[Recensione] “L’uomo che metteva in ordine il mondo” di Fredrik Backman

L’attesa ingolosisce e prepara le papille gustative. Talvolta è un bene tenere un libro in lista d’attesa per qualche settimana, o addirittura mesi, perché la lettura sia più gratificante. Ebbene, L’uomo che metteva in ordine il mondo è rimasto a vegetare per mesi in sala d’attesa prima di sentirsi chiamare dall’infermiera e distendersi sul tavolo operatorio. Allora è stato sezionato pagina per pagina, personaggio per personaggio: questa recensione costituisce il (favorevolissimo) referto.

 

L'uomo che metteva in ordine il mondo.Titolo: L’uomo che metteva in ordine il mondo
Autore: Fredrik Backman
Genere: narrativa/humor
Editore: Mondadori
Pagine: 321

Sinossi

Ove ha 59 anni. Guida una Saab. La gente lo chiama “un vicino amaro come una medicina” e in effetti lui ce l’ha un po’ con tutti nel quartiere: con chi parcheggia l’auto fuori dagli spazi appositi, con chi sbaglia a fare la differenziata, con la tizia che gira con i tacchi alti e un ridicolo cagnolino al guinzaglio, con il gatto spelacchiato che continua a fare la pipì davanti a casa sua. Ogni mattina alle 6.30 Ove si alza e, dopo aver controllato che i termosifoni non stiano sprecando calore, va a fare la sua ispezione poliziesca nel quartiere. Ogni giorno si assicura che le regole siano rispettate.

Eppure qualcosa nella sua vita sembra sfuggire all’ordine, non trovare il posto giusto. Il senso del mondo finisce per perdersi in una caotica imprevedibilità. Così Ove decide di farla finita. Ha preparato tutto nei minimi dettagli: ha chiuso l’acqua e la luce, ha pagato le bollette, ha sistemato lo sgabello… Ma… Ma anche in Svezia accadono gli imprevisti che mandano a monte i piani. In questo caso è l’arrivo di una nuova famiglia di vicini che piomba accanto a Ove e subito fa esplodere tutta la sua vita regolata. Tra cassette della posta divelte in retromarce maldestre, bambine che suonano il campanello offrendo piatti di couscous appena fatti, ragazzini che inopportunamente decidono di affezionarsi a lui, Ove deve riconsiderare tutti i suoi progetti. E forse questa vita imperfetta, caotica, ingiusta potrebbe iniziare a sembrargli non così male…

Voto:

 

L’uomo che metteva in ordine il mondo: la recensione

Io vorrei averlo, un vicino come Ove. Vorrei confinare con un vecchio un po’ misantropo e bisbetico che tenesse a bada gli scapestrati dalle tasche bucate che insozzano il quartiere di cartacce e mozziconi, che addestrasse i cani a spasso e soprattutto i loro insolventi padroni a non lasciare tracce del loro passaggio sui marciapiedi, pronte per essere calpestate e maledette, o, peggio ancora, macchie colanti sui muretti di confine a mo’ di rivendicazione di proprietà.

Ove, purtroppo, vive in un anonimo quartiere residenziale di un’anonima cittadina della Svezia e ha ben altri progetti da mettere a punto. Deve pensare a come appendere quel maledetto gancio sul soffitto, per dirne una, e dove comprare una corda che tenga fede alle promesse decantate sull’etichetta.

 

Quando il dolore distrugge e indurisce

Ove è un maniaco del controllo. È uno spirito pratico e onesto come pochi (a detta sua e, forse, con un pizzico di verità) ne sono rimasti al mondo: non evade le tasse, non passa col rosso, non tradisce la moglie allungando occhi e mani su esotiche bellezze: l’etica, ancora prima della libertà. Ove è il bambino che, cresciuto nella povertà materiale, riceve dal padre un’educazione dal valore inestimabile.

E Ove è, soprattutto, un uomo indurito dall’ingiustizia della vita.

 

Bianco e nero, ying e yang

Sono sei mesi che è morta. E Ove gira ancora per casa due volte al giorno per tastare i radiatori e controllare che lei non abbia alzato il riscaldamento di nascosto.

