[Recensione] “La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

Copertina de La scatola dei bottoni di Gwendy.

Atteso il 20 marzo nelle librerie nostrane, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo scritto a quattro mani da Stephen King e Richard Chizmar. Me lo sono procurato in lingua originale e, dopo una singola, inquieta seduta di lettura, è giunta l’ora di mettere per iscritto le mie impressioni. Sotto con la recensione!

Titolo: La scatola dei bottoni di Gwendy
Autore: Stephen King, Richard Chizmar
Genere: thriller/horror
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 256

Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: una scatola in mogano coperta da una serie di bottoni colorati. Ma che cosa ottenere premendoli dipende solo da lei.

Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l’estate: correre tanto da diventare così magra che l’odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l’uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell’oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.


La scatola dei bottoni di Gwendy: la recensione

“What if you had a button, a special magic button, and if you pushed it, you could kill somebody, or maybe just make them disappear, or blow up any place you were thinking of? What person would you make disappear, or what place would you blow up?”

La scatola dei bottoni di Gwendy è una novella dove la tensione nasce come un ronzio di sottofondo a volume crescente.

Ci troviamo a Castle Rock, un’immaginaria cittadina che sta ai romanzi di King come Cabot Cove sta a quella portatrice di iella ambulante che è Jessica Fletcher. È il 22 agosto del 1974 quando Gwendy Peterson, al culmine del suo quotidiano appuntamento con l’esercizio fisico, si vede consegnare una scatola misteriosa dalle mani di un ancora più misterioso individuo che viaggia sotto le spoglie di Richard Farris. Se non bastano le iniziali di questo nome a oscurare l’orizzonte con infausti presagi, ci pensa lo scenario d’incontro di questi due personaggi. Gwendy, infatti, fa in tempo a scoccare uno sguardo inquieto all’uomo in nero prima che quest’ultimo, un perfetto sconosciuto, per lei, la interpelli dalla panchina in ombra sulla quale è seduto:

“Hey, girl. Come on over here for a bit. We ought to palaver, you and me.”

[…]

“I’m not supposed to talk to strangers.”
“That’s good advice.” He looks about her father’s age, which would make him thirty-eight or so, and not bad looking, but wearing a black suit coat on a hot August morning makes him a potential weirdo in Gwendy’s book. “Probably got it from your mother, right?”
“Father,” Gwendy says. […]
“In that case,” says the man in the black coat, “let me introduce myself. I’m Richard Farris. And you are—?”
She debates, then thinks, what harm? “Gwendy Peterson.”
“So there. We know each other.”
Gwendy shakes her head. “Names aren’t knowing.”

La scena ricalca grossomodo l’incipit di IT, e chi ha letto il romanzo sa che da una conversazione di questa risma non possono che derivare risultati raccapriccianti. Ai sorrisi diabolici di Pennywise lo sconosciuto sostituisce un fascino tranquillizzante che vince qualsiasi remora della ragazzina, tant’è che Gwendy, dopo un istante di scetticismo, accoglie l’invito di sedersi accanto a lui. Nel dialogo che segue all’adescamento è inquietante osservare come quest’uomo infagottato a lutto riesca a pizzicare le corde a lei più sensibili, quali il fattore peso, fonte di derisione ed emarginazione fra le mura scolastiche.

Gwendy si vede assegnare, per motivi che hanno la trasparenza del fango, questa scatolina decorata con due leve e delle serie di bottoni colorati di cui il signor Farris si premura di illustrare il funzionamento: una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri rimpinzanti, perché Gwendy non soffra più di attacchi di fame, l’altra risputerà una moneta d’argento dal valore spropositato per l’epoca. Ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero.

Lo zio Ben una volta disse: Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E saranno pressappoco queste le criptiche parole che il signor Farris rivolgerà a Gwendy all’atto del passaggio di proprietà della scatola. Col senno dei suoi dodici anni, Gwendy subisce tutto il magnetismo di questo “dono”. Dal momento in cui lo sconosciuto le pone la scatola fra le mani, la ragazzina la rivendica come sua, in un’improvvisa manifestazione di attaccamento materiale che ammicca tanto al rapporto malsano fra Gollum e l’Unico Anello.

Il confine fra paura e ossessione è labile e Gwendy lo scavalca ancora prima di rincasare, mentre si affanna alla ricerca di un nascondiglio sicuro dove riporre il tesoro da poco acquisito. Nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti, di questo è convinta. Il tempo scorre lesto grazie allo stile minimale di King: l’apprensione di Gwendy cresce giorno dopo giorno, insieme alla sua età, ai cioccolatini mangiati e al cumulo di monete d’argento. Le cosce si rassodano, abbandonati sono gli occhiali da vista, migliorano i voti a scuola. Sfiorare i bottoni con la punta del dito diventa presto un rituale imprescindibile, ma Gwendy si guarda bene dal premerne anche solo uno. Soprattutto quello nero. E la tensione sale, oh se sale.

Ma nonostante faccia un uso tutto sommato “nobile e morigerato” della scatola, l’aggeggio infernale non manca di condizionare la vita della ragazza: genitori e amici cominciano a ravvisare un cambiamento in lei, e non in positivo. Gwendy trema al pensiero di privarsene, all’idea che qualcuno la scopra, ma al contempo si chiede se lo sconosciuto si rifarà mai vivo in quel di Castle Rock per riprendersi quel caval donato che ora come ora ha raggiunto una mole troppo ingombrante per starsene docile e celato nelle tenebre di un armadio. E se questo scheletro, questo parallelepipedo di mogano, volesse essere trovato, come l’anello di Sauron? Gwendy avrà la forza di resistere al richiamo del male?


Esempio di stile

King è una garanzia di stile: mostra quando deve mostrare, racconta quando deve raccontare. Soprattutto, non infarcisce il racconto con dettagli ininfluenti e lascia che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alle scene. La sua penna si mantiene a una certa distanza e racconta l’adolescenza e l’alba dell’età adulta di Gwendy in terza persona, una scelta azzeccata che ha anche un che di alienante.

La storia conta una trentina di capitoli molto corti che possiamo interpretare come episodi della vita di Gwendy. Potremmo, in senso lato, considerarlo un romanzo di formazione che segue Gwendy dal suo ingresso alla scuola media al college. In ogni caso, numerosi battiti di mani all’accoppiata King-Chizmar per questo manualetto di stile.


Una piccola perla

Peeerò.

La scatola dei bottoni di Gwendy si legge in fretta, forse troppo in fretta. L’impressione che rimane a fine lettura è quella di aver dissotterrato la sommità delle radici di una storia che è un peccato non poter approfondire. Scorgiamo la punta dell’iceberg che rompe la superficie, ma non il corpo, ben più mastodontico, che affonda nelle profondità del mare. Esistono romanzi di cui non vorremmo mai vedere la parola fine, ma quando, volenti o nolenti, tagliamo infine il traguardo, abbiamo la sensazione di aver concluso il percorso, di aver chiuso il cerchio e di aver corso tutti i metri da percorrere. La scatola dei bottoni di Gwendy fa rodare i motori con un what if…? di quelli da tenere il naso incollato alle pagine, ma accelera ingranando la sesta con un’eccessiva fretta di arrivare alla fine, che nell’edizione inglese giunge in poco più di un centinaio di pagine. È l’embrione di quello che sarebbe potuto diventare un bellissimo romanzo, se sviluppato oltre lo stato di bozza nel quale è stato abbandonato e rilasciato al grande pubblico. Si rimane insoddisfatti, ecco, come dopo un assaggio. Sebbene non sia un difetto grave, priva la storia del voto perfetto che si meriterebbe.

