[Recensione] “Braccati” e “Verso Jannar” di Eleonora Pescarolo

Copertina di Braccati di Eleonora Pescarolo.

Preambolo necessario: ringrazio di cuore la casa editrice Adiaphora Edizioni per avermi inviato una copia digitale di questi libri in cambio di una recensione onesta. Chi volesse fare richiesta di recensione può consultare questa pagina. La lepisma non morde (non troppo, almeno): fatevi avanti! 🙂
Quest’oggi vi porto tra le profondità glaciali del Deep Space con Braccati, un’opera di fantascienza nostrana in coppia con il racconto breve Verso Jannar. Vediamoli assieme!

 

Titolo: Braccati
Autore: Eleonora Pescarolo
Genere: fantasy/sci-fi
Editore: Adiaphora Edizioni
Pagine: 198
Serie: Cherry Fox, #1

Sinossi di Braccati

La Caccia alla Volpe è di nuovo aperta.
Dopo tre anni di apparente quiete e inosservato contrabbando, Ireen Devar fugge a bordo della Ruvak assieme al copilota Korrar Tammon, nel disperato tentativo di proteggere ciò che in mani nemiche potrebbe far risorgere la tirannia nella Galassia.
La Sirena di Jannar.
Il cristallo alieno da sempre al centro di miti e complotti.
Il passato, però, non dà loro tregua. Un tormentato passato di schiavitù e soprusi, di perdite e addii. Un passato da cui risorge la figura della Cacciatrice di Schiavi Calhar Redna, sadica e inarrestabile, e l’incubo dell’esplosione che ha dilaniato corpo e anima dell’astronave Ruvak.
Un passato di tradimenti, come quello architettato da Nardim, un tempo amico e ora spietato omicida votato al folle Culto di Gaanar.
La ragione di ogni cosa sembra risiedere nel DNA di una creatura ambigua, aliena e incredibilmente potente: un’adolescente di nome Nouv’al.
La Caccia alla Volpe è aperta e Ireen Devar dovrà tornare a combattere.

Voto:

Il racconto prequel

Verso Jannar,Titolo: Verso Jannar
Autore: Eleonora Pescarolo
Genere: fantasy/sci-fi
Editore: Adiaphora Edizioni
Pagine: 24
Serie: Cherry Fox, #0

Sinossi di Verso Jannar

I racconti speciali da collezione contengono momenti inediti della saga Cherry Fox, per scoprire antefatti sorprendenti sui personaggi della serie di romanzi attualmente in corso di pubblicazione.

 

Braccati: la recensione

Quali cambiamenti interesseranno la razza umana da qui al prossimo millennio? Getteremo finalmente luce sul mistero della massa invisibile dell’energia oscura? Entreremo in contatto con civiltà all’infuori del Sistema Solare? E che ne sarà del progresso sociale? Andrà di pari passo con quello tecnologico o, come nelle più fosche previsioni di Einstein, combatteremo una terza guerra mondiale a colpi di clave e lanci di sassi?

Nel suo romanzo Braccati, primo libro della serie Cherry Fox, Eleonora Pescarolo dimostra di avere le idee ben chiare sul futuro dell’umanità e su come si conquista il lettore dal Capitolo Uno alla parola Fine.

 

Schiavitù legalizzata

Nell’anno 1522 del Calendario Galattico, gli umani hanno da tempo abbandonato la presunzione di essere gli unici occupanti del cosmo e instaurato relazioni con le razze aliene con cui sono venuti a contatto. Tuttavia, lo sviluppo tecnologico e quello sociale viaggiano su valori inversamente proporzionali. Alla produzione di massa di navicelle per viaggi interstellari, infatti, si associa un clima sociopolitico in cui le stesse razze umanoidi della galassia sono diventate merce di scambio per pochi ricchi influenti. E gli umani puri, quelli il cui corredo genetico non si è mai incrociato con organismi compatibili, sono una mercanzia fra le più ambite.

È la nuova, endemica tratta degli schiavi.

 

Chi sono i braccati

Ireen Devar e Korrar Tammon portano impresso, sulla schiena e nella mente, il prezzo di questa involuzione. Sono loro i braccati del titolo, due cani con pedigree scappati dal loro recinto. Di razza bashara lei e umana lui, sono, per i commercianti di schiavi, dei golosi lingotti ambulanti verso cui è naturale stornare gli sguardi. Liberatisi di propria iniziativa dal guinzaglio del padrone, da tre anni sopravvivono in clandestinità dedicandosi al contrabbando nei bassifondi degli spazioporti.

Ma il padrone vuole indietro la sua proprietà. Vuole un collo con cui riempire quei collari vuoti. Remoti sono i tempi in cui si affiggevano volantini sui tronchi d’albero per ricercare i fidi compagni scomparsi: ora si assoldano i Cacciatori di Schiavi. A loro il compito, con la carota o più spesso col bastone, di ricondurre il gregge smarrito dal suo pastore.

Dopo tre anni di relativa libertà, Ireen e Korrar incrociano la strada con una bambina, un’ibrida umana dai poteri inconcepibili. E insieme a lei resuscitano spettri di un passato che pensavano di essersi lasciati alle spalle. Ignari delle fauci spalancate verso cui si stanno lanciando a bordo della loro nave, Ireen e Korrar devono cercare di venire a capo del mistero che sembra collegare questa prodigiosa bambina alla leggendaria Sirena di Jannar.

 

Ireen, indipendente Ireen

Le condizioni della vita in schiavitù, Ireen, l’umanoide sulla fantastica copertina, proprio non le regge. La sua coscienza d’acciaio non tollera manipolazioni esterne, né approva che ci si metta a giocare con la sua Ruvak, la nave con cui solca il vuoto dell’iperspazio insieme al secondo in comando Korrar. Da nullatenente a proprietaria di un’intera navicella: è lei la regina incontrastata di questo territorio, e poco importa che sia stato assemblato da pezzi di ricambio di seconda mano. La Ruvak è sua, come suo è il diritto di vivere lontano dall’oppressione di un collare sul collo.

Ireen, insomma, si preannuncia, fin dalle prime righe in cui entra in azione, una donna con attributi ben caratterizzati. Preferisce soccorrere invece di essere soccorsa, impreca senza tanti complimenti, fronteggia gli imprevisti a testa alta e con la mano ferma a stringere il calcio di una pistola al plasma. Ma ha anche dei vizi: non rubatele le sigarette, se vi preme la vita. Lasciate che alle paternali sui danni del tabagismo ci pensi il più mite Korrar, deciso a ripulirsi l’agenda da un passato di scelte discutibili.

Bastano poche pagine, insomma, per affezionarsi a loro e tifare per la loro squadra.

 

Conflitto, introspezione e azione nelle giuste dosi

Calhar Redna, la Cacciatrice di Schiavi, non è una sprovveduta come Wile Coyote: è esperta nell’avvicinare la preda e portare a termine la commissione per il cliente/padrone. Soprattutto, è un tipo di nemico che ha le qualità, come anche Nardim, il suo sgradito partner di caccia, per dare filo da torcere ai nostri protagonisti. Altrettanto scaltra, meglio attrezzata e determinata a incassare il gruzzoletto di missione compiuta, la sua è una battuta di caccia dove le distanze si accorciano inesorabilmente. Ogni capitolo è introdotto da coordinate spaziali e temporali e con un rapido calcolo ci accorgiamo che braccanti e braccati sono sempre più prossimi allo scontro. E più vediamo Ireen cedere terreno, più vorremmo avvertirla di guardarsi le spalle, perché i persecutori sono ben più vicini di ciò che lascia intendere lo specchietto retrovisore.