Si dice che gli opposti si attraggano. Nulla di più vero, almeno stando all’uomo che mette in ordine il mondo. Lei irradia felicità, lui sprizza acido da ogni poro; lei regge una tracolla di libri, lui la cassetta degli attrezzi. Lei spalanca le ali tarpate degli emarginati perché possano imparare a volare, lui affonda gli avambracci nella morchia di un motore perché possa tornare a rombare. Lei negli abbietti vede il potenziale, lui delle foto segnaletiche.

Lei era, lui è, e di quest’essere al presente Ove è semplicemente stufo.

 

Quella è la porta, uomo che metti in ordine il mondo

Non capisce la gente che dice di non vedere l’ora di andare in pensione. Come si può desiderare per una vita intera di essere superflui?

Dopo quarant’anni a ricoprire un ruolo nella stessa azienda, Ove si vede offrire la pillola indorata del benservito con un licenziamento mascherato da pensione anticipata. C’è da rimodernare l’armadio, si giustificano i piani alti. È ora di sfilare dalle grucce i baby boomer e far subentrare le nuove generazioni. Di rottamare i cerchioni ormai usurati e ordinare pezzi di ricambio lucidati. È tempo, insomma, che l’obsoleto addetto ai lavori restituisca l’elmetto da ingegnere e osservi la vita dei cantieri dalla prospettiva passiva di un attempato umarell.

Sentendosi inerme e anche un po’ tradito, Ove è costretto a inghiottire il boccone di bile, perché ribellarsi è come voler abbracciare il vento. Per digrignare i denti ci sarà tempo in abbondanza nella solitaria eternità che lo distanzia dalla tomba. Senza più un ruolo nella società, senza più mensole che debbano essere aggiustate, senza più una moglie da vezzeggiare… qual è il senso della vita, si chiede Ove?

Un’intera società in cui nessuno sa più fare retromarcia con un rimorchio, e vengono a dirgli che lui non serve più?

Quando ti sbattono la porta alle spalle, pensa Ove, non ha senso attendere l’ipotermia seduti sullo zerbino. Tanto vale andare incontro alla signora con la falce e valicare il confine con la dignità di un uomo che ha perso tutto tranne il proprio diritto al suicidio.

L’uomo che metteva in ordine il mondo è la storia di una serie di tentativi di suicidio l’uno più spassoso e struggente dell’altro.

 

Non si può più morire in santa pace

Ove odia gli imprevisti per partito preso, e li odia ancora di più quando bussano alla porta con l’urgenza e l’esuberanza di una nuova vicina di casa. Parvaneh e relativa famiglia irromperanno nel suo salotto con la forza travolgente di una slavina e con la stessa facilità, in un alternarsi di lacrime e risate, smonteranno qualsiasi suo tentativo di ricongiungimento coniugale post mortem.

Perché, ancora prima di un posto nella società, Ove è in cerca di qualcuno che possa far breccia nella sua scorza indurita dal dolore e dal senso di tradimento, qualcuno che non arretri di fronte ai suoi ringhi da animale maltrattato. È come un diamante crepato: indistruttibile e impenetrabile salvo che per una stretta feritoia. Difficile, ma non impossibile, raggiungerne il cuore di ghiaccio che attende solo il disgelo di un tocco caldo per poter tornare a irradiare calore. A pochi – fra questi, uno spelacchiato gatto randagio – è dato il privilegio di sgusciare attraverso questa fessura.

L’uomo che metteva in ordine il mondo è un romanzo sul valore del sacrificio, della comunità e della comunanza nelle avversità della vita. Gli atolli solitari vanno presto alla deriva: bisogna costruire ponti per agganciare le isole minori, non sfoderare i cannoni alla prima, pallida avvisaglia di invasione delle acque territoriali. Dal titolo di un saggio di Thomas Merton, nessun uomo è un’isola. Nessuna esistenza sarà mai priva di un senso, nessun uomo di uno scopo.

 

Per concludere

Un romanzo che insegna ad amare se stessi e gli altri.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Salvare le ossa” di Jesmyn Ward

Copertina di Salvare le ossa.

