà. Annabelle non solo imparerà a raccontare “storie”, ma dovrà anche imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte, qualunque siano le loro conseguenze. Imparerà a rendersi conto che a nulla vale rimacinare i se del passato quando la vita che si percorre non permette di fare marcia indietro.

Ovunque si trovi la fine di questo percorso, l’ostinazione della giovane Annabelle è come un faro di speranza verso un futuro in cui si annulleranno tutte le ingiustizie sociali. Bisogna perseguire la verità, sempre e comunque, indipendentemente dalle probabilità di successo. Alla gioventù il compito di crescere più rigogliosa della generazione precedente.

 

Per concludere

Una storia drammatica e coinvolgente che ruota attorno a un grappolo di personaggi indimenticabili, nel bene e nel male, introdotti con uno stile che è come carta moschicida per i nostri occhi.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta” di Angelica Rubino

Copertina di Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta.

Primo preambolo: ringrazio di cuore Angelica Rubino, l’autrice di Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta, per avermi inviato una copia digitale di questo romanzo in cambio di una recensione onesta. Chi volesse fare richiesta di recensione può consultare questa pagina.

Secondo preambolo: spero abbiate trascorso delle buone feste e vi siate concessi una colossale scorpacciata di cioccolato, colomba e cannoncini. Che l’ago della bilancia sia con noi fino al prossimo Natale.

Terzo preambolo… stop ai preamboli, discutiamo del libro!

 

Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta.

Titolo: Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta
Autore: Angelica Rubino
Genere: fantasy per ragazzi
Editore: Apollo Edizioni
Pagine: 172

Britannia, anno 999. Il giovane Jeremy aspira a diventare un prestigiatore alla corte del re per sostentare la famiglia. Quando si presenta l’opportunità di accompagnare un cavaliere fino a Flourshing, centro nevralgico della monarchia, Jeremy si affretta a far fagotto e lascia il tranquillo villaggio natale di Adalama per inseguire nuovi orizzonti. Determinato a ottenere un ingaggio come giullare, Jeremy farà la conoscenza di molti personaggi e si ritroverà coinvolto in un’avventura imprevista che richiederà doti non comuni in un ragazzino della sua età. Re Deathproof, infatti, incarna i peggiori difetti dell’animo umano e cova intenti inquietanti: è alla ricerca del Melon, un manufatto celtico con proprietà in grado di conferire vita eterna. Quando allaccia un legame di amicizia con Kamila, la vera erede al trono ridotta in schiavitù dal re abusivo, lo spirito nobile di Jeremy non trova più requie: occorre ostacolare i piani di re Deathphoof a ogni costo.

Voto:

 

La recensione

Ambientato in una Britannia sospesa tra realtà e fantasia dove le fate si confondono tra la razza umana, Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta è un romanzo che condanna, con parole semplici e dirette, l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

Il bienno 999-1000 è stato testimone della fervida immaginazione di stampo catastrofista della gente del Medioevo. Si temeva, infatti, che allo scoccare del secondo millennio una serie di calamità naturali avrebbe distrutto la Terra e annientato tutta la vita sulla sua superficie. In questo scenario dai toni apocalittici si muovono i nostri protagonisti: l’anziana nonna nonché fata in incognito Juliana, i due giovani fratelli Jeremy e Janeka, il cavaliere Sam, il tiranno re Deathproof, la gentile Kamila e la coccolatissima e viziatissima figlia del re, Cordelia (che fa rima con Crudelia De Mon – un nome, una garanzia).

Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta riesce a disporre sulla scacchiera delle pedine ben sagomate e subito classificabili per colore. In questo tavoliere quadrettato come nella vita vera, non manca la presenza di una zona grigia in cui schierare i personaggi ambigui e in bilico tra forze opposte.

Una menzione particolare va ai membri del popolo celtico. È confortante sapere che ci sia ancora qualcuno che non attribuisce la paternità di Halloween agli americani. Angelica Rubino integra le tradizioni celtiche conosciute con altre, come la leggenda del Melon, concepite di proprio pugno. Visto come simbolo di prosperità e immortalità, il melo era davvero un albero sacro nella loro cultura. Può darsi che l’assonanza sia una coincidenza, ma a me piace pensare che queste allusioni siano frutto di ricerche.

 

Tanta cultura celtica, troppe feste

La trama tende un po’ a deviare per le strade secondarie di eventi accessori quali feste di compleanno e di Halloween. Se anche ho apprezzato molto il lavoro di studio sulle tradizioni celtiche, non è a Ognissanti che è intitolato il romanzo. A tratti pare che i nostri eroi siano più impegnati a imbellettarsi e sistemarsi i canini posticci che a sventare i piani di quel despota di re Deathproof.