Lo stile va sempre dritto al punto, cede dettagli al giusto ritmo per mezzo di flashback e introspezioni e non si perde in sottotrame secondarie che esulano dall’arco narrativo principale. Talvolta mostra, altre volte racconta, com’è giusto che sia, e gestisce sapientemente più punti di vista senza saltare come una pulce da un personaggio all’altro nell’arco dello stesso paragrafo.

L’incipit è di quelli in media res, che ti abbrancano per la collottola e ti trascinano fin da subito nel mezzo dell’azione. Poche tirate di fiato per i nostri protagonisti e tanta worldbuilding per noi lettori! Il finale aperto appaga l’appetito e al contempo si riserva di trattenere abbastanza informazioni da stimolare le ghiandole salivari in vista del futuro sequel.

 

Uno spiraglio su Verso Jannar

Identificato come libro #0 della serie, Verso Jannar è un breve racconto che si consuma appena prima che gli eventi di Braccati aprano le danze e che fa chiarezza su alcune questioni rimaste in sospeso alla fine di questo volume. Per la fitta presenza di riferimenti, consiglio di leggerlo dopo essere già entrati in confidenza con Ireen e Korrar nel libro #1.

 

Per concludere

Un inizio col botto. Per la salute delle mie cuticole già parecchio tormentate, spero uscirà presto il secondo volume.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta” di Angelica Rubino

Copertina di Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta.

Primo preambolo: ringrazio di cuore Angelica Rubino, l’autrice di Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta, per avermi inviato una copia digitale di questo romanzo in cambio di una recensione onesta. Chi volesse fare richiesta di recensione può consultare questa pagina.

Secondo preambolo: spero abbiate trascorso delle buone feste e vi siate concessi una colossale scorpacciata di cioccolato, colomba e cannoncini. Che l’ago della bilancia sia con noi fino al prossimo Natale.

Terzo preambolo… stop ai preamboli, discutiamo del libro!

 

Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta.

Titolo: Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta
Autore: Angelica Rubino
Genere: fantasy per ragazzi
Editore: Apollo Edizioni
Pagine: 172

Britannia, anno 999. Il giovane Jeremy aspira a diventare un prestigiatore alla corte del re per sostentare la famiglia. Quando si presenta l’opportunità di accompagnare un cavaliere fino a Flourshing, centro nevralgico della monarchia, Jeremy si affretta a far fagotto e lascia il tranquillo villaggio natale di Adalama per inseguire nuovi orizzonti. Determinato a ottenere un ingaggio come giullare, Jeremy farà la conoscenza di molti personaggi e si ritroverà coinvolto in un’avventura imprevista che richiederà doti non comuni in un ragazzino della sua età. Re Deathproof, infatti, incarna i peggiori difetti dell’animo umano e cova intenti inquietanti: è alla ricerca del Melon, un manufatto celtico con proprietà in grado di conferire vita eterna. Quando allaccia un legame di amicizia con Kamila, la vera erede al trono ridotta in schiavitù dal re abusivo, lo spirito nobile di Jeremy non trova più requie: occorre ostacolare i piani di re Deathphoof a ogni costo.

Voto:

 

La recensione

Ambientato in una Britannia sospesa tra realtà e fantasia dove le fate si confondono tra la razza umana, Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta è un romanzo che condanna, con parole semplici e dirette, l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale.

Il bienno 999-1000 è stato testimone della fervida immaginazione di stampo catastrofista della gente del Medioevo. Si temeva, infatti, che allo scoccare del secondo millennio una serie di calamità naturali avrebbe distrutto la Terra e annientato tutta la vita sulla sua superficie. In questo scenario dai toni apocalittici si muovono i nostri protagonisti: l’anziana nonna nonché fata in incognito Juliana, i due giovani fratelli Jeremy e Janeka, il cavaliere Sam, il tiranno re Deathproof, la gentile Kamila e la coccolatissima e viziatissima figlia del re, Cordelia (che fa rima con Crudelia De Mon – un nome, una garanzia).

Jeremy Jenkhins e il fiore della montagna perduta riesce a disporre sulla scacchiera delle pedine ben sagomate e subito classificabili per colore. In questo tavoliere quadrettato come nella vita vera, non manca la presenza di una zona grigia in cui schierare i personaggi ambigui e in bilico tra forze opposte.

Una menzione particolare va ai membri del popolo celtico. È confortante sapere che ci sia ancora qualcuno che non attribuisce la paternità di Halloween agli americani. Angelica Rubino integra le tradizioni celtiche conosciute con altre, come la leggenda del Melon, concepite di proprio pugno. Visto come simbolo di prosperità e immortalità, il melo era davvero un albero sacro nella loro cultura. Può darsi che l’assonanza sia una coincidenza, ma a me piace pensare che queste allusioni siano frutto di ricerche.

 

Tanta cultura celtica, troppe feste

La trama tende un po’ a deviare per le strade secondarie di eventi accessori quali feste di compleanno e di Halloween. Se anche ho apprezzato molto il lavoro di studio sulle tradizioni celtiche, non è a Ognissanti che è intitolato il romanzo. A tratti pare che i nostri eroi siano più impegnati a imbellettarsi e sistemarsi i canini posticci che a sventare i piani di quel despota di re Deathproof.

L’impressione, insomma, è che il romanzo manchi di struttura e che i capitoli siano stati scritti d’istinto senza l’ausilio di una scaletta a prevenire deragliamenti di intreccio.

Le situazioni conflittuali non vengono sfruttate a dovere. Nei primi capitoli assistiamo a un dialogo tra Jeremy e sua madre: lui ha le formiche ai piedi dal desiderio di partire per la corte del re, lei avanza un inutile tentativo di metterlo in guardia dall’abitudine del sovrano di decapitare i giullari che non incontrano i suoi gusti artistici. Ma Jeremy è irremovibile e pronto a scommetterci il collo.

Qual è stata la mia reazione immediata? Mi sono sfregata le mani in previsione di vedermi somministrare una massiccia dose di conflitto: ce la farà Jeremy a farsi assumere o perderà letteralmente la testa? Accidenti, che posta in gioco, ora voglio proprio vedere come si tira fuori dal ginepraio! A dispetto delle mie rosee aspettative, tutto questo potenziale si è dissipato in poche righe:

Ecco, adesso era il suo turno.
“Ce la puoi fare, Jer” pensò fra sé aspettando che il re lo chiamasse dinanzi a lui per farlo esibire. Quando accadde, sentì un vento gelido attraversare il suo corpo ed entrargli nel sangue.
«Hai bisogno di qualcosa maghetto?» rise Deathproof.
A lui quel riso non piacque e si sentì imbarazzato.
«Sì, mi servirebbe un mazzo di carte» rispose.
[…]
Jeremy prese due carte e le mostrò al pubblico, dopo di che invitò Cordelia a inserirle nel mazzo in posizioni diverse e distanti fra loro. Lei lo fece. A quel punto lui disse di essere in grado di ritrovare le due carte semplicemente lanciando il mazzo in aria e…ci riuscì. Cordelia applaudì divertita e Deathproof si alzò in piedi per rendere omaggio l’artista. Daron tirò fuori dal baule il costume da giullare.