Nel 2012 usciva Re della terra selvaggia. Reclamizzato come film fantasy sui palinsesti cinematografici italiani, è stato trattenuto fuori dal cono di luce dei riflettori. Ha dunque fatto una comparsata sulle reti televisive, qualche anno più tardi, riscuotendo un modesto indice di ascolto. Se rientrate nella percentuale che finora se lo è fatto scappare, l’ovvio consiglio è di colmare la lacuna. In caso contrario, lascio a voi il piacere di scovare le differenze e i parallelismi con Salvare le ossa di Jesmyn Ward.

 

Salvare le ossa.

Titolo: Salvare le ossa. Trilogia di Bois Sauvage. Vol. 1
Autore: Jesmyn Ward
Traduttore: Monica Pareschi
Genere: drammatico/young adult
Editore: NN Editore
Pagine: 316

Sinossi

Un uragano minaccia la città di Bois Sauvage, Mississippi. Esch ha quattordici anni ed è incinta; suo fratello Skeetah ruba avanzi di cibo per i cuccioli di pitbull che stanno morendo nella polvere, mentre Randall e Junior cercano di farsi valere in una famiglia che sembra non conoscere la solidarietà. Nei dodici giorni che precedono l’arrivo devastante dell’uragano Katrina, i quattro fratelli orfani di madre si sacrificano l’uno per l’altro come possono. Uno sguardo potente e straziante sulla povertà rurale, Salvare le ossa è un romanzo rivelatore e reale, innervato di poesia.

Voto:

 

 

Salvare le ossa: la recensione

Salvare le ossa, libro primo della trilogia di Bois Sauvage, è un ritratto sulla violenza dipinto a tonalità d’amore.

La prima pennellata di Jesmyn Ward è bianca come il pelo porcellana di China, una femmina di pitbull in procinto di partorire sul pavimento sporco di una baracca. Sotto allo sguardo attento del suo padrone, il sedicenne Skeetah, e a quello del punto di vista narrante Esch, China sforna una cucciolata di futuri guerrieri. Il suo amore verso i piccoli sarà quello inaridito e incostante di chi ha disimparato l’istintivo affetto materno sostituendolo con l’impulso omicida dei cani da combattimento.

L’amore tra Skeetah e China, invece, fluisce costante, puro e spiritualmente illimitato. Skeetah sta al suo cane come Laira Belacqua sta al suo daimon: due anime distinte ma interdipendenti, testa e coda della stessa moneta. Impegnati a disconoscere il resto del mondo al di là del perimetro dei reciproci abbracci, non sanno di essere oggetto di malinconica invidia.

Alla sorella Esch, che ama, e al coetaneo Manny che non corrisponde, si sovrappone infatti la tragedia greca di Medea e degli Argonauti. Vestendo i panni sporchi di un moderno Giasone, Manny volta le spalle e declina qualsiasi paternità verso il figlio che Esch scopre di portare dietro agli spigoli smussati di un corpo dalla femminilità acerba. Esch è stata costretta a crescere come un virgulto solitario, esile ma corazzato di spine, in un mondo degradato che sembra tagliato apposta per l’irruenza maschile. Orfana di madre, il cui amore incorporeo è una presenza costante che aleggia nella sua mente in forma di buoni consigli e nostalgici ricordi d’infanzia, Esch dovrà scendere a patti con la nuova rotondità del suo ventre. Per questo identificherà in China, anche lei madre inesperta, una guida da cui imparare il significato di maternità.

 

Le altre tonalità d’amore

Randall, coi suoi diciassette anni, è il maggiore dei fratelli. In uno scenario in cui i più scialacquano i loro giorni in una mera lotta per la sopravvivenza, lui palleggia per il campo da basket e punta in alto, nel gioco come nella vita vera: ogni lancio che attraversa il canestro segna un passo in più verso il college e la fondamentale borsa di studio per frequentarlo. Figlio non modello, ma l’unico addomesticabile e vagamente addomesticato in un branco di belve con le orecchie retratte.

Amore infantile e a tratti asfissiante è quello che Junior, sette anni appena, nutre per i suoi fratelli più grandi. Se non è andato a infilarsi nei cunicoli fangosi sotto alle fondamenta di casa, si può star certi di trovarlo nel raggio d’azione delle braccia di Randall. D’altronde è lui la sua figura di riferimento, il faro all’orizzonte del mare aperto, il destinatario di imprinting. Il surrogato dell’amore paterno di cui lui non ha mai beneficiato e di cui i suoi fratelli sono stati privati. L’amore di madre ha raggiunto il picco alla sua nascita per poi spegnersi nel sacrificio per eccellenza: la donna che baratta la propria vita per quella del figlio.