Il magnifico crescendo di tensione e la ricerca dell’horror (e anche un pizzico di sadismo, temo) ci spingono a desiderare che Gwendy metta a profitto il potere distruttivo della scatola, ma il bottone nero, per esempio, che la ragazza si rifiuta di toccare paragonandolo a un cancro, non viene mai sfruttato, perché langue solo il tempo di alcune frasi nella mente della protagonista. L’elemento horror cresce di pagina in pagina, come una tempesta che si avvicina all’orizzonte lasciando presagire un finimondo di fulmini e onde anomale, ma sulle note finali è come se si assopisse: il cielo si sgombra a dispetto delle aspettative che ci siamo costruiti e il finale ci abbandona in acque in clima di bonaccia.

I contorni fumosi della trama avvolgono anche i personaggi, che non hanno spazio di manovra per svilupparsi: se Gwendy non brilla per caratterizzazione, ancor meno si può valutare il bullo che da anni le dà il tormento: aggressività e violenza fini a se stesse, con risvolti prevedibili che lo rendono piuttosto monodimensionale. Originale e ben costruita, invece, la figura secondaria di un collezionista di monete.


Per concludere

La scatola dei bottoni di Gwendy è una ricetta favolosa concretizzata in una porzione da canarini. Due cucchiaiate e il piatto è già vuoto!

Angolo soundtrack: se volete trarre il meglio dall’incipit inquietatamente affascinante del romanzo, ascoltate Kensington Gardens dei Carbon Based Lifeforms mentre leggete il primo capitolo. La trovate su YouTube.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

Copertina di Le ho mai raccontato del vento del Nord?.

A voler censire l’assortimento di generi letterari della mia libreria, le storie romantiche si conterebbero sulle dita di una mano. Eppure eccomi qui, armata del proposito di recensire Le ho mai raccontato del vento del Nord?, romanzo epistolare dell’era della comunicazione immediata.

L’avvento di internet ha fatto cadere in disuso l’arte e la pazienza di vergare lettere a mano, così il genere epistolare è invecchiato prematuramente, prima di tutti gli altri. Sebbene alla corrispondenza via aerea sia subentrata l’e-mail via server, tuttavia, i principi base dello scambio rimangono inalterati. L’austriaco Daniel Glattauer raccoglie e modernizza questa eredità stantia dei romanzi epistolari d’altri tempi per consegnarci un rapporto sentimentale che si sviluppa davanti a un monitor LCD.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del Nord?
Autore: Daniel Glattauer
Genere: epistolare/romantico
Editore: Feltrinelli
Pagine: 210

Un’e-mail all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi.
Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventata virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?


Le ho mai raccontato del vento del Nord?: la recensione

Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner.

Da una “e” di troppo nell’indirizzo e-mail del destinatario nasce il rapporto tra i nostri protagonisti, Emmi e Leo, che ingaggiano fin da subito un fitto botta e risposta a suon di affondi con fioretti imbevuti di sarcasmo. Contate al contagocce sono le informazioni che concedono l’un l’altra riguardo alla vita privata: si scopre che Leo esercita come psicolinguista e che Emmi è “felicemente sposata”, ma permane un velo di mistero sull’aspetto fisico di entrambi, argomento ricorrente nelle loro e-mail.

Scremate dal testo le frecciatine fini a se stesse, infatti, ciò che rimane si riduce a un tira e molla a tensione crescente in cui i due vogliono vedersi e non vedersi: insomma, ci incontriamo o non ci incontriamo? Stracciamo l’immagine idealizzata che abbiamo l’uno dell’altro, frutto della nostra fantasia? E se poi non ci piaciamo? Che ne sarà del nostro rapporto epistolare? Ci lasceremo influenzare dal giudizio dei nostri occhi o saremo in grado di vedere oltre?

Questo tira e molla andrà avanti per pagine e pagine, con buona pace della nostra pazienza, finché, decimato un prato di margherite con la conta degli opposti, Emmi e Leo si accordano, finalmente, per un appuntamento al bar. Ma a una condizione: devono giocare a riconoscersi tra gli altri avventori del locale e fare rapporto via e-mail suggerendo i potenziali candidati che hanno scovato.

Vengono illuminati da un’epifania? Nah. O il punto conclusivo non sarebbe stampato a quota 180 e qualcosa pagine (nella mia edizione). Anche dopo il loro incontro “a locale aperto”, i due continueranno a intrattenere una lunga e ripetitiva corrispondenza in cui, non necessariamente in quest’ordine, si stuzzicano; soffrono i lunghi periodi lontani dalla tastiera; meditano di organizzare un rendez-vous come si conviene a un rapporto tradizionale; brindano ognuno davanti al proprio monitor; si accusano di adulterio; han nostalgia l’uno dell’altra; considerano di incontrarsi ma no, sarà per la prossima volta; si provocano; si indignano; languono per la mancanza dell’interlocutore in trasferta o in vacanza; rilanciano, a intervalli regolari, una proposta di appuntamento che cade puntualmente nel vuoto.

In sostanza, la trama non decolla mai – come i personaggi, del resto, di cui parlerò a breve – rimanendo perennemente in fase di rullaggio. Ristagna, è come un cucchiaino di burro spalmato su una fetta biscottata troppo grossa. A potarla un po’, il libro rifiorisce. E quando (alla buon’ora!) si arriva in vista del traguardo, con un millimetro di spessore a separarci dalla quarta di copertina, vien da chiedersi come sia possibile sviluppare una degna conclusione al romanzo nella decina di pagine rimaste. Ma ecco la sorpresa! Macinati metri su metri di aria fritta, il traguardo ci corre incontro, ci fa lo sgambetto e conclude il romanzo nel migliore dei modi, strappandolo all’insufficienza.


Manipolazione 101

In quanto donna, l’istinto dovrebbe spingermi a parteggiare per Emmi. Invece mi sono ritrovata piuttosto in sintonia con la personalità di Leo, un personaggio forse un po’ piatto, ma quantomeno decente.

Non posso dire, infatti, di aver apprezzato la natura subdola di Emmi, l’archetipo della donna scaltra e manipolatrice. Le responsabilità di marito e figliastri le gravano sul groppone, pur tuttavia trascorre ore a sviscerare e trovare sottintesi in ogni lettera digitata da Leo all’altro capo della linea. Ricama rose e fiori sulla propria situazione matrimoniale per ispirargli invidia e farsi desiderare. A tratti dà perfino l’impressione che stia giocando con lui: insiste perché si incontrino faccia a faccia, dopodiché dirotta il pover’uomo verso la migliore amica, lanciandoglielo quasi fra le braccia, per poi immusonirsi quando Leo e suddetta amica scoprono la sua rete di inganni e le rendono pan per focaccia.