L’impressione, insomma, è che il romanzo manchi di struttura e che i capitoli siano stati scritti d’istinto senza l’ausilio di una scaletta a prevenire deragliamenti di intreccio.

Le situazioni conflittuali non vengono sfruttate a dovere. Nei primi capitoli assistiamo a un dialogo tra Jeremy e sua madre: lui ha le formiche ai piedi dal desiderio di partire per la corte del re, lei avanza un inutile tentativo di metterlo in guardia dall’abitudine del sovrano di decapitare i giullari che non incontrano i suoi gusti artistici. Ma Jeremy è irremovibile e pronto a scommetterci il collo.

Qual è stata la mia reazione immediata? Mi sono sfregata le mani in previsione di vedermi somministrare una massiccia dose di conflitto: ce la farà Jeremy a farsi assumere o perderà letteralmente la testa? Accidenti, che posta in gioco, ora voglio proprio vedere come si tira fuori dal ginepraio! A dispetto delle mie rosee aspettative, tutto questo potenziale si è dissipato in poche righe:

Ecco, adesso era il suo turno.
“Ce la puoi fare, Jer” pensò fra sé aspettando che il re lo chiamasse dinanzi a lui per farlo esibire. Quando accadde, sentì un vento gelido attraversare il suo corpo ed entrargli nel sangue.
«Hai bisogno di qualcosa maghetto?» rise Deathproof.
A lui quel riso non piacque e si sentì imbarazzato.
«Sì, mi servirebbe un mazzo di carte» rispose.
[…]
Jeremy prese due carte e le mostrò al pubblico, dopo di che invitò Cordelia a inserirle nel mazzo in posizioni diverse e distanti fra loro. Lei lo fece. A quel punto lui disse di essere in grado di ritrovare le due carte semplicemente lanciando il mazzo in aria e…ci riuscì. Cordelia applaudì divertita e Deathproof si alzò in piedi per rendere omaggio l’artista. Daron tirò fuori dal baule il costume da giullare.

Fin.

Il protagonista che ha vita difficile ci calamita al libro, mentre un romanzo privo di contrasti è la quintessenza della noia. Parola d’ordine: conflitto. In un vecchio manuale di scrittura (il cui titolo sta attualmente giocando a nascondino nell’archivio dati della mia memoria…) si consigliava di seguire il detto “dalla padella nella brace”. Elevare i pericoli al quadrato invece di estrarne la radice, non lesinare cattiverie ai danni dei personaggi. Facciamoli tribolare per ottenere il loro lieto fine! Cosa sarebbe successo se Jeremy avesse indovinato solo una delle due carte?

In ogni caso, la storia di fondo è ricca di spunti di riflessione. Possiamo interpretare l’abisso di benessere tra il popolino e il re, tra chi sta alla base e chi alla sommità della piramide sociale, come un riflesso delle moderne classi di chi governa e chi lavora, dell’uno che frega e del milione che viene fregato. Ne servirebbero, di Jeremy! Nonostante il romanzo intrecci elementi del filone fantasy, quali le fate, appunto, ad altri che affondano radici nella Storia del nostro mondo, la tematica che affronta è più attuale che mai: sul trono che spetterebbe all’animo virtuoso siede, molto più spesso, il corrotto fino al midollo che puntualmente è disposto a vendersi l’anima al diavolo pur di piantarci il sedere vita natural durante (e oltre).

 

Ma siamo davvero in Britannia?

Ci sono, purtroppo, alcuni particolari che stonano.

Nella Britannia di Jeremy, all’imbrunire del 999, esistono gli zainetti e i panciotti. Ci troviamo in un universo parallelo che ci ha preceduto di cinque secoli nell’invenzione dei panciotti? Non viene specificato.

Manca il supporto di una mappa, anche appena abbozzata. Le distanze si misurano in generiche settimane di viaggio, non in chilometri. Non si sa dove siano le immaginifiche Adalama e Flourshing (o Flourishing, entrambe le grafie sono utilizzate) rispetto a Londinium e il Tamesis, gli unici toponimi geograficamente collocabili.

Sono mancanze da strapparsi i capelli? Certo che no, ma sono sintomatiche di una scarsa cura nei dettagli. La riuscita di un romanzo fantasy dipende da questi dettagli a prescindere dal target di lettura: non è che se un romanzo è per ragazzi allora posso costruire un regno “campato per aria”.

Messo da parte il fascino della cultura celtica, rimane insomma il quadro di una worldbuilding dipinta con pennellate rozze, in una disarmonia di colori da imputare, forse, più all’uso sbadato dei termini di cui sopra che a contaminazioni anacronistiche.