Perfino dopo queste premesse, Ward è ben lungi dall’aver esaurito gli spazi vuoti sulla tela. E sulla tavolozza rimane ancora una varietà d’amore da miscelare, l’ultima: l’amore di un padre che affoga la vedovanza nell’oblio della birra. Il suo cuore, come quello indurito di China, è mal funzionante. Atrofizzato dal dolore e dalla solitudine della perdita, difetta di energie per interessarsi davvero dei figli, eppure non ha perso il suo sesto senso.

Come la leonessa che fiuta il bracconiere ancora prima di vederne il fucile, il padre di Esch annusa per primo il pericolo nell’aria del Mississippi. Sprangate le finestre, ordina, fate incetta di acqua potabile e di carne in scatola. Consapevole di incorrere nel rischio di guadagnarsi l’appellativo di svitato di Bois Sauvage, attirerà a sé tutta la famiglia, o tenterà di farlo, in una disperata missione di rinforzo strutturale della casa. Perché?, chiedono i figli alzando il sopracciglio. Perché è in arrivo un uragano. Un’alzata di spalle, giovani occhi che ruotano spazientiti nelle orbite. Ne abbiamo avuti tanti, che vuoi che sia?

Di lì a un grappolo di giorni, quell’uragano sarà battezzato Katrina. E siamo a Bois Sauvage, in Mississippi, dove le calamità naturali non si consumano dietro lo schermo del televisore a migliaia di chilometri di distanza, ma infuriano appena al di là del vetro traballante di una finestra…

 

La distruzione ha nome di donna

China è l’incubo dei cani da arena. Sfila fra di loro con la corona in testa, al pari di Madre Natura che, con un ritmo fortuito e senza favoritismi, con un colpo di scettro ricorda a tutti chi comanda davvero. In quanto a Esch… dirò solo che avrà la sua occasione per sfoderare le unghie e non mancherà di sfruttarla a dovere. Nella comunità maschiocentrica di Bois Sauvage, insomma, la femminilità è distruzione.

Non a caso, Esch si serve di China e della mitica Medea, figure femminili passionali, violente e vendicative, come chiavi di interpretazione della squallida realtà che la circonda. Le ammira e al tempo stesso le teme, perché pensa inconsciamente di condividerne il destino. Come Hushpuppy, Esch interiorizza il mondo esterno in forma di immagini e simbolismi e si sente parte integrante di un universo che pulsa, vive e respira dal più infimo sasso al più maestoso elefante. C’è dunque un senso di predestinazione che vela la realtà come restituita dai suoi occhi di adolescente.

Ogni metafora che Ward verga sulla pagina è unidirezionale, tesa a profetizzare l’arrivo dell’entità distruttrice per antonomasia: l’aria è densa, stagnante e impregnata d’acqua, tanto che alla protagonista quanto al lettore pare quasi di respirare attraverso una garza. Il ritmo della vita nella Fossa, dove sorge la casa della famiglia di Esch, viene scandito, più che dal ticchettio degli orologi, da gocce di sudore che cadono a punteggiare la terra rossa sotto ai piedi. Delle comodità della vita dell’entroterra, poi, a Bois Sauvage non riesce a spingersi nemmeno l’eco, figurarsi uno smartphone con tutti i circuiti intatti. Non si chiama estate quella che non viene sconquassata da almeno un paio di tempeste tropicali. Flora e fauna devono imparare ad adattarsi e risollevarsi, pena l’estinzione, perché non c’è cementificazione che tenga alle forze primordiali della Terra.

In una comunità già provata dall’asocialità dei suoi componenti, la minaccia di Katrina, ancora giovane, ancora un afflato di vento all’orizzonte, viene sottovalutata e archiviata come l’ennesima seccatura che va a impilarsi su una risma di altre noie quotidiane. A lei e alla sua furia distruttrice, infatti, saranno dedicati solo due dei dodici capitoli del romanzo. Ma il destino, evocato da Esch attraverso i continui rimandi al mito e all’idea di una femminilità distruttrice, è deciso ad avverarsi. Profetiche, allora, si rivelano le parole del padre:

«L’uragano… finalmente ha un nome. È una donna, sono i peggiori. Katrina».