Gli strateghi e i manipolatori sono in genere i miei preferiti nelle opere di fiction (Petyr Baelish, per citare un esempio noto), ma c’è qualcosa in Emmi che soffoca questi tratti che mi piacciono tanto. Trasuda troppo sarcasmo da ogni poro, per dirne una, e non si accontenta mai di avere la penultima parola a costo di suonare pedante con tutte le sue insinuazioni. Il povero Leo, single con un recente fiasco amoroso alle spalle, non è libero di trascorrere una serata fuori casa senza che Emmi, sposata con figli a carico, gli faccia il terzo grado sulla sua uscita. Questa non è scaltrezza: è ossessione, e alla lunga dà sui nervi.


Emmi, sveglia!

Il carteggio si fa più audace man mano che si rincorrono i giorni, le settimane, i mesi, ma guai a nominare l’adulterio. Emmi si illude di stare in una favola, di vivere un vero idillio con un marito che non se l’ha a male se al letto coniugale preferisce la sedia davanti al computer, dove si attarda a chattare con uno sconosciuto fino a notte fonda. Si succedono i giorni, gli scritti una volta tiepidi si fanno roventi. Quando questa passione repressa rompe la colonnina di mercurio e minaccia di sconvolgere il vivere quotidiano dell’intera famiglia, Leo esce promosso da un esame di coscienza e decide che è arrivato il momento di far ragionare la sua interlocutrice.

Ed Emmi? Ma sì, pensa la nostra Emmi, poco male se mi può scappare una seduta di equilibrismo, un’innocente rotolatina sotto le coperte. Avventura, mio caro Leo! Ho un marito comprensibile. Immune alla gelosia; aperto di mente; di ultimissima generazione. Mi capirà, perché il mio matrimonio funziona!!! Capito, Leo-mostro-di-umorismo?

Per parafrasare il suo usus scribendi.

Il finale a sorpresa, comunque, ristabilisce l’equilibrio e testimonia l’esistenza del karma.


Stile accattivante ma uniforme

Da ultimo, qualche considerazione sullo stile. Lo stile spigliato di Le ho mai raccontato del vento del Nord?, combinato alla trama lineare come un fuso, condensa il tempo di lettura a qualche ora nel pomeriggio, il che è un bene, data la scarsità di contenuto. Ma ha un difetto: Emmi e Leo parlano – o forse è meglio dire “scrivono” – con lo stesso timbro di voce. Hanno personalità e trascorsi che non potrebbero essere più distanti, eppure i loro stili di scrittura sono indistinguibili l’uno dall’altro. Che cosa intendo?

A: ohilà caio ti butta bene? io son giorni che c’ho questo mal di testa che se non sparisce non so che cosa faccio. stasera rigruppata, ti passo a prendere alle 9 ti va?
B: Ciao, Tizio! Qui tutto bene, tu? Mi spiace per il mal di testa, hai provato a sentire un medico? 

Ora eliminate le maiuscole introduttive e rileggete le due frasi.

ohilà caio ti butta bene? io sono giorni che c’ho questo mal di testa che se non sparisce non so piu che cosa faccio. stasera rigruppata, ti prendo su alle 11 ti va?
Ciao, Tizio! Qui tutto bene, tu? Mi dispiace per il mal di testa, hai provato a sentire un medico?

Questi sono stili personali e distinguibili. Dalle differenze siamo in grado di intuire informazioni non dette: Tizio deve aver ritagliato qualche aeroplanino di troppo dalle pagine del libro d’italiano; il modo di esprimersi di entrambi fa pensare a un’età da scuola media o superiore. Culture diverse, personalità diverse = stili diversi.

Scegliete a caso qualsiasi e-mail fra Emmi e Leo e non riuscirete a risalire alla mano che ha digitato il messaggio.


Per concludere

Classico libro con cui ammazzar la noia mentre si è stesi sulla sdraio ad accumulare melanina. La trama elementare si presta alla lettura a più riprese fra una nuotata e l’altra. I cinici troveranno, sulle note finali, parecchio materiale su cui gongolare di piacere.

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La lepisma libraia

[Recensione] “La ragazza di stelle e inchiostro” di Kiran Millwood Hargrave

Copertina de La ragazza di stelle e inchiostro.

Un’isola in decadimento, una giovane eroina e un demone di fuoco risalente a un antico mito sono gli ingredienti de La ragazza di stelle e inchiostro, fantasy per ragazzi che fra meno di dieci giorni, il 20 febbraio a essere precisi, farà il suo ingresso nelle nostre librerie. Al termine di una lettura del romanzo in lingua originale, mi rifaccio ora viva fra le pagine di questo blog per condividere la mia esperienza di lettrice. Sotto con la recensione!

Titolo: La ragazza di stelle e inchiostro
Autore: Kiran Millwood Hargrave
Genere: fantasy per ragazzi
Editore: Mondadori
Pagine: 211

Cosa c’è oltre la foresta? Chi abita i Territori Dimenticati? Isabella, figlia del cartografo che ha mappato la misteriosa isola di Joya fin dove lo spietato governatore Adori permette di esplorarla, sogna di poter disegnare su una cartina la risposta a queste domande. Così quando Lupe, la sua migliore amica nonché figlia del governatore, sparisce proprio in quei territori, è Isabella a guidare la spedizione di ricerca. Le mappe di famiglia la guidano attraverso villaggi deserti, nere foreste e fiumi prosciugati, e le stelle che suo padre le ha insegnato a osservare la accompagnano dall’alto. Ma il vero pericolo del suo viaggio appare presto chiaro: nelle viscere bollenti della terra Yote, un demone di fuoco, si sta risvegliando…


La ragazza di stelle e inchiostro: la recensione

Per essere rivolto a un pubblico di giovani lettori, La ragazza di stelle e inchiostro è un libro cupo: non è parco di violenze assortite, come nelle migliori fiabe dei fratelli Grimm, né risparmia la vista di dettagli raccapriccianti. La poesia, insomma, si esaurisce nel rettangolo di copertina adorno di libellule e farfalle. Nota di demerito? No. Semplicemente, vorrei sottolineare la disonestà della sinossi ufficiale, ricalcata dall’originale inglese, perché omette accuratamente qualsiasi allusione all’atmosfera a tinte fosche che tiene in ostaggio il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Siamo a Gromera, un grappolo di case appollaiate nella zona sud-est dell’isola di Joya. È l’alba di un nuovo anno scolastico quando una donna del villaggio dà notizia della scomparsa della figlia Cata. Fra gli abitanti si scatena il panico e il governatore Adori, già dedito a opprimere la popolazione di Gromera impedendo a tutti di valicare i confini del paesino, pena l’arresto, impone dei rigidi coprifuoco. Quando le squadre di ricerca riferiscono del macabro ritrovamento del corpo della giovane, tutti gli indizi convergono verso la pista dell’omicidio. Il governatore, dispensatore di giustizia, ha intenzione di lavarsene le mani e levare le tende dall’isola insieme a tutta la sua famiglia, prima che l’assassino, a piede libero e latitante nei Territori Dimenticati al di là dei confini del villaggio, torni a reclamare altre vittime innocenti. Ma Lupe, sua figlia, ha ben altri progetti.