Fin.

Il protagonista che ha vita difficile ci calamita al libro, mentre un romanzo privo di contrasti è la quintessenza della noia. Parola d’ordine: conflitto. In un vecchio manuale di scrittura (il cui titolo sta attualmente giocando a nascondino nell’archivio dati della mia memoria…) si consigliava di seguire il detto “dalla padella nella brace”. Elevare i pericoli al quadrato invece di estrarne la radice, non lesinare cattiverie ai danni dei personaggi. Facciamoli tribolare per ottenere il loro lieto fine! Cosa sarebbe successo se Jeremy avesse indovinato solo una delle due carte?

In ogni caso, la storia di fondo è ricca di spunti di riflessione. Possiamo interpretare l’abisso di benessere tra il popolino e il re, tra chi sta alla base e chi alla sommità della piramide sociale, come un riflesso delle moderne classi di chi governa e chi lavora, dell’uno che frega e del milione che viene fregato. Ne servirebbero, di Jeremy! Nonostante il romanzo intrecci elementi del filone fantasy, quali le fate, appunto, ad altri che affondano radici nella Storia del nostro mondo, la tematica che affronta è più attuale che mai: sul trono che spetterebbe all’animo virtuoso siede, molto più spesso, il corrotto fino al midollo che puntualmente è disposto a vendersi l’anima al diavolo pur di piantarci il sedere vita natural durante (e oltre).

 

Ma siamo davvero in Britannia?

Ci sono, purtroppo, alcuni particolari che stonano.

Nella Britannia di Jeremy, all’imbrunire del 999, esistono gli zainetti e i panciotti. Ci troviamo in un universo parallelo che ci ha preceduto di cinque secoli nell’invenzione dei panciotti? Non viene specificato.

Manca il supporto di una mappa, anche appena abbozzata. Le distanze si misurano in generiche settimane di viaggio, non in chilometri. Non si sa dove siano le immaginifiche Adalama e Flourshing (o Flourishing, entrambe le grafie sono utilizzate) rispetto a Londinium e il Tamesis, gli unici toponimi geograficamente collocabili.

Sono mancanze da strapparsi i capelli? Certo che no, ma sono sintomatiche di una scarsa cura nei dettagli. La riuscita di un romanzo fantasy dipende da questi dettagli a prescindere dal target di lettura: non è che se un romanzo è per ragazzi allora posso costruire un regno “campato per aria”.

Messo da parte il fascino della cultura celtica, rimane insomma il quadro di una worldbuilding dipinta con pennellate rozze, in una disarmonia di colori da imputare, forse, più all’uso sbadato dei termini di cui sopra che a contaminazioni anacronistiche.

 

A(f)fianco, “c’è l’avevi” e virgole birichine

È giunto il momento di commentare il tallone d’Achille del romanzo: lo stile. Sarà un viaggio irto di spine. Vi chiedo il permesso di sottrarvi qualche altro minuto del vostro tempo e di leggere i paragrafi seguenti fino alla fine, dove troverete… no, la priorità alla recensione vera e propria. Non sbirciate con fulminei scorrimenti di rotellina del mouse, ché la lepisma vi guarda.

Dunque… c’è da dire che, tolta qualche intrusione di punto di vista (quello che viene definito PDV “ballerino”), la penna di Angelica Rubino si lascia leggere con scioltezza. Non si inceppa, né si esibisce in ghirigori barocchi. Questi (ottimi) punti a favore non compensano, però, i suoi gravi difetti.

Gravi, sì, perché lo scrittore è l’ultima persona da cui potrei aspettarmi imprecisioni linguistiche. Se sui refusi sono disposta a soprassedere perché non esiste un vaccino contro le distrazioni, non posso – e non sarebbe corretto ai fini di una valutazione sincera – ignorare i numerosi errori di ortografia e il posizionamento arbitrario delle virgole.

Daron e Corr, erano affianco a lui e russavano, coprendo i suoi già flebili passi.

«E’ già, d’altro canto […]» disse lei facendo l’occhiolino.

«Auguri!» risposero in coro i ragazzi «non c’è l’avevi detto!»

«Figlio mio, tu sai bene che Deathproof decapita chiunque faccia esibizioni a lui, non gradite!».

[…] si sollevò su una gamba sola e li guardò come chi osserva un’animale per la prima volta.

 

Precisione, precisione e ancora precisione

La qualità dello stile è incostante: raramente descrive bene, spesso non descrive affatto, troppe volte si adagia sugli allori e ricicla le stesse espressioni linguistiche. Ancora peggio, questo stile racconta quando dovrebbe mostrare.

Persevererò nella predicazione della tecnica dello show, don’t tell finché avrò fiato: le scene cardine di un romanzo vanno mostrate, non raccontate. Sono troppo importanti per essere liquidate in una manciata di parole.

In quel momento Cordelia lanciò un urlo. Non di rabbia, stavolta, ma di dolore.
La diciassettenne abbassò le braccia e lanciò anche lei un grido. Quello che vide la spaventò enormemente: la cugina era stata colpita alle spalle da una freccia.

Raccontando, riassumendo, si privano i colpi di scena del giusto impatto.

Vorrei vedere Cordelia digrignare i denti, storcere la bocca, tremare nel tendere una mano verso l’asta piantata nella schiena. È attraverso le azioni concrete, e non le descrizioni astratte, che si caratterizzano i personaggi. Imboccare il lettore con la pappa pronta dicendo che tal personaggio si spaventa enormemente, invece di descrivere la paura come, che so, una sensazione di gelo nelle ossa o di un cuore che tenta di sfondare la cassa toracica, non sollecita alcun interesse né coinvolge il lettore emotivamente.

Questo è mostrare:

I loro volti erano ingialliti, pieni di pustole, i denti cariati, le ossa quasi fuoriuscivano dalla carne magrissima. Le case erano distrutte, dalle fontane usciva solo acqua sporca.

Questo no:

Il cavallo si trasformò diventando improvvisamente enorme.

Raccontare equivale ad annacquare una bottiglia di Barolo. Per scrivere bene, bisogna sforzarsi di essere precisi. Ma non sempre vale questa regola…

Annuì poi con la testa.

Questa precisazione è superflua perché si annuisce solo con la testa.

E il libro è tutto così.

 

Dulcis in fundo

Sapete qual è il colmo? Che nella prefazione al romanzo qualcuno di cui non voglio fare il nome abbia avuto la faccia di bronzo di lodarne lo stile. Questa, signori, non è professionalità. È una presa in giro nei confronti dell’autrice che nonostante la giovanissima età e i limiti dettati dall’inesperienza si è messa in gioco e con dedizione ha portato a termine un’impresa di cui c’è solo di che andare orgogliosi. Lo stile è immaturo? Sì. Sono presenti errori di grammatica? Cavolo, sì. Allora è un obbligo morale farglieli notare perché ne diventi cosciente e corregga il tiro in vista di lavori futuri. Mentire non è costruttivo.

 

Per concludere

Un’animale. C’è l’avevi. Daron e Corr, erano affianco a lui. Annuì con la testa. […] decapita chiunque faccia esibizioni a lui, non gradite.