La dicotomia uomo/natura, o uomo/donna, è così capovolta: a Bois Sauvage è la seconda a dominare sul primo, e non viceversa.

La natura che delizia con la luce del sole e gli alberi da frutto è insomma la stessa che tira per strappare le mani aggrappate l’un l’altre. E, paradossalmente, finisce suo malgrado per agire come una forza unificatrice: le braccia incrociate e i musi lunghi si rilassano e si tendono a intercettare chi affiora dall’acqua a supplicare un aiuto. L’isolamento selettivo di ciascuno finisce dove si richiede la cooperazione straordinaria di tutti. Perché ci si possa appuntare sul petto la mostrina dei sopravvissuti; perché si possa volgere lo sguardo a un cielo che, nero da giorni, finalmente si schiarisce. O per salvare le ossa, almeno quelle.

 

Per concludere

La tragedia moderna e ricca di simbolismi di Salvare le ossa è la rara nuvola di pioggia in un deserto editoriale di trame riciclate e personaggi preconfezionati. Vai così, Jesmyn, che la tua penna sia un modello da cui trarre lezioni di stile.

Aggiornamento: è stato tradotto il sequel (che non ho letto), dal titolo Canta, spirito, canta. Qui la scheda del libro su Goodreads.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Le volpi del deserto” di Pierdomenico Baccalario

Copertina de Le volpi del deserto.

Pierdomenico Baccalario si è costruito la reputazione di autore di romanzi fantasy, qui in Italia come anche all’estero, ma all’inizio di quest’anno è tornato in libreria con un romanzo di pura narrativa dal titolo Le volpi del deserto. Niente elementi soprannaturali a questo giro, dunque, ma tanta, tanta Storia e natura incontaminata resa vivida da uno stile esperto. Che dite, sorvoliamo anche noi le dune del paesaggio corso insieme a Morice e alla sua famiglia?

 

Le volpi del deserto.

Titolo: Le volpi del deserto
Autore: Pierdomenico Baccalario
Genere: ragazzi/narrativa
Editore: Mondadori
Pagine: 316

Sinossi

Due volpi e un segreto. Morice è il ragazzo destinato a svelarlo.

Si è molto scritto sui cercatori di tesori. Quasi mai su chi li nasconde. Credo che la cosa più difficile, per chi nasconde un tesoro, sia riuscire a nasconderlo a se stesso.

Morice a undici anni si è appena trasferito a Dautremere, un paesino sperduto della Corsica: mentre i suoi genitori gestiranno il decadente Hotel Napoléon, lui andrà in giro a registrare i suoni del mare. Almeno, questa è l’intenzione, finché un pomeriggio incontra Audrey, sua coetanea: è lei a rivelargli l’inquietante scomparsa di un marinaio tedesco che viveva lì. E questo non è l’unico mistero. Ben presto Morice e Audrey scoprono che su tutto il paesino aleggia un oscuro segreto che risale alla Seconda guerra mondiale. La stessa guerra in cui Rommel, il generale nazista detto “la Volpe del deserto”, e Saint-Exupéry, il celebre autore del Piccolo principe, potrebbero essersi alleati per stravolgere le sorti del conflitto, scatenando una caccia al tesoro che dura da quarant’anni e che porta proprio a quelle scogliere… Età di lettura: da 11 anni.

Voto:

 

Le volpi del deserto: la recensione

Non fosse curvo su una scrivania a ticchettare piccoli capolavori a tastiera, con la retroilluminazione di un monitor a proiettargli sul viso un tenue bagliore bianco, Baccalario lo vedrei bene ad accogliere turisti con mazzi di chiavi d’ottone da dietro il bancone di una reception. Infatti, Le volpi del deserto prende in prestito, come ha già fatto in passato il primo episodio della serie fantasy Century dello stesso autore, l’atmosfera internazionale e misteriosa degli hotel popolandola di un cast di personaggi da Golden Globe.

Con una sola differenza: Morice e la sua famiglia, al contrario di Electra, l’allora eroina, della professione di albergatore ne sanno quanto un tarlo di astrofisica.