Hargrave affida a Isabella, la figlia del cartografo di Gromera, il compito di narrare le vicende in prima persona. Quando lei e Lupe si congedano al termine di un’accesa discussione, nella quale Isabella taccia l’altra ragazzina di essere menefreghista e codarda alla pari del padre, Lupe si allontana dalla relativa sicurezza del villaggio col proposito di braccare il colpevole dell’assassinio di Cata, e confutare così le accuse dell’amica. Isabella, rosa dai sensi di colpa, farà in modo di unirsi alla spedizione di ricerca bandita dal governatore. In quanto esperta di cartografia, arte trasmessale dal padre, è l’unica che può guidare gli scagnozzi del despota nei territori sconosciuti oltre i confini di Gromera. E chissà, forse potrà addirittura capovolgere la situazione a proprio vantaggio e mappare quelle regioni dell’isola che da anni stuzzicano la sua curiosità di esploratrice.


L’importanza dei miti

La ragazza di stelle e inchiostro è, prima di tutto, una storia sul valore dei miti. Tanti sono i fili rossi che possiamo tracciare con Oceania, film della Disney del 2016. Per Isabella i miti hanno poco a che spartire con le storie: entrambi si tramandano a voce attorno a un focolare, ma i miti non sono il frutto della fantasia di un individuo. Nelle sue parole…

A myth is something that happened so long ago people like to pretend it’s not real, even when it is.

Per l’occasione, Hargrave saccheggia il folklore del popolo dei Guanci, che si presumono essere i primi uomini ad aver colonizzato le isole Canarie, per presentarci una storia sull’importanza della fede, del coraggio, dell’amicizia e dello spirito di sacrificio. È dalla fede nei miti che Isabella, scontratasi con lo scetticismo degli amici che commettono l’errore di non discriminare le storie dai miti, trarrà il coraggio e la forza necessari per trascinarsi avanti quando tutto sembrerà perduto. Sarà la sua fede a decretare il destino dell’isola di Joya, minacciata dal risveglio di un demone antico che i più diffidenti pensavano fosse vincolato al mondo immaginario della tradizione orale.


Worldbuilding raffazzonata

Ogni fantasy che si rispetti, però, dovrebbe proporre una worldbuilding plausibile, con scelte giustificabili. La worldbuilding de La ragazza di stelle e inchiostro lascia intravedere tante idee interessanti, purtroppo sottosviluppate e disposte alla carlona, come scampoli di vari vestiti cuciti insieme in una coperta patchwork.

I personaggi hanno nomi spagnoleggianti (la moglie del governatore viene interpellata con un esplicito “Señora Adori”) e si citano continenti e Paesi dai toponimi piuttosto familiari (Amrica, Ægypt, Afrik), ma non si riesce a dare una collocazione cronologicamente precisa degli eventi del libro all’interno della nostra Storia, se del nostro mondo in effetti si tratta. Come si dovrebbe interpretare la diversa grafia di Amrica ed Ægypt? Siamo in uno scenario post-apocalittico in cui lo sviluppo tecnologico della razza umana è regredito all’età del ferro? Oppure dobbiamo inserire la storia in un contesto primitivo? Insomma, alcuni elementi sembrano introdotti alla cieca, senza una logica: perché un Ægypt dal sapore nordico a sfavore di un più coerente Egipto?

Viene naturale immaginare l’isola di Joya come l’ottava isola maggiore delle Canarie, ma è davvero così?


Stile vago e passivo

Lo stile scorre bene, ma è troppo vago. A ventiquattr’ore dal traguardo della parola fine, ricordo poco o nulla della geografia di Joya. Si percepisce la penuria di descrizioni: le informazioni concesse dal testo sono scarse e impediscono di crearsi un’immagine nitida della topografia dell’isola, un problema abbastanza ironico in un libro che dovrebbe essere un inno alla cartografia.

Il libro, infatti, è corredato di mappe a supporto del lettore che mettono a fuoco le aree dell’isola che la nostra compagnia di avventurieri si ritrova man mano ad attraversare. Esteticamente gradevoli, ma di poca, se non nessuna, utilità pratica dati i tratti essenziali con cui sono tracciate.

Lo stile tocca fondi di debolezza soprattutto nei capitoli ad alta dinamicità, dove metà delle azioni è resa al passivo. Alcune sono inoltre realisticamente improbabili.

My elbows and knees were pinned down, nails gouging into my neck. I tried to roll, to get free, but my assailant held on. Pain sang across my scalp as my head was pressed into the nubs of teeth beneath me.

My name was shouted from somewhere behind me – not Gabo’s name, but my own – and in the next moment the creature was barrelled off as Pablo threw it aside.

A smell like burning ships filled my head, then my hands were being wrenched behind me.

Ormai anche i sassi nel letto del Po sanno recitare a memoria la manfrina del “mostrare, non raccontare; tempo attivo, non passivo”, valida per il genere fantasy in particolar modo. Che la storia abbia bambini e ragazzi dai 10 ai 14 anni come destinatari finali non solleva l’autrice dallo sforzo di produrre buona letteratura. Non ho indagato sulla sua bibliografia perché la mia speranza è che ci troviamo di fronte a un esordio stilisticamente acerbo.


Per concludere

La ragazza di stelle e inchiostro esordisce con delle buone idee, ma non le sviluppa abbastanza e le espone con uno stile dilettantistico. È comunque una piacevole lettura che regala qualche emozione.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Noi siamo grandi come la vita” di Ava Dellaira

Copertina di Noi siamo grandi come la vita.

Noi siamo grandi come la vita è l’undicesimo libro letto e il primo libro detestato del mio 2018. Dopo il lietissimo avvento di romanzi quali I guerrieri di Wyld e Mezzanotte alla libreria delle grandi idee, mi chiedevo quando questo trend di lettura tutto in positivo avrebbe cominciato ad accusare il colpo di qualche dispiacere letterario. Era questione di tempo.

Titolo: Noi siamo grandi come la vita
Autore: Ava Dellaira
Genere: young adult
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 320

Tutto inizia con un compito assegnato nei primi giorni di scuola: “Scrivi una lettera a una persona che non c’è più”. E così Laurel scrive a Kurt Cobain, che May, la sua sorella maggiore, amava tantissimo. E che se n’è andato troppo presto, proprio come May. Per Laurel, la sorella era un mito: bella, perfetta, inarrivabile. Era il sole intorno a cui ruotava tutto, specie da quando i genitori si erano separati. Perderla è stato indescrivibile, qualcosa di cui Laurel non vuole parlare. Sulla carta, invece, Laurel si lascia finalmente andare. E dopo quella prima lettera, che non consegnerà all’insegnante, continua a scriverne altre, indirizzandole a Amy Winehouse, Heath Ledger, Janis Joplin e altri idoli della sorella scomparsa. Soltanto a loro riesce a confidare cosa vuol dire avere quindici anni e sentire di avere perso una parte di sé, senza nemmeno potersi aggrappare alla famiglia perché è andata in mille pezzi. Soltanto a loro può confessare la paura e la voglia di avventurarsi in quel mondo nuovo che è la scuola, la magia di incontrare amiche che ti fanno sentire normale e speciale al tempo stesso. Finché, come un viaggio dentro di sé, quelle lettere porteranno Laurel al cuore di una verità che non ha mai avuto il coraggio di affrontare. Qualcosa che riguarda lei e May. Qualcosa che va detto a voce alta: solo così Laurel potrà superare quello che è stato, imparare ad amarsi e trovare il coraggio di andare avanti.