 

A(f)fianco, “c’è l’avevi” e virgole birichine

È giunto il momento di commentare il tallone d’Achille del romanzo: lo stile. Sarà un viaggio irto di spine. Vi chiedo il permesso di sottrarvi qualche altro minuto del vostro tempo e di leggere i paragrafi seguenti fino alla fine, dove troverete… no, la priorità alla recensione vera e propria. Non sbirciate con fulminei scorrimenti di rotellina del mouse, ché la lepisma vi guarda.

Dunque… c’è da dire che, tolta qualche intrusione di punto di vista (quello che viene definito PDV “ballerino”), la penna di Angelica Rubino si lascia leggere con scioltezza. Non si inceppa, né si esibisce in ghirigori barocchi. Questi (ottimi) punti a favore non compensano, però, i suoi gravi difetti.

Gravi, sì, perché lo scrittore è l’ultima persona da cui mi aspetto imprecisioni linguistiche. Se sui refusi sono disposta a soprassedere perché non esiste un vaccino contro le distrazioni, non posso – e non sarebbe corretto ai fini di una valutazione sincera – ignorare gli errori di ortografia e il posizionamento arbitrario delle virgole.

Daron e Corr, erano affianco a lui e russavano, coprendo i suoi già flebili passi.

«E’ già, d’altro canto […]» disse lei facendo l’occhiolino.

«Auguri!» risposero in coro i ragazzi «non c’è l’avevi detto!»

«Figlio mio, tu sai bene che Deathproof decapita chiunque faccia esibizioni a lui, non gradite!».

[…] si sollevò su una gamba sola e li guardò come chi osserva un’animale per la prima volta.

 

Precisione, precisione e ancora precisione

La qualità dello stile è incostante: raramente descrive bene, spesso non descrive affatto, troppe volte si adagia sugli allori e ricicla le stesse espressioni linguistiche. Ancora peggio, questo stile racconta quando dovrebbe mostrare.

Persevererò nella predicazione della tecnica dello show, don’t tell finché avrò fiato: le scene cardine di un romanzo vanno mostrate, non raccontate. Sono troppo importanti per essere liquidate in una manciata di parole.

In quel momento Cordelia lanciò un urlo. Non di rabbia, stavolta, ma di dolore.
La diciassettenne abbassò le braccia e lanciò anche lei un grido. Quello che vide la spaventò enormemente: la cugina era stata colpita alle spalle da una freccia.

Raccontando, riassumendo, si privano i colpi di scena del giusto impatto.

Vorrei vedere Cordelia digrignare i denti, storcere la bocca, tremare nel tendere una mano verso l’asta piantata nella schiena. È attraverso le azioni concrete, e non le descrizioni astratte, che si caratterizzano i personaggi. Imboccare il lettore con la pappa pronta dicendo che tal personaggio si spaventa enormemente, invece di descrivere la paura come, che so, una sensazione di gelo nelle ossa o di un cuore che tenta di sfondare la cassa toracica, non sollecita alcun interesse né coinvolge il lettore emotivamente.

Questo è mostrare:

I loro volti erano ingialliti, pieni di pustole, i denti cariati, le ossa quasi fuoriuscivano dalla carne magrissima. Le case erano distrutte, dalle fontane usciva solo acqua sporca.

Questo no:

Il cavallo si trasformò diventando improvvisamente enorme.

Raccontare equivale ad annacquare una bottiglia di Barolo. Per scrivere bene, bisogna sforzarsi di essere precisi. Ma non sempre vale questa regola…

Annuì poi con la testa.

Questa precisazione è superflua perché si annuisce solo con la testa.

E il libro è tutto così.

 

Dulcis in fundo

Sapete qual è il colmo? Che nella prefazione al romanzo qualcuno di cui non voglio fare il nome abbia avuto la faccia di bronzo di lodarne lo stile. Questa, signori, non è professionalità. È una presa in giro nei confronti dell’autrice che nonostante la giovanissima età e i limiti dettati dall’inesperienza si è messa in gioco e con dedizione ha portato a termine un’impresa di cui c’è solo di che andare orgogliosi. Lo stile è immaturo? Sì. Sono presenti errori di grammatica? Cavolo, sì. Allora è un obbligo morale farglieli notare perché ne diventi cosciente e corregga il tiro in vista di lavori futuri. Mentire non è costruttivo.

 

Per concludere

Un’animale. C’è l’avevi. Daron e Corr, erano affianco a lui. Annuì con la testa. […] decapita chiunque faccia esibizioni a lui, non gradite.

Al rappresentante di Apollo Edizioni che si spertica in complimenti sullo stile (“Ogni parola, ogni punto e perfino ogni virgola è meditata e giustapposta […]” ) vorrei chiedere se il libro l’ha quantomeno sfogliato o se l’ha usato per assestare la gamba del tavolo.

Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.

La lepisma libraia