Al rappresentante di Apollo Edizioni che si spertica in complimenti sullo stile (“Ogni parola, ogni punto e perfino ogni virgola è meditata e giustapposta […]” ) vorrei chiedere se il libro l’ha quantomeno sfogliato o se l’ha usato per assestare la gamba del tavolo.

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La lepisma libraia

 

[Recensione] “La ragazza che hai sposato” di Alafair Burke

Copertina de La ragazza che hai sposato.

All’inizio di marzo, ho inserito questo libro fra le novità editoriali del mese. Mi sono appuntata di leggerlo e non mi pento affatto di averlo scelto come lettura del mio 2018. A dispetto del titolo, La ragazza che hai sposato è un thriller legale e psicologico in cui è bandito ogni genere di romanticismo. Di cosa parla, allora? Leggete la recensione per scoprirlo!

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Titolo: La ragazza che hai sposato
Autore: Alafair Burke
Genere: thriller legale/psicologico
Editore: Piemme
Pagine: 358

Quando incontra Jason Powell, Angela non immagina che il loro flirt possa diventare qualcosa di serio: gli uomini li conosce, e non si aspetta molto da questo professore di Economia della New York University, corteggiatissimo e con una brillante carriera davanti a sé. Eppure, pochi anni dopo, eccoli sposati, con un figlio da crescere. Quando però Jason viene accusato da una studentessa di averla molestata, e poco dopo un’altra donna avanza accuse simili, tutto sembra sul punto di spezzarsi e Angela è costretta a guardare da vicino la persona che ha accanto, divisa tra l’istinto di proteggere la sua famiglia, e la sensazione di essere vittima di un terribile tradimento. Divisa tra la giovane poliziotta idealista che vuole aprirle gli occhi nei confronti del marito, e l’avvocatessa di Jason determinata a portare a casa una vittoria. Eppure chi è lei per giudicare? Perché anche Angela, la moglie perfetta, ha un segreto. Un segreto che nessuna donna sposata dovrebbe nascondere al proprio marito. Un segreto che potrebbe rovinare per sempre la sua vita, e quella della sua famiglia. E che a maggior ragione non deve venir fuori adesso. Con lo stesso ritmo irresistibile de “La ragazza nel parco”, Alafair Burke costruisce intorno alla sua protagonista, e ai suoi lettori, una realtà che non è mai quella che appare. Lasciando a chi legge una sola certezza: non c’è nulla di più pericoloso di una bugia detta bene.


La ragazza che hai sposato: la recensione

Se la Burke non avesse seguito le orme del padre, la vedrei benissimo come architetto.

La ragazza che hai sposato (The Wife, “La moglie”, nell’originale inglese) è un libro sui segreti e sull’influenza che questi esercitano sulla psiche delle persone. Fin dove possiamo spingerci per prevenire la diffusione di informazioni col potenziale di distruggere la nostra vita?

All’apparenza, Angela e Jason Powell conducono un’esistenza stabile e privilegiata: vivono in una casa spaziosa, guidano una bella macchina, dispongono di un conto in banca all’ingrasso come un’oca da fois gras. Nell’idillio domestico si inserisce anche Spencer, il figlio adolescente di Angela ufficiosamente adottato da Jason.

Si sa che le apparenze abbagliano. Quando Jason, infatti, semina un commento inopportuno sul luogo di lavoro, la tempesta che scatena sotto forma di accuse di molestie sessuali da più fronti minaccia di scoperchiare le scappatelle accumulate e insabbiate in sei anni di “felice” vita coniugale. E come se non bastasse, alcuni giorni dopo la messa per iscritto delle accuse una delle vittime molestate scompare senza lasciare traccia.

Se anche Angela, da moglie fedele quale è, è disposta a concedere al marito il beneficio del dubbio della sua innocenza, non può dirsi altrettanto incline a lasciarsi inondare dalla luce dei riflettori mediatici ora tutti puntati su casa Powell, perché anche lei ha un segreto da difendere, un segreto che getta ombre cupe sulla sua persona; un segreto legato a un trauma del passato le cui conseguenze si riflettono ogni giorno nei suoi occhi, nella figura del foglio tredicenne. La persona che Angela si è cucita addosso per proteggersi dal mondo esterno rischia di sfaldarsi: deve proteggere questo segreto da occhi e orecchie indiscreti a qualunque costo, ma nutre anche un senso di lealtà nei confronti del marito, che è l’unico a conoscenza dei suoi drammatici trascorsi. Non vuole abbandonarlo nel momento di maggior bisogno, nonostante amici e parenti non dimostrino altrettanta condiscendenza. Cosa fare, allora?


Segreti centellinati goccia per goccia

Si deve riconoscere a Burke l’estrema bravura nel dosare i contenuti da dare in pasto a noi lettori. Eccelle nell’arte del depistaggio per mezzo del “non detto” e di risvolti e colpi di scena imprevedibili, coadiuvata da uno stile non sempre splendente (i personaggi parlano infatti con la stessa voce narrante), ma che assolve al dovere di tenere il lettore incollato fino all’ultima riga.

Dove si rivela debolina è invece nella caratterizzazione dei due coniugi protagonisti. Nel loro rapporto manca quell’intimità romantica che dovrebbe essere scontata nella vita matrimoniale. Burke racconta le circostanze del loro primo incontro, ma non dà ulteriori informazioni su cosa possa aver scatenato la scintilla fra di loro. Si amano, ma perché?

Jason ricalca lo stereotipo del riccone piacente che maschera l’olezzo di fedifrago sotto a una facciata smagliante e qualche spruzzata di Hugo Boss, mentre Angela ripercorre un po’ i canoni della moglie umile e fedele che sfora nell’ingenuità patologica. Il vissuto della sua adolescenza soffia sì una ventata di novità a spazzare via l’aria stantia del “già letto, già sentito”, ma dovrebbe anche infondere nel lettore un certo grado di partecipazione emotiva, aiutarlo a simpatizzare con lei. Mi sono ritrovata, invece, meno coinvolta di quanto avrei voluto, perché Angela dà l’aria di essere il tipo mansueto che fatica a imporsi e raramente le personalità passive sono tagliate per il ruolo di protagonista… ma poi c’è l’improvviso giro di boa delle ultime dieci pagine.


Questo si chiama barare! O no…?

Il finale è di quelli da far cascare la mascella, di quelli da puntare il dito verso l’autrice e gridare all’imbroglio, all’inganno, allo scandalo!

Burke manipola la nostra coscienza. Ci lascia tutto il tempo per giocare all’investigatore privato (Sarà lui? Sarà un altro? No, è la sedicente vittima che vuole incastrarlo! Eh, ma allora perché…? No, no, è stato lui. Sì, però… no, confermo. Ecco il colpevole!) e poi, solo poi, ci spiattella in faccia la versione accurata dei fatti.

Non c’è nessuna fregatura, c’è solo quel “non detto” che viene finalmente svelato. Il punto di vista di Angela, reso in prima persona, emerge allora come tutt’altro che onesto e trasparente. Mente, ma senza mentire davvero. Ho apprezzato molto questa capacità dell’autrice di mantenersi ambigua pur dando al lettore dettagli precisi. L’effetto che ne deriva è una Angela che smette di colpo la maschera della donna timida e tranquilla: a noi fa credere una cosa, lei ne fa un’altra. Il contrasto è forse troppo marcato, quasi incoerente, e sì, ha un che di disonesto. Ma è una disonestà che funziona.