 

Quando la cordicella del mouse non era appendice del braccio

Siamo all’alba dell’estate del 1986 – l’anno in cui il Messico ospitò i Mondiali di calcio – quando i genitori di Morice decidono, del tutto arbitrariamente, di abbandonare la sicurezza del continente, identificato nella città di Marsiglia, per tuffarsi nel punto interrogativo di un paesino abbarbicato sulla costa della Corsica e lì gestire – o imparare a gestire – il fatiscente Hotel Napoléon.

In macchina, inerpicandosi fra le stradine del brullo scenario corso, viaggiano in cinque: mamma, papà, Morice, la sorellina Mirabelle e Jenska, la sorella maggiore nel pieno fuoco di una ribellione adolescenziale e che già scalpita alla prospettiva di trascorrere un’estate all’insegna della monotonia.

Morice, però, aspirante rumorista dal cui punto di vista si registra la storia, zigzaga con gli occhi al di là del finestrino e processa la novità con crescente ottimismo, perché la trasferta nella tranquilla Dautremere costituisce un’occasione ghiottissima per arricchire la sua banca dei suoni con altri rumori che siano quelli dei clacson insofferenti e dei motori che sfrecciano sull’asfalto.

E mentre si immagina di allungare un microfono verso una cicala frinente, si guarda di lato a sorridere verso il bambino riflesso che solo lui vede.

 

Uno spiedino di misteri

La prenotazione inaspettata di una coppia di turisti tedeschi, un funerale senza il morto, un padrone di casa impiccato, carcasse di conigli appese al cancello dell’hotel a mo’ di striscione di benvenuto. Più ci si addentra nel sottobosco de Le volpi del deserto e più cala il buio, in un crescendo di ombre che allontana il libro dagli scenari edulcorati del genere per ragazzi. In dirittura d’arrivo, infatti, la tensione è da romanzo thriller.

Perché i dautremeresi piangono su una bara vuota? Cosa stanno complottando i due turisti teutonici che quatti quatti e instancabili, come cani da tartufo dal formidabile senso dell’orientamento, setacciano ogni anfratto dell’hotel? Soprattutto, dov’è l’oro di cui tanto si parl(ott)a?

La caccia al tesoro che nasce come un innocente passatempo si spinge oltre la salsedine e il solleone di Dautremere ed evolve in una catena di misteri di scala internazionale, e a dare l’abbrivio alla fantasia di Baccalario è proprio la nostra Storia, con le sue guerre, i suoi soldati, i suoi strateghi in carne e ossa i cui nomi ritroviamo sui banchi di scuola.

Forti del loro spirito avventuroso e del tempo libero concesso dalla pausa estiva, Morice e Audrey si tuffano a braccia tese nella risoluzione dell’enigma, ma non sanno che, al traguardo, una fossa di serpenti attende il loro passo falso…

 

Per concludere

Una pagina tira l’altra, come la canonica ciliegia.

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La lepisma libraia

Le volpi del deserto: errata corrige

Questi sono, in ordine di apparizione, i refusi presenti nella versione Kindle de Le volpi del deserto come disponibile su Amazon a fine agosto 2018. In un futuro utopistico, un dipendente della Mondadori leggerà queste righe e deciderà di provvedere…

Scivolai fuori dalla lenzuola per sciacquarmi la faccia
Sentii Fabrice pasticciare nella mia testa e mandami una serie di idee
«Cosa gli è successo?» domandò Audrey. «Nessuno la sa. […]»
sotto le nuvole si sentiva un’assordante rumore di macchine meccaniche
Che fine aveva [fatto] Puschbach.
Oscar Tardì entrò senza aspettare risposta, come proba bilmente
La cicala nascosta tra i rami del gelso era assordante, come se stesse annunciando la fine del mondo[.]
affondato in mare basso durante un esercitazione con un U444

[Recensione] “Una vita da libraio” di Shaun Bythell

Copertina de Una vita da libraio.

Qual è il destino dei nostri libri quando noi non ci saremo più? Una vita da libraio di Shaun Bythell risponde in parte a questo quesito del nostro post-mortem. Qualche giorno fa vi avevo anticipato l’uscita di questo romanzo autobiografico made in Scozia con parole che lasciavano sperare in un giudizio positivo, e ora rifaccio capolino sul blog per segnalare che sì, questo romanzo s’ha da leggere!