Noi siamo grandi come la vita: la recensione

Regola numero uno del Lieto Lettore, che per disgrazia mi capita spesso di infrangere: mai crearsi delle aspettative. Più scaliamo il versante delle nostre speranze, più esteso sarà il florilegio di ematomi che esibirà il nostro corpo quando il terremoto della delusione scuoterà la roccia sotto ai nostri piedi e ruzzoleremo verso valle come biglie impazzite.

Conquistato il cocuzzolo della montagna di Noi siamo grandi come la vita grazie a una copertina trapunta di stelle e una sinossi più che promettente, l’idea era di amare anche il romanzo in sé: fare l’aerostop fino al firmamento, nidificare sulla G di quel Grandi e tenere banco con la protagonista, leggendo in sua compagnia. “Ciao, Laurel.” Avrei salutato così la ragazza appena sotto di me, seduta comoda sulla V. “Bellissimo libro, complimenti, in linea con le mie aspettative.”

Noi siamo grandi come la vita è come uno di quei regali fregatura tutta apparenza e niente sostanza. YouTube pullula di video testimoni delle conseguenze di questo tipo di scherzi natalizi a opera di parenti serpenti: la sceneggiatura di queste tragicommedie caserecce prevede che i frugoletti scuotano per aria la scatola di una Xbox, per poi strillare acuti da soprano nel rendersi conto, all’atto dell’apertura del pacco, di non aver riscosso da Santa Claus che un paio di calzini puzzolenti.

Nessun aereo verso la stratosfera, dunque, ma solo il sole cocente di un’ancora più cocente delusione.


La protagonista

Laurel sta ancora processando la morte della sorella maggiore quando si ritrova alle prese con la nuova realtà della scuola superiore. Siamo di fronte a una combinazione di due potenziali fonti di conflitto: un lutto non elaborato e tutta quella ridda di problematiche legate all’adolescenza. Le premesse sono dunque ottime, lo stesso non posso dire delle modalità di esecuzione.

Laurel è un pessimo personaggio. È così piatta che posta di profilo rischia di scomparire sullo sfondo. Il suo decennio di vita cosciente l’ha portata a formulare una sola, inossidabile certezza: sua sorella May è una persona da emulare fino alle doppie punte dei capelli. Quando viene a mancare in seguito a un incidente la cui dinamica viene rivelata solo in via di conclusione del romanzo, Laurel sembra affogare il dolore e trovare un nuovo senso alla vita spogliandosi della propria personalità per indossare quella della sorella, senza però capire di dare uno spettacolo affine a quello allestito da un mammut che tenti di infilarsi in un pigiamino 0-2 anni.

È così che Laurel si prefigge un nuovo, entusiasmante obiettivo: riscuotere gli apprezzamenti del personale studentesco con cui condividerà le lezioni, aka essere apprezzata e ganza e cool come la sorella. E per farlo, ha intenzione di lasciarsi stringere una medaglietta attorno al collo e farsi tirare al guinzaglio come l’obbediente cagnolino che è, tutta scodinzolante e sbavante all’idea di compiacere i compagni di scuola che la trascinano – ma trascinare implica forse troppo attrito – in una serie di meschinità ad alto potenziale diseducativo per i giovani lettori cui il libro è principalmente rivolto.

La mansueta e servizievole Laurel raggiunge e supera senza batter ciglio ogni tappa della demenza adolescenziale, di quella di cui abbondano i temini a carattere deterrente delle scuole superiori: cade nel vizio del tabagismo, corteggia il coma etilico, ruba, snocciola bugie ai genitori, scandalizza gli ignari avventori di un centro commerciale con una fugace esposizione delle proprie tette, se la svigna nottetempo calandosi come un ladro dalla finestra… e poi, tra una sceneggiata da bagordi e l’altra, le riesce pure di credere nelle fate.

Al che sale l’impulso di sfondarle un timpano con un doveroso “Svegliati!” e assumersi la responsabilità, per mezzo di qualche sventola ben assestata, che la sua età cerebrale si metta in pari con quella anagrafica. Laurel è stato uno dei personaggi più detestabili di cui abbia mai avuto la sciagura di leggere. È, per dirla tutta, un organismo unicellulare.

L’intento dell’autrice di mostrare quanto Laurel tenesse alla sorella tanto da annullarsi e vivere la vita in funzione di lei si converte nel fumo di una prosa tutta raccontata.


Lo stile

Mah, vien da chiedersi allora… com’è scritto? Risposta: male. È scritto male e sviluppato peggio.

Le lettere che Laurel indirizza a personaggi famosi dell’Oltretomba sono affette da Infodumpismo Selvaggio e Contaminazioni Autoriali. Lasciate che due estratti del testo chiariscano il concetto (perdonate se sono in inglese, ho letto il romanzo in lingua originale):

The air […] smelled a way that makes you feel how the world is right up close, rubbing against you.

Sky reminds me of you a bit, honestly. How he’s a boy, and strong, and the air makes way for him when he walks through it. But also how there is something fragile like moths inside of him, something fluttering. Something trying desperately to crowd toward a light.

Stucchevole, non c’è che dire. Peccato che questi inserti siano frutto di uno sproloquio narcisistico dell’autrice e non, come si suppone, di una ragazza adolescente. In mezzo a un mare di frasi insulse che potrebbero trovare giusta collocazione nel diario di una bambina delle elementari, queste isole pseudo-filosofiche affascinano come pugno nell’occhio.

Sublimi, poi, le derive infodumpose. Le lettere seguono essenzialmente un copione che si può così riassumere: Cara […], biografia, biografia, biografia. Sky è così figo. Ho fatto questo, questo e questo. Tua, Laurel.

Su carta, questo si traduce in farneticazioni del tipo:

Dear Persona Famosa,

I was reading about you tonight, because I wondered what your life was like when you were a kid. You were the center of attention in your family, but after your parents divorced when you were eight, you were orphaned in a way. You were angry. You wrote on your wall: I hate Mom, I hate Dad, Dad hates Mom, Mom hates Dad, it simply makes you want to be sad. You said the pain of their split stayed with you for years. They passed you from one of them to the other. Your dad remarried, and your mom had a boyfriend who was bad to her. By the time you were a teenager, your dad had custody of you, but he passed you off to live with the family of your friend. Then you moved back to live with your mom. When you didn’t graduate high school or get a job, she packed your stuff into boxes and kicked you out.
You were homeless then. You stayed on other people’s couches, or sometimes you slept under a bridge, or in the waiting room of the Grays Harbor Community Hospital—a teenager just becoming a man, sleeping alone in the hospital where you were born eighteen years before.