E di più sullo snodo dell’intreccio non dirò, onde evitare spoiler.


Una lotta a unghiate smaltate di rosa

Alle mancanze caratteriali della coppia di coniugi rimediano le due donne che secondo me dovrebbero essere le vere protagonisti del romanzo, le personalità che spiccano al di sopra di tutta la folla grazie alla loro grinta fuori del comune: la brillante detective Corinne Duncan e l’irriducibile avvocato del diavolo Olivia Randall. Entrambe teste di ariete, entrambe determinatissime a intascarsi la vittoria per il proprio cliente.

Le prove che l’una avanza, l’altra contesta. Ove Corinne tenta di avvicinare Angela col proposito di aiutarla, di farle osservare il marito da una prospettiva più oggettiva perché lo veda per ciò che è e ne prenda le distanze, la pressante Olivia non si fa scrupolo alcuno nel proporre alla tormentata donna di rendere pubblico il suo tragico passato per imbonire i giudici e garantire a Jason, l’accusato, una sentenza più mite.

Ma Angela non ha la minima intenzione di collaborare recitando la parte dell’anima spezzata cui Jason il Messia ha teso la mano, perché è questa l’immagine che Olivia si è fatta di lei…


Per concludere

Un thriller contorto, avvincente e avvinghiante con qualche magagna che non toglie il gusto della lettura.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Destinazione spazio” di Neil F. Comins

Copertina di Destinazione spazio.

Sono solo sette i ricconi che ad oggi han potuto godere del privilegio di una vacanzina suborbitale (fonte: Wikipedia) dietro pagamento di cifre non esattamente abbordabili, perciò l’idea di una guida di massa per aspiranti turisti spaziali suona un po’ prematura. Ma è per questo che esiste il condizionale. Se fosse possibile trascorrere le ferie su Marte, quali sarebbero le attrazioni da visitare, quali le trappole da evitare? Le mete spaziali sono parecchio lontane: quali sono le regole per una pacifica convivenza insieme ai compagni di astronave?

Sognare e congetturare, in fondo, sono attività alla portata di tutti i portafogli. E Destinazione spazio soddisfa, nell’arco di duecento pagine, tutta la nostra curiosità di vagabondi. Vediamolo assieme.

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Titolo: Destinazione spazio. Una guida per coloni e turisti
Autore: Neil F. Comins
Genere: scientifico
Editore: Hoepli
Pagine: 238

Se avete sempre sognato di viaggiare nello spazio, ora avete l’opportunità di capire questa esperienza come mai prima. Il viaggio nello spazio e addirittura l’emigrazione verso mondi vicini potrebbero presto diventare parte dell’esperienza umana. Scienziati, ingegneri e investitori stanno lavorando alacremente per rendere reali il turismo e la colonizzazione spaziale. Gli astronauti ci raccontano come un viaggio extraterrestre sia incredibilmente avventuroso, ma per godere in pieno di questa esperienza occorrono una serie di adattamenti fisici e mentali praticamente in ogni aspetto della vita, da come ci si muove a come si mangia. Chiunque vada nello spazio vede la Terra e la vita sul nostro pianeta da una prospettiva radicalmente diversa rispetto a prima del decollo. Neil F. Comins, astronomo e scienziato della NASA/ASEE, ha scritto questo libro per tutti gli interessati all’esplorazione spaziale. Descrive le meraviglie che i viaggiatori incontreranno – l’assenza di peso, i panorami mozzafiato della Terra vista dal cosmo, l’opportunità di camminare su altri mondi – e insieme anche i pericoli: radiazioni, proiettili, atmosfere irrespirabili, malfunzionamenti potenziali dell’attrezzatura. Al tempo stesso, racconta in dettaglio alcuni viaggi particolari verso destinazioni come stazioni spaziali, la Luna, gli asteroidi, le comete e Marte – il candidato principe per la colonizzazione. Sebbene ci siano molte difficoltà tecniche, Comins le spiega con un linguaggio chiaro per ogni lettore, riassumendo i punti chiave dello stato dell’arte in astronomia, fisica, biologia, psicologia e sociologia in un manuale di viaggio davvero completo.


Destinazione spazio: la recensione

Comins si scalda i muscoli con una panoramica del nostro Sistema Solare: ci presenta i più papabili candidati del turismo spaziale del futuro, asteroidi e comete in orbita attorno al nostro pianeta, e introduce i concetti di radiazione elettromagnetica e forza gravitazionale in uno stile un po’ sterile e accademico, ma accessibile a chiunque conosca l’alfabeto. L’unico conteggio, infatti, è quello dei numeri di pagina.

Se siete negati con la matematica e temete che questo libro trascenda le vostre capacità di comprensione, vi posso tranquillizzare: è una guida per profani totali ed è infarcita di un sacco di dettagli interessanti. Lo sapete che le comete hanno due code, l’una di polveri e l’altra di gas, e che quest’ultima coda punta sempre in direzione opposta al Sole?

È dal capitolo 2 in poi che lasciamo il territorio già calcato e ricalcato da altre opere di scienza per addentrarci nel futuro ipotetico. Si dice che l’universo sia infinito, ma carburante, ossigeno e viveri, ahimè, si esauriscono in fretta. A qualche decennio da ora, fin dove saremo in grado di spingerci nel nostro vicinato cosmico? Presto detto: potremmo sperimentare l’assenza di gravità in un volo suborbitale di pochi minuti, orbitare per qualche giorno attorno alla Terra sulla scia della Stazione Spaziale Internazionale, emigrare qualche settimana sulla Luna o fare un “astrostop” di qualche mese sull’asteroide 2010 TK7. Per la gioia dei cosmopoliti più agguerriti ed estremisti, potremmo addirittura raggiungere uno sviluppo tecnologico tale da spianare la via alla colonizzazione di Marte e delle sue lune.


Test fisici e psicologici? Perché?

Interrotta è la lettura di Destinazione spazio, spalancata è la bocca della valigia che ha fame dell’attrezzatura indispensabile a un lungo viaggio: giochi di società, libri, cellulare e – guai a dimenticarla! – macchina fotografica. L’adrenalina vi ha preceduti ed è già schizzata alle stelle, ma ecco l’intoppo, il segnale di STOP! che vi impone di inchiodare e riaprire il libro.