 

Copertina di Una vita da libraio.

Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Genere: autobiografico/humor
Editore: Einaudi
Pagine: 384

Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello. Una storia incantevole per chi crede che un libro sia per sempre.

«Stavo uscendo dalla cucina con la mia tazza di tè quando un tizio in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna piú corti del normale mi è rovinato addosso e me l’ha quasi fatta cadere. – È mai morto nessuno qui? – mi ha chiesto poi. – Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta? – Non ancora, – gli ho risposto, – ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell’usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be’, più o meno… Dal cliente che entra per complimentarsi dell’esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d’acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l’esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l’anticipo dell’edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.

Voto: ½

 

La recensione

Wigtown, paesino scozzese che conta meno di mille abitanti, si è guadagnato il titolo di “città del libro” per la sua concentrazione di librerie sul territorio. È proprio una di queste librerie, The Book Shop, che è stata rilevata dal nostro ginger Shaun Bythell nel 2001, quando il feroce monopolio di Amazon non era che uno sbuffo di vapore profumato in lontananza.

Shaun è un libraio che traffica nel mercato di seconda mano. Dopo un decennio trascorso a lanciare anatemi ai clienti insolenti e ai volti più anonimi del colosso dalla A alla Z, decide, in una data totalmente arbitraria quale il 5 febbraio, di tenere un diario delle (dis)avventure che aggiungono il sale alle sue giornate lavorative.

Una vita da libraio viene così alla luce in una tipica giornata invernale in libreria: fredda, uggiosa e scandita da una sparuta clientela. Si verrà subito a sapere, infatti, che gestire un negozio di questo tipo è sì un lavoro incantevole, ma cela anche dei lati bui. All’indefessa ricerca di nuovo materiale con cui riempire i buchi negli scaffali si alternano periodi di digiuno forzato del totale giornaliero di cassa che talvolta non supera le 10 sterline.

 

Non tutto è oro quel che brilla…

Se già la gente è restia a investire tempo e denaro nella lettura dei libri più recenti e inflazionati, lo sarà ancora meno nell’acquisto di merce di seconda mano, a prescindere dalle sue condizioni e dalla sua rarità. Anzi, non si tratta di reticenza ma di vera e propria mancanza di pudore: fra una pagina e l’altra Shaun riporta incontri ravvicinati del terzo tipo in cui potenziali clienti pretendono sconti su libri già scontati, vanificano gli sforzi organizzativi del personale seminando libri a casaccio nel locale, cancellano e sostituiscono i prezzi scritti a matita sulle etichette e si presentano al bancone con tutta la superbia di chi crede che il libraio sia un fessacchiotto sonnacchioso affetto da amnesia che gli venderà un volume del 1800 rilegato in cuoio alla modica cifra di una sterlina e mezzo.

Ma Shaun è ormai impermeabile a queste dimostrazioni di inciviltà e reagisce alle provocazioni come un vero gentiluomo: con risposte al vetriolo e un umorismo irresistibile. Della stessa natura è Nicky, la sua eccentrica assistente in pianta stabile, che nasconde sempre delle sorpresine culinarie sotto la manica (specialmente di venerdì, giorno in cui si palesa in negozio con succulenti manicaretti da lei scovati in supersconto al discount) e delle frecciate argute sotto la lingua.

Questa, una delle tante conversazioni marziane fra Shaun e una non-cliente:

Woman: ‘I was in your shop during the book festival and found a book about old ruined gardens of Scotland in your new books section. Could you tell me what the title is?’
Me: ‘No, I am afraid not. I know the book you’re after and would be happy to sell you a copy, though.’
Woman: ‘Why won’t you tell me the title?’
Me: ‘Because as soon as I do you’ll just go and buy it on Amazon.’
Woman: ‘No, I’ll send my mother round to pick it up from you.’
Me: ‘Oh good, in that case can I take your credit card details and your mother’s name? I’ll put it to one side once you’ve paid for it.’
At this point she hung up.

 

… è platino!