Cara Laurel,

penso che Persona Famosa possa condurre un’esistenza felice nell’Aldilà anche senza che qualcuno le ricordi i dettagli della sua vita in terra, come non serve che nessuno ricordi a te di che colore sono i tuoi capelli. Ma che ne è del lutto per tua sorella? Delle tue emozioni? Un consiglio spassionato: risparmia a noi lettori paganti il tedio comatoso delle biografie. A quelle già pensa la gratuita Wikipedia.

Baci,
Lepisma


Emozioni non pervenute

Noi siamo grandi come la vita è un libro di promesse disattese perché la quarta di copertina promette emozioni dove non ce ne sono. A questa deficienza emotiva concorre non solo lo stile amorfo in cui si rispecchia la monodimensionalità della protagonista, ma anche un rapporto sentimentale costruito a tavolino.

Come gli occhi di Laurel si posano su di lui, è insta-love. Lui, bipede a base carbonio conosciuto all’anagrafe come Sky,  “Cielo”, reagisce all’interesse di Laurel con lunghi e famelici scambi di sguardi. Siamo sicuri che non si chiamasse Edward, da piccolo? Procedendo con la lettura si scopre che anche il suo personaggio è un pochino carente in fatto di personalità, finché non si finisce per porsi la fatidica domanda: ‘sti due son come l’olio e l’acqua, zero chimica, come han fatto a mettersi insieme?. Esigenze di trama, presumo.

Altra nota di demerito, la superficialità. Tematiche delicate e superficialità vanno spesso a braccetto nel mondo delle fanfiction. Per forza: che grande esperienza potrà mai vantare una scrittrice occasionale che è probabile abbia spento dodici candeline solo la scorsa settimana? Ma da un’autrice pubblicata, da un libro che è passato sotto l’occhio ipercritico di un editor, non mi aspetto altrettanto pressappochismo.


Ricapitolando…

Libro scialbo da qualsiasi prospettiva lo si guardi. Ne consiglierei la lettura? Sì, ai masochisti.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

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[Recensione] “I guerrieri di Wyld. L’orda delle tenebre” di Nicholas Eames

Copertina de I guerrieri di Wyld. L'orda delle tenebre.

Amanti del fantasy e nerd incalliti a rapporto!

Più di 500 pagine di succose avventure che strizzano l’occhio agli RPG degli anni Novanta vi aspettano in libreria questo 8 febbraio (spero quindi perdonerete le citazioni in lingua originale). Se avete bruciato pomeriggi a brandire mazze chiodate contro orchetti e viverne, a collezionare tutto un armamentario di spadoni e cotte di maglia leggendarie e dai nomi arcani, a distribuire minuziosamente punti abilità ai vostri avatar, se per voi titoli quali Dungeons & DragonsMight and Magic, WarcraftIcewind Dale e Sacred suscitano un senso dolceamaro di nostalgia, allora dovreste sentirvi moralmente obbligati a leggere il romanzo d’esordio del talentuosissimo Nicholas Eames.

 

Titolo: I guerrieri di Wyld. L’orda delle tenebre
Autore: Nicholas Eames
Genere: fantasy/umoristico
Editore: Nord
Pagine: 550

Il pacifico regno di Castia è stato invaso dall’orda di HeartWyld, un devastante esercito di orchi e mostri. Un tempo, Clay Cooper sarebbe stato in prima fila per combatterlo: lui e la sua banda di mercenari erano guerrieri straordinari e le loro imprese sono leggendarie. Ormai però sono passati vent’anni e i giorni di gloria sono finiti. La Castia è lontana e Clay deve pensare a proteggere la sua famiglia. Ma tutto cambia quando alla sua porta bussa Gabe, il loro vecchio comandante: la figlia è scappata di casa per unirsi alla resistenza castiana e Gabe deve salvarla. Anche perché l’unico modo per raggiungere la Castia è superare il Wyld, un luogo selvaggio e pericoloso, infestato da più orrori di quanti si possano immaginare. E Clay è costretto a rendersi conto della minaccia che incombe su di loro: senza rinforzi, la Castia è condannata e sarà solo questione di tempo prima che l’orda continui la sua marcia di morte. Ma nessuno è in grado di affrontare il Wyld. Tranne loro, gli unici ad averlo attraversato ed essere sopravvissuti per raccontarlo. Clay e Gabe non hanno dubbi: devono rimettere insieme la banda. Insieme, potrebbero diventare l’ultima speranza per l’intera stirpe degli uomini…

Voto:

 

La recensione

Sacred, un RPG per computer uscito nel 2004, ha fatto la mia adolescenza. Col tempo ho un po’ abbandonato l’ossessione per i giochi di ruolo, e quando tre anni fa, spinta da chissà quale ricordo, ho provato a installarlo sul desktop, non mi sono strappata i capelli nel rendermi conto della completa, assurda incompatibilità del gioco con la mia versione di Windows 7.

Devo puntare un dito accusatore verso I guerrieri di Wyld se ora mi ritrovo a fremere davanti al computer con la coscienza divisa in due inconciliabili fazioni: quella che “ora che hai Windows 10, magari il gioco funziona, perché non provi a reinstallarlo?” e quella de “hai di meglio da fare che accoppare goblin e portare il tuo mago guerriero di ghiaccio con set di Blackstaff a livello 200”.

Sì, I guerrieri di Wyld fa questo effetto. Non è un epic fantasy da prendere sul serio: è un tributo, in forma parodistica, ai cultori del genere fantasy e ai giochi di ruolo che si ispirano a questo filone, e come questi giochi è intriso di azione. Così tanti sono i combattimenti degni di nota – tutti, praticamente – che sembra quasi di essere protagonisti di un videogioco ed è difficile scegliere un vincitore.

 

I componenti di Saga

Clay: un padre, un marito, un uomo di poche pretese i cui propositi di un’esistenza serena e lontana dalle luci della ribalta dei tempi d’oro della banda vengono sbrindellati dall’improvvisa comparsa di Gabriel sui gradini di casa. La notorietà del passato non ha scalfito la sua umiltà. I suoi occhi sono il punto di vista da cui è narrata la vicenda ed è un protagonista con cui viene naturale empatizzare: quando decide di imbarcarsi in quella che ha tutta l’aria di essere una missione suicida, le sue paure sono tutt’altro che infondate. Imbraccia Blackheart, uno scudo unico nel suo genere – non lo sottovalutate: se vi dà il benvenuto sui denti, son dolori.

Moog: imparerete ad adorare le bizzarrie del suo personaggio. Mai a corto di trucchi nel suo cappello, Moog è uno stregone che ha dedicato parte dei suoi studi per distillare un equivalente del nostro Viagra, dal nome “allitterazionante” di Magic Moog’s Magnificent Phallic Phylactery, grazie al quale si è rimpinguato le tasche nei lunghi anni seguiti allo smantellamento della banda. Il suo mantra? There’s a way. It’s risky, though.

Gabriel, per gli amici Gabe: nonostante gli acciacchi incipienti della mezza età, non ha problemi ad affettare i nemici con turbini di fendenti della sua spada, Vellichor, che brandisce con precisione svizzera. Da anni accarezza l’idea di rifondare la squadra di mercenari in un continuo susseguirsi di buchi nell’acqua, ma quando è in gioco la vita di sua figlia Rose, l’amore di padre gli infonde la determinazione necessaria a perseguire il suo intento fino alla fine.

Matrick: ladro di professione convertito a regnante. Se gli agi di un’esistenza condotta in panciolle fra cuscini di piume, tavole imbandite e bicchieri di vino gli hanno conferito una circonferenza un po’ tondeggiante lungo la vita, il peso eccessivo sulle gambe non lo rende meno letale quando dai muscoli della mascella si tratta di scendere a quelli delle braccia: Roxy e Grace, i pugnali gemelli che mulina con destrezza da danzatore, fanno di lui un combattente da cui è meglio tenersi alla larga.

Ganelon: un gigante d’uomo, stimato da tutti per le sue sbalorditive abilità di combattimento con Syrinx, la sua ascia. Il “guerriero” propriamente detto, una dinamo a riserva di carburante infinita. L’ultimo a dover essere reclutato, il membro il cui rifiuto significa la morte certa dell’impresa.

Sono personaggi talmente vividi da farsi persone. Hanno desideri, affetti, difetti. Mai come in questo caso sono validi i detti l’unione fa la forza e tutti per uno, uno per tutti: Gabriel non ha alcuna possibilità di portare a termine la missione da solo, ma quando Clay risponde al suo SOS come soltanto un migliore amico può fare, e mano a mano che i fili solitari di questi cinque amici si ricuciono nella formazione originaria, niente e nessuno può più districarli. Dopo quasi vent’anni trascorsi ognuno nel proprio isolamento, i mercenari sono pronti a un ultimo gesto eroico prima che la vecchiaia inclemente li privi del tutto della loro passione di avventurieri.

E se il gentil sesso non trova un posto in questa schiera dalle ginocchia vagamente cigolanti, non commettete l’errore di pensare che I guerrieri di Wyld non faccia scendere in campo presenze femminili di tutto rispetto. Allo squinternato quintetto, infatti, fa da contorno una pletora di personaggi l’uno più indimenticabile dell’altro. Le personalità secondarie, spesso e purtroppo relegate al ruolo di spalla o di piantina ornamentale, trovano qui finalmente giustizia.

 

Lo stile

Eames sorprende fin dalle prime righe per la sua abilità scrittoria e gestione della narrazione. Non si ravvisano periodi morti, sbavature di punti di vista né rallentamenti, il ritmo è serrato e le descrizioni degli scontri sono di una qualità che perfino autori più affermati, che davanti alla scrivania hanno piantato radici vecchie di anni, stentano a raggiungere: Clay registra il mondo di Grandual coi suoi occhi e ce lo consegna senza sconti né riassunti, in tutta la sua ricchezza di dettagli concreti.

La costruzione del mondo, in inglese worldbuilding, pilastro portante dei romanzi fantasy, è anche lei di ottimo livello: la gente di Grandual professa una religione politeista, il trambusto delle città giunge ai nostri sensi come se lo stessimo vivendo e respirando in prima persona; il mondo pullula di creature dai nomi immaginifici, fra le quali si annovera la razza dei druin (si attende la traduzione in lingua italiana), che colpisce per essere un curioso miscuglio tra fisionomia umana e soffici orecchie da coniglio.

A questa razza appartiene l’Evil Lord di turno, LastLeaf (“UltimaFoglia”), capitano dell’orda delle tenebre menzionata nella sinossi. Lungi dall’essere il concentrato di stereotipi cui il termine Evil Lord allude, LastLeaf si rivela un personaggio con una propria personalità e una giustificazione plausibile alla smania di seminare un bel po’ di Disperazione & Carestia in quel di Castia. Non deridete le sue orecchie, potrebbe risentirsene.

Una nota di merito va senz’altro all’umorismo e alle similitudini nient’affatto scontate:

Matty’s voice had found a tone that balanced on the blade’s edge between pleading and placating. Clay imagined it was what a talking dog might sound like while explaining to its master why it had shit all over the rug.

[…]

The booker’s toothy grin withered like a cock in cold water.

 

Schitarrate e scazzottate per tutti i gusti

Dal momento in cui il cerchio della banda si chiude con l’annessione dell’ultimo componente fino alla parola fine, si assiste a un crescendo di azione e adrenalina che esplode, alla stregua di fuochi d’artificio, nello scontro che verrà consacrato negli annali e che decreterà il successo o meno dell’impresa (salvare Rose dall’assedio che tiene in scacco la città di Castia) e il destino del continente di Grandual stesso. Gli ultimi capitoli serbano scazzottate a non finire. E quando la polvere finalmente si posa a terra a indicare la conclusione del conflitto, l’istinto è quello di sfogliare le pagine a ritroso per rivivere, sulla nostra pelle d’oca di lettori assorbiti dal libro fino all’ultimo neurone, l’euforia della battaglia finale. Non mancano, in questo tripudio di assoli, interludi più profondi e riflessivi, addirittura toccanti.

Se il clima suona rockettaro, è perché lo è: sul sito di Nicholas Eames trovate, oltre a una galleria di concept art e a una mappa del mondo dal sapore piuttosto tolkieniano (osservate un minuto di silenzio reverenziale per il lavoro certosino dietro a ogni singolo albero di HeartWyld, prego), la colonna sonora che ha ispirato l’autore nella stesura di ogni capitolo. Lo stesso autore, nei contenuti extra in coda al libro, parla del filo rosso che collega Saga a una band rockettara:

[…] the weapons I assigned to each of the main characters were due to their assigned role in a metaphorical rock band—the most obvious being Matrick wielding a pair of “drumstick” knives and Ganelon using an axe, which is, of course, slang for “guitar.” Clay was envisioned as the guy on bass whose name everyone forgets but without whom the song just doesn’t feel right.

Matrick è il batterista, Ganelon il chirarrista e a Clay è assegnato il ruolo spesso trascurato, ma fondamentale, del basso. Gabriel? È il frontman, naturalmente.

 

Il romanzo è autoconclusivo

Avete letto bene: sebbene sia il primo volume di una serie (il secondo si intitola Bloody Rose [“Rose la Sanguinaria”] ed è atteso nelle librerie inglesi il 24 aprile 2018), ogni libro si concentra su una determinata banda di mercenari ed è quindi una storia a sé stante.

 

Per concludere… Viverna? Drago?

I guerrieri di Wyld è un fantastico romanzo.

E la conoscete la differenza tra viverna e drago? No? Lasciate che vi spieghi, allora…

LastLeaf monta una viverna e Clay, in una delle sue rimuginazioni, si premura di rendere nota la differenza fra questi rettiloni sputafuoco. I draghi hanno quattro zampe, nelle viverne le zampe anteriori sono fuse allo scheletro delle ali. Smaug non è un drago, è una viverna! (E neanche tu puoi fregiarti della nomenclatura di drago, o ruggente Drogon.) Ogni volta che qualcuno dice che drago o viverna sono la stessa cosa, da qualche parte c’è un fedelissimo del fantasy che soffre di un attacco di cuore. Grazie, Eames.

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[Recensione] “Il canto del ribelle” di Joanne Harris

Copertina de Il canto del ribelle.