Il turismo spaziale, insegna Comins, nasconde molte insidie. Dalle avarie dei motori ai detriti spaziali che, sfuggiti alla prevenzione dei radar, aprono un buco nel telaio dell’astronave, dalle differenze culturali e linguistiche coi vostri compagni alle difficoltà di adattamento alla vita in microgravità… c’è tutta una ridda di potenziali problematiche dei voli interstellari che il nostro entusiasmo ci impedisce di affrontare con la dovuta prudenza. Se il nostro corredo genetico ci esponesse a un più alto rischio di contrarre determinate patologie? Se il primo giorno di volo ci inimichiamo metà dei nostri compagni di viaggio? E come ci proteggiamo dalle radiazioni cosmiche, di cui è intriso lo spazio profondo? E se ci si caria un dente? A quanto pare, nello spazio i batteri della nostra bocca si riproducono fino a cinquanta volte più velocemente che se fossimo sulla Terra. Un solo appuntamento mancato col rituale del dentifricio potrebbe decretare la morte di un molare…

Sono queste e tante, tantissime altre le questioni che Comins approfondisce (forse anche troppo, ai limiti del pessimismo) nei capitoli al cuore del libro, prima di suggerire come trarre il meglio dalla nostra esperienza e nutrire la nostra fantasia con suggestivi scatti della geologia della Luna e del pianeta rosso. Come garantire l’approvvigionamento di cibo, acqua e ossigeno a eventuali coloni su Marte? Faremo uso di astronavi cargo o coltiveremo le verdurine in serra? Questo bel sassolino del suolo lunare farebbe un figurone sulla mensola del mio camino, aspetta che me lo intasco. Insomma, Comins non lascia nulla al caso e a ogni pagina arricchisce la nostra conoscenza di ciò che si trova ben al di sopra delle nuvole.


Deformazione professionale nella fiction

Succulenti, infine, i bocconcini battezzati Scienza e fantascienza, volti a sfatare alcune trovate tecnologicamente o fisicamente improbabili di film e romanzi sci/fi.

L’aria è tenuta intorno alla Terra dall’attrazione gravitazionale che il pianeta esercita sugli atomi e le molecole dell’atmosfera. Questa massa di gas preme su ogni cosa presente sulla superficie della Terra con una pressione media di 100 kPa. Tuttavia, i nostri corpi si sono evoluti in modo tale che non sentiamo la pressione dell’aria mentre ce ne stiamo seduti in una stanza a finestre chiuse. Sentiamo la pressione dell’aria quando c’è il vento: maggiore è la velocità del vento, più forte la pressione. Intorno a Marte c’è meno aria che nella nostra atmosfera, così la pressione normale è di soli 0,06 kPa, 160 volte meno di quella terrestre. Ciò significa anche che quando soffia il vento su Marte, la pressione che avvertiamo è minore di quella esercitata dai venti terrestri. La pressione atmosferica marziana equivale allo 0,6 per cento di quella terrestre. Così, un vento su Marte a 160 km/h è percepito come uno terrestre a 16 km/h e una grossa tempesta sul pianeta rosso non sarebbe affatto in grado di spazzare via una persona, come si vede nel film The Martian.

Vi lascio con un’altra citazione del libro che si presta a parecchi spunti di riflessione. L’artwork è invece cortesia di DeviantArt.

[…] l’esperienza più importante di tutte sarà forse l’aver visto la Terra come un tutt’uno, in un modo incredibilmente più completo di come apparve a me dalla cima del Monte Rigi. Quella visione, le ore e ore passate a osservare, vi cambieranno, cambieranno tutti. Quale meraviglia è vedere il mondo intero da un finestrino, dal profondo dello spazio, specialmente se quel mondo è casa vostra, la Terra. […]

È la consapevolezza che là sotto c’è casa. La vostra casa, la vostra famiglia, l’origine della vita come la conoscete. La vita è cominciata su quella palla azzurra, marrone e bianca che vi sta di fronte fuori dal finestrino, che brulica delle cose più complesse, belle, uniche e interessanti che esistano nell’universo conosciuto.

Considerare la Terra come un’entità sola proprio come la vedete nello spazio vi porterà a chiedervi come sia possibile che la gente sulla superficie abbia una visione tanto ristretta sul pianeta, la vita, tutto. Vi domanderete perché non riusciamo a vivere insieme senza ferirci, senza offenderci.


Per concludere

La teoria dei viaggi spaziali condensata in un volumetto dal linguaggio chiaro, con qualche deriva prolissa che gli sottrae il voto pieno. Abbondante è il cibo per il nostro pensiero: chissà se compieremo il grande salto dal dire al fare nell’arco di qualche decennio?

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La lepisma libraia

[Recensione] “Una vita da libraio” di Shaun Bythell

Copertina de Una vita da libraio.

Qual è il destino dei nostri libri quando noi non ci saremo più? Una vita da libraio di Shaun Bythell risponde in parte a questo quesito del nostro post-mortem. Qualche giorno fa vi avevo anticipato l’uscita di questo romanzo autobiografico made in Scozia con parole che lasciavano sperare in un giudizio positivo, e ora rifaccio capolino sul blog per segnalare che sì, questo romanzo s’ha da leggere!

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Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Genere: autobiografico/humor
Editore: Einaudi
Pagine: 384

Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello. Una storia incantevole per chi crede che un libro sia per sempre.

«Stavo uscendo dalla cucina con la mia tazza di tè quando un tizio in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna piú corti del normale mi è rovinato addosso e me l’ha quasi fatta cadere. – È mai morto nessuno qui? – mi ha chiesto poi. – Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta? – Non ancora, – gli ho risposto, – ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell’usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be’, più o meno… Dal cliente che entra per complimentarsi dell’esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d’acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l’esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l’anticipo dell’edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.


Una vita da libraio: la recensione

Wigtown, paesino scozzese che conta meno di mille abitanti, si è guadagnato il titolo di “città del libro” per la sua concentrazione di librerie sul territorio. È proprio una di queste librerie, The Book Shop, che è stata rilevata dal nostro ginger Shaun Bythell nel 2001, quando il feroce monopolio di Amazon non era che uno sbuffo di vapore profumato in lontananza.

Shaun è un libraio che traffica nel mercato di seconda mano. Dopo un decennio trascorso a lanciare anatemi ai clienti insolenti e ai volti più anonimi del colosso dalla A alla Z, decide, in una data totalmente arbitraria quale il 5 febbraio, di tenere un diario delle (dis)avventure che aggiungono il sale alle sue giornate lavorative.

Una vita da libraio viene così alla luce in una tipica giornata invernale in libreria: fredda, uggiosa e scandita da una sparuta clientela. Si verrà subito a sapere, infatti, che gestire un negozio di questo tipo è sì un lavoro incantevole, ma cela anche dei lati bui. All’indefessa ricerca di nuovo materiale con cui riempire i buchi negli scaffali si alternano periodi di digiuno forzato del totale giornaliero di cassa che talvolta non supera le 10 sterline.


Non tutto è oro quel che brilla…

Se già la gente è restia a investire tempo e denaro nella lettura dei libri più recenti e inflazionati, lo sarà ancora meno nell’acquisto di merce di seconda mano, a prescindere dalle sue condizioni e dalla sua rarità. Anzi, non si tratta di reticenza ma di vera e propria mancanza di pudore: fra una pagina e l’altra Shaun riporta incontri ravvicinati del terzo tipo in cui potenziali clienti pretendono sconti su libri già scontati, vanificano gli sforzi organizzativi del personale seminando libri a casaccio nel locale, cancellano e sostituiscono i prezzi scritti a matita sulle etichette e si presentano al bancone con tutta la superbia di chi crede che il libraio sia un fessacchiotto sonnacchioso affetto da amnesia che gli venderà un volume del 1800 rilegato in cuoio alla modica cifra di una sterlina e mezzo.