A dispetto della maleducazione e della cinghia da tirare, però, Shaun non demorde. Niente, per lui, è secondo alla scarica di adrenalina che suscita il ritrovamento fortuito di un volume raro fra migliaia di contenitori di carta straccia. Il negozio è infatti solo metà del suo lavoro: col suo furgoncino scorrazza di paese in paese rispondendo agli appelli di persone che, per un motivo o per l’altro (lutto in famiglia, mancanza di spazio, trasloco, necessità di denaro…), si rivolgono al suo servizio per sgombrare quintali e quintali di libri. Le collezioni di cui bisogna disfarsi sono le più disparate: si va da libri conservati come reliquie a raccolte seppellite da diversi strati di peli di gatto, da repertori di teologia, difficilmente vendibili, a cataste di volumi sui treni e i sistemi ferroviari. Sorprendentemente, la compravendita di questi ultimi è una delle più floride e remunerative per il negozio.

Grazie al carattere autobiografico del romanzo, per noi lettori si sprecano i riferimenti al mondo reale, come le recensioni del negozio su TripAdvisor. Non mancano, inoltre, chicche quali il sito web della libreria, la pagina Facebook e il canale di YouTube dell’autore.

 

La condanna ad Amazon

Da innocua strisciolina di fumo a nuvolone pestilenziale. Da umile concorrente a gargantuesco mietitore che falcia tutti i piccoli commercianti sul suo cammino e contribuisce alla loro estinzione.

Dire che tra Shaun e Amazon non scorre buon sangue è un eufemismo: Shaun odia Amazon. Lo odia perché può permettersi di giocare al ribasso, lo odia perché la vendita di libri al dettaglio non sbanca il lunario e i guadagni vanno integrati con le vendite via internet. Shaun odia così tanto l’azienda di Bezos da aver affisso in negozio, a mo’ di oggetto coreografico, un Kindle che lui stesso si è concesso il lusso di trapassare con un proiettile. Con lo stesso orgoglio di un cacciatore che imbalsama un cervo e ne appende il palco di corna sopra la porta del rifugio alpino, Shaun esibisce in bella vista, nel regno dove lui governa sovrano, il simbolo del suo Nemico Giurato: la concorrenza sleale di Amazon.

 

Ripetitivo ma trascinante

L’unica critica che mi sento di muovere punta il dito contro l’eccessiva lunghezza del romanzo: Nicky che timbra il cartellino in ritardo di un quarto d’ora, le condizioni meteorologiche del cielo sopra Wigtown, gli ospiti del negozio, le toccate e fuga per una pinta al pub… è con questo ritmo che Shaun si barcamena giorno dopo giorno, un viver quotidiano che viene talvolta interrotto da ristrutturazioni, gatti randagi che si intrufolano in casa, passeggiate in natura e weekend trascorsi ad attendere un salmone all’amo.

A circa 3/4 del percorso, insomma, ho trovato il romanzo un po’ ripetitivo. Ciò non toglie che l’epilogo porti con sé un senso di completezza: varchiamo l’ingresso di The Book Shop il 5 febbraio e ci congediamo il 4 febbraio dell’anno successivo. Per 365 giorni viviamo al fianco di Shaun. Abbiamo modo di fare la conoscenza dei suoi amici, del suo gatto, della sua casa. Assorbiamo il suo modo di pensare e l’etica del suo lavoro. Impariamo a stimare le sue iniziative volte a far fronte all’avanzata imperante del commercio digitale. Arriva un punto in cui noi stessi ci sentiamo come a casa nostra, in questa intima atmosfera di scaffali fino al soffitto, e nonostante le doverose potature tiriamo la maniglia verso di noi con più di un tentennamento. Magari qualcuno di voi che leggerà il romanzo si sentirà, come è capitato a me, colto dal desiderio improvviso di stringere la mano di Shaun in prima persona.

Punta di diamante della cronaca di un anno sarà il festival del libro che si tiene a Wigtown nell’ultima settimana di settembre. Allora la libreria si tinge a festa, il dedalo di corridoi si popola di visitatori e la cassa straborda di banconote. L’ultimo alito di vita prima del lungo letargo invernale. Poi, a seguire, di nuovo il disgelo. Vale la pena, per Shaun? Eccome. Questo è il ciclo della sua vita, e da lettrice che non disdegna i libri di seconda mano non posso che augurargli cento di questi anni.

 

Per concludere

Un acquisto imprescindibile per chi si considera lettore forte o amante dei libri di seconda mano.

Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Mezza stellina.

La lepisma libraia