Joanne Harris è famosa per essere l’autrice di Chocolat, ma è altrettanto conosciuta alle luci della ribalta grazie ai romanzi della serie Runemarks, di cui Il canto del ribelle, pubblicato per la prima volta nel 2014, è il prequel. A più di dieci anni di distanza dalla pubblicazione del primo volume, la serie è più fervida che mai. È in programma infatti l’uscita di un secondo prequel, dal titolo The Testament of Loki, per maggio 2018.

Titolo: Il canto del ribelle
Autore: Joanne Harris
Genere: fantasy/mitologico
Editore: Garzanti Libri
Pagine: 320

Per Loki, il dio delle fiamme, intelligente, affascinante, ingannatore, spiritoso, l’accoglienza ad Asgard non è delle migliori. Nella città dorata che s’innalza nel cielo in fondo al Ponte dell’Arcobaleno, dove vivono le donne e gli uomini che si sono proclamati dèi, tutti diffidano di lui, che ha nelle vene il sangue dei demoni. Malgrado la protezione di Odino, Loki ad Asgard continua a non essere amato: quello è il regno della perfezione, dell’ordine, della legge imposta. Entrare definitivamente nella schiera delle divinità più importanti, per lui, è impossibile: non solo gli viene impedito, è la sua stessa natura ribelle a impedirglielo. Ma arriva il momento della sua riscossa. Il mondo delle divinità è agli sgoccioli, una profezia ne ha proclamato la fine imminente. E Loki potrà mettere le sue capacità al servizio di Asgard e dei suoi abitanti. È lui che si adopera, con la sua astuzia, per trarre in salvo Thor e compagni. Ma gli dèi sono capricciosi, volubili e di certo non più leali di Loki. Adesso è giunta per lui l’ora di decidere da che parte stare, chi difendere e contro chi muovere battaglia. E di scoprire se i suoi poteri e la sua astuzia possono davvero salvarlo dalla fine che minaccia i Mondi e le creature, umane e divine, che li abitano. Joanne Harris ci porta nelle atmosfere piene di fascino della mitologia nordica: le divinità buone e cattive, i popoli in lotta tra loro, le forze oscure, le città fantastiche e le battaglie sanguinose. Protagonista assoluto è Loki…


Il canto del ribelle: la recensione

Che il ribelle in copertina si identifichi nella persona di Loki penso sia ormai conoscenza universale – perlomeno di chi approderà a questo post tramite una ricerca su Google, in dubbio se comprare o no il romanzo. Sono sufficienti le prime pagine per introdurre le altre pedine in gioco: fra la schiera dei personaggi del libro, si riconoscono le divinità più famose – Odino, Thor, Frigg, Heimdall, Sif – e si individuano, per chi questo libro rappresenta il primo accostamento al mito norreno, identità più oscure che faranno presto la loro entrata in scena. L’arena di scontro è Asgard, cittadella elitaria degli dèi al centro del cielo.

Parliamo ora del Loki griffato Harris. La sua è una voce che si incarica di riscrivere i miti nordici per come ci sono giunti ai giorni nostri. La versione classica della storia (glissando sui possibili ritocchi dati da letture cristianizzate) ha sempre riservato a Loki un posto di poco valore al tavolo delle divinità, descrivendolo come un piantagrane bilioso spinto al litigio per puro spirito di antagonismo. D’altro canto, fra un insulto e l’altro il mito gli riconosce anche momenti di perspicacia che sistematicamente finiscono per salvare la pellaccia di tutto il pantheon, e che tuttavia non possono affrancarlo dalla sua reputazione di persona sgradita e da un ineluttabile destino che, come viene più volte ripetuto nel mito attraverso la profezia della Veggente, – di cui si ritrova una parafrasi nel libro – incombe su tutti gli dèi come un cappio sul collo di un condannato al patibolo.

In tutto il corpus risalta chiara questa dicotomia di persona sgradita prima e genio provvidenziale poi, in un percorso fra valli e monti che conduce inesorabilmente verso il tramonto di tutto, la morte di tutti gli dèi. Il Loki di Harris riprende questo tema di alti e bassi e presenta il mito da un altro punto di vista: il suo. Motivo conduttore del libro è infatti la volontà di riscattarsi e informare i popoli senzienti di come siano andate davvero le cose, di come Loki, cioè, ingannatore degli ingannatori, sia stato in realtà ingannato a sua volta, e senza moventi – a detta sua – a giustificarne l’atto.

La voce del protagonista è dissacrante, dal tono sarcastico, e l’ho trovata, generalmente parlando, coerente con la personalità ambigua e sprezzante del Loki mitologico. Le due entità non si rispecchiano appieno per motivi che spiegherò a breve, ma al pari dei lati di una moneta condividono un nucleo fatto della stessa sostanza. Come il suo parente stretto, infatti, il Loki di Joanne Harris usa la lingua come un machete per ammaliare, abbindolare, seminare zizzania, per cavarsi fuori dai guai verso i quali sembra esercitare una forte attrazione magnetica: dove aggiusta una falla ne fa esplodere altre cento, al pari di uno scalognato Paolino Paperino alle prese con le tubature del lavabo.

A distinguerlo dalla sua controparte mitologica è la ricerca di una giustificazione alle sue malefatte. Come Paperino dà la colpa alla iella, così questo Loki trova, nella sua natura ribelle di demone nato dal Caos, un alibi alla sua apparente impossibilità di guadagnarsi uno sguardo amichevole fra i vicini di casa. Diversamente da come racconta il mito, sarebbe in pratica la sua estrazione ciò che gli impedisce di instaurare rapporti di amicizia, un retaggio di sangue cattivo che gli vale, fra le tante cose, un tesissimo comitato di benvenuto fra i ranghi di Asgard, una lunga, aperta ostilità e una sensazione di “diverso”, di antipatia a pelle che mai lo abbandona del tutto.
Questa è la sua storia, e da buon protagonista tira l’acqua al proprio mulino.


Lo stile

Il Canto del Ribelle è il primo romanzo che ho letto di Joanne Harris, perciò non ho metri di giudizio per decidere se testimoni un suo miglioramento o peggioramento stilistico: lascio a voi l’arduo giudizio. Posso dirvi, però, cosa ne penso dello stile usato in questo libro.

Harris adotta una scrittura contemporanea, frizzante, semplice ma non elementare e scandita da un giusto equilibrio tra frasi brevi e lunghe (un rapporto così bilanciato che me l’avrei parecchio a male se non lo prendessero in considerazione come esempio da imitare e glorificare nei manuali di scrittura creativa). Per incontrare il vocabolario e la fretta del consumatore moderno, il suo stile ha dovuto prendere necessariamente le distanze da quel conglomerato di kenningar e metafore di cui l’Edda di Snorri e l’Edda poetica si fanno portatrici (più dettagli: Wiki), ed è riuscito nel tentativo: Loki parla al lettore attraverso una prima persona onnisciente in pieno gergo del terzo millennio.

È una scelta, questa, che potrebbe far alzare un sopracciglio a chi, come me, ha visto nei miti e nelle saghe norreni quel meraviglioso connubio fra epicità, leggibilità e