Ma Shaun è ormai impermeabile a queste dimostrazioni di inciviltà e reagisce alle provocazioni come un vero gentiluomo: con risposte al vetriolo e un umorismo irresistibile. Della stessa natura è Nicky, la sua eccentrica assistente in pianta stabile, che nasconde sempre delle sorpresine culinarie sotto la manica (specialmente di venerdì, giorno in cui si palesa in negozio con succulenti manicaretti da lei scovati in supersconto al discount) e delle frecciate argute sotto la lingua.

Questa, una delle tante conversazioni marziane fra Shaun e una non-cliente:

Woman: ‘I was in your shop during the book festival and found a book about old ruined gardens of Scotland in your new books section. Could you tell me what the title is?’
Me: ‘No, I am afraid not. I know the book you’re after and would be happy to sell you a copy, though.’
Woman: ‘Why won’t you tell me the title?’
Me: ‘Because as soon as I do you’ll just go and buy it on Amazon.’
Woman: ‘No, I’ll send my mother round to pick it up from you.’
Me: ‘Oh good, in that case can I take your credit card details and your mother’s name? I’ll put it to one side once you’ve paid for it.’
At this point she hung up.


… è platino!

A dispetto della maleducazione e della cinghia da tirare, però, Shaun non demorde. Niente, per lui, è secondo alla scarica di adrenalina che suscita il ritrovamento fortuito di un volume raro fra migliaia di contenitori di carta straccia. Il negozio è infatti solo metà del suo lavoro: col suo furgoncino scorrazza di paese in paese rispondendo agli appelli di persone che, per un motivo o per l’altro (lutto in famiglia, mancanza di spazio, trasloco, necessità di denaro…), si rivolgono al suo servizio per sgombrare quintali e quintali di libri. Le collezioni di cui bisogna disfarsi sono le più disparate: si va da libri conservati come reliquie a raccolte seppellite da diversi strati di peli di gatto, da repertori di teologia, difficilmente vendibili, a cataste di volumi sui treni e i sistemi ferroviari. Sorprendentemente, la compravendita di questi ultimi è una delle più floride e remunerative per il negozio.

Grazie al carattere autobiografico del romanzo, per noi lettori si sprecano i riferimenti al mondo reale, come le recensioni del negozio su TripAdvisor. Non mancano, inoltre, chicche quali il sito web della libreria, la pagina Facebook e il canale di YouTube dell’autore.


La condanna ad Amazon

Da innocua strisciolina di fumo a nuvolone pestilenziale. Da umile concorrente a gargantuesco mietitore che falcia tutti i piccoli commercianti sul suo cammino e contribuisce alla loro estinzione.

Dire che tra Shaun e Amazon non scorre buon sangue è un eufemismo: Shaun odia Amazon. Lo odia perché può permettersi di giocare al ribasso, lo odia perché la vendita di libri al dettaglio non sbanca il lunario e i guadagni vanno integrati con le vendite via internet. Shaun odia così tanto l’azienda di Bezos da aver affisso in negozio, a mo’ di oggetto coreografico, un Kindle che lui stesso si è concesso il lusso di trapassare con un proiettile. Con lo stesso orgoglio di un cacciatore che imbalsama un cervo e ne appende il palco di corna sopra la porta del rifugio alpino, Shaun esibisce in bella vista, nel regno dove lui governa sovrano, il simbolo del suo Nemico Giurato: la concorrenza sleale di Amazon.


Ripetitivo ma trascinante

L’unica critica che mi sento di muovere punta il dito contro l’eccessiva lunghezza del romanzo: Nicky che timbra il cartellino in ritardo di un quarto d’ora, le condizioni meteorologiche del cielo sopra Wigtown, gli ospiti del negozio, le toccate e fuga per una pinta al pub… è con questo ritmo che Shaun si barcamena giorno dopo giorno, un viver quotidiano che viene talvolta interrotto da ristrutturazioni, gatti randagi che si intrufolano in casa, passeggiate in natura e weekend trascorsi ad attendere un salmone all’amo.

A circa 3/4 del percorso, insomma, ho trovato il romanzo un po’ ripetitivo. Ciò non toglie che l’epilogo porti con sé un senso di completezza: varchiamo l’ingresso di The Book Shop il 5 febbraio e ci congediamo il 4 febbraio dell’anno successivo. Per 365 giorni viviamo al fianco di Shaun. Abbiamo modo di fare la conoscenza dei suoi amici, del suo gatto, della sua casa. Assorbiamo il suo modo di pensare e l’etica del suo lavoro. Impariamo a stimare le sue iniziative volte a far fronte all’avanzata imperante del commercio digitale. Arriva un punto in cui noi stessi ci sentiamo come a casa nostra, in questa intima atmosfera di scaffali fino al soffitto, e nonostante le doverose potature tiriamo la maniglia verso di noi con più di un tentennamento. Magari qualcuno di voi che leggerà il romanzo si sentirà, come è capitato a me, colto dal desiderio improvviso di stringere la mano di Shaun in prima persona.

Punta di diamante della cronaca di un anno sarà il festival del libro che si tiene a Wigtown nell’ultima settimana di settembre. Allora la libreria si tinge a festa, il dedalo di corridoi si popola di visitatori e la cassa straborda di banconote. L’ultimo alito di vita prima del lungo letargo invernale. Poi, a seguire, di nuovo il disgelo. Vale la pena, per Shaun? Eccome. Questo è il ciclo della sua vita, e da lettrice che non disdegna i libri di seconda mano non posso che augurargli cento di questi anni.


Per concludere

Un acquisto imprescindibile per chi si considera lettore forte o amante dei libri di seconda mano.

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Mezza stellina.

La lepisma libraia

[Recensione] “La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

Copertina de La scatola dei bottoni di Gwendy.

Atteso il 20 marzo nelle librerie nostrane, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo scritto a quattro mani da Stephen King e Richard Chizmar. Me lo sono procurato in lingua originale e, dopo una singola, inquieta seduta di lettura, è giunta l’ora di mettere per iscritto le mie impressioni. Sotto con la recensione!

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Titolo: La scatola dei bottoni di Gwendy
Autore: Stephen King, Richard Chizmar
Genere: thriller/horror
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 256

Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: una scatola in mogano coperta da una serie di bottoni colorati. Ma che cosa ottenere premendoli dipende solo da lei.

Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l’estate: correre tanto da diventare così magra che l’odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l’uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell’oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.


La scatola dei bottoni di Gwendy: la recensione

“What if you had a button, a special magic button, and if you pushed it, you could kill somebody, or maybe just make them disappear, or blow up any place you were thinking of? What person would you make disappear, or what place would you blow up?”

La scatola dei bottoni di Gwendy è una novella dove la tensione nasce come un ronzio di sottofondo a volume crescente.

Ci troviamo a Castle Rock, un’immaginaria cittadina che sta ai romanzi di King come Cabot Cove sta a quella portatrice di iella ambulante che è Jessica Fletcher. È il 22 agosto del 1974 quando Gwendy Peterson, al culmine del suo quotidiano appuntamento con l’esercizio fisico, si vede consegnare una scatola misteriosa dalle mani di un ancora più misterioso individuo che viaggia sotto le spoglie di Richard Farris. Se non bastano le iniziali di questo nome a oscurare l’orizzonte con infausti presagi, ci pensa lo scenario d’incontro di questi due personaggi. Gwendy, infatti, fa in tempo a scoccare uno sguardo inquieto all’uomo in nero prima che quest’ultimo, un perfetto sconosciuto, per lei, la interpelli dalla panchina in ombra sulla quale è seduto:

“Hey, girl. Come on over here for a bit. We ought to palaver, you and me.”

[…]

“I’m not supposed to talk to strangers.”
“That’s good advice.” He looks about her father’s age, which would make him thirty-eight or so, and not bad looking, but wearing a black suit coat on a hot August morning makes him a potential weirdo in Gwendy’s book. “Probably got it from your mother, right?”
“Father,” Gwendy says. […]
“In that case,” says the man in the black coat, “let me introduce myself. I’m Richard Farris. And you are—?”
She debates, then thinks, what harm? “Gwendy Peterson.”
“So there. We know each other.”
Gwendy shakes her head. “Names aren’t knowing.”

La scena ricalca grossomodo l’incipit di IT, e chi ha letto il romanzo sa che da una conversazione di questa risma non possono che derivare risultati raccapriccianti. Ai sorrisi diabolici di Pennywise lo sconosciuto sostituisce un fascino tranquillizzante che vince qualsiasi remora della ragazzina, tant’è che Gwendy, dopo un istante di scetticismo, accoglie l’invito di sedersi accanto a lui. Nel dialogo che segue all’adescamento è inquietante osservare come quest’uomo infagottato a lutto riesca a pizzicare le corde a lei più sensibili, quali il fattore peso, fonte di derisione ed emarginazione fra le mura scolastiche.

Gwendy si vede assegnare, per motivi che hanno la trasparenza del fango, questa scatolina decorata con due leve e delle serie di bottoni colorati di cui il signor Farris si premura di illustrare il funzionamento: una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri rimpinzanti, perché Gwendy non soffra più di attacchi di fame, l’altra risputerà una moneta d’argento dal valore spropositato per l’epoca. Ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero.

Lo zio Ben una volta disse: Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E saranno pressappoco queste le criptiche parole che il signor Farris rivolgerà a Gwendy all’atto del passaggio di proprietà della scatola. Col senno dei suoi dodici anni, Gwendy subisce tutto il magnetismo di questo “dono”. Dal momento in cui lo sconosciuto le pone la scatola fra le mani, la ragazzina la rivendica come sua, in un’improvvisa manifestazione di attaccamento materiale che ammicca tanto al rapporto malsano fra Gollum e l’Unico Anello.

Il confine fra paura e ossessione è labile e Gwendy lo scavalca ancora prima di rincasare, mentre si affanna alla ricerca di un nascondiglio sicuro dove riporre il tesoro da poco acquisito. Nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti, di questo è convinta. Il tempo scorre lesto grazie allo stile minimale di King: l’apprensione di Gwendy cresce giorno dopo giorno, insieme alla sua età, ai cioccolatini mangiati e al cumulo di monete d’argento. Le cosce si rassodano, abbandonati sono gli occhiali da vista, migliorano i voti a scuola. Sfiorare i bottoni con la punta del dito diventa presto un rituale imprescindibile, ma Gwendy si guarda bene dal premerne anche solo uno. Soprattutto quello nero. E la tensione sale, oh se sale.

Ma nonostante faccia un uso tutto sommato “nobile e morigerato” della scatola, l’aggeggio infernale non manca di condizionare la vita della ragazza: genitori e amici cominciano a ravvisare un cambiamento in lei, e non in positivo. Gwendy trema al pensiero di privarsene, all’idea che qualcuno la scopra, ma al contempo si chiede se lo sconosciuto si rifarà mai vivo in quel di Castle Rock per riprendersi quel caval donato che ora come ora ha raggiunto una mole troppo ingombrante per starsene docile e celato nelle tenebre di un armadio. E se questo scheletro, questo parallelepipedo di mogano, volesse essere trovato, come l’anello di Sauron? Gwendy avrà la forza di resistere al richiamo del male?


Esempio di stile

King è una garanzia di stile: mostra quando deve mostrare, racconta quando deve raccontare. Soprattutto, non infarcisce il racconto con dettagli ininfluenti e lascia che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alle scene. La sua penna si mantiene a una certa distanza e racconta l’adolescenza e l’alba dell’età adulta di Gwendy in terza persona, una scelta azzeccata che ha anche un che di alienante.

La storia conta una trentina di capitoli molto corti che possiamo interpretare come episodi della vita di Gwendy. Potremmo, in senso lato, considerarlo un romanzo di formazione che segue Gwendy dal suo ingresso alla scuola media al college. In ogni caso, numerosi battiti di mani all’accoppiata King-Chizmar per questo manualetto di stile.


Una piccola perla

Peeerò.

La scatola dei bottoni di Gwendy si legge in fretta, forse troppo in fretta. L’impressione che rimane a fine lettura è quella di aver dissotterrato la sommità delle radici di una storia che è un peccato non poter approfondire. Scorgiamo la punta dell’iceberg che rompe la superficie, ma non il corpo, ben più mastodontico, che affonda nelle profondità del mare. Esistono romanzi di cui non vorremmo mai vedere la parola fine, ma quando, volenti o nolenti, tagliamo infine il traguardo, abbiamo la sensazione di aver concluso il percorso, di aver chiuso il cerchio e di aver corso tutti i metri da percorrere. La scatola dei bottoni di Gwendy fa rodare i motori con un what if…? di quelli da tenere il naso incollato alle pagine, ma accelera ingranando la sesta con un’eccessiva fretta di arrivare alla fine, che nell’edizione inglese giunge in poco più di un centinaio di pagine. È l’embrione di quello che sarebbe potuto diventare un bellissimo romanzo, se sviluppato oltre lo stato di bozza nel quale è stato abbandonato e rilasciato al grande pubblico. Si rimane insoddisfatti, ecco, come dopo un assaggio. Sebbene non sia un difetto grave, priva la storia del voto perfetto che si meriterebbe.

Il magnifico crescendo di tensione e la ricerca dell’horror (e anche un pizzico di sadismo, temo) ci spingono a desiderare che Gwendy metta a profitto il potere distruttivo della scatola, ma il bottone nero, per esempio, che la ragazza si rifiuta di toccare paragonandolo a un cancro, non viene mai sfruttato, perché langue solo il tempo di alcune frasi nella mente della protagonista. L’elemento horror cresce di pagina in pagina, come una tempesta che si avvicina all’orizzonte lasciando presagire un finimondo di fulmini e onde anomale, ma sulle note finali è come se si assopisse: il cielo si sgombra a dispetto delle aspettative che ci siamo costruiti e il finale ci abbandona in acque in clima di bonaccia.

I contorni fumosi della trama avvolgono anche i personaggi, che non hanno spazio di manovra per svilupparsi: se Gwendy non brilla per caratterizzazione, ancor meno si può valutare il bullo che da anni le dà il tormento: aggressività e violenza fini a se stesse, con risvolti prevedibili che lo rendono piuttosto monodimensionale. Originale e ben costruita, invece, la figura secondaria di un collezionista di monete.


Per concludere

La scatola dei bottoni di Gwendy è una ricetta favolosa concretizzata in una porzione da canarini. Due cucchiaiate e il piatto è già vuoto!

Angolo soundtrack: se volete trarre il meglio dall’incipit inquietatamente affascinante del romanzo, ascoltate Kensington Gardens dei Carbon Based Lifeforms mentre leggete il primo capitolo. La trovate su YouTube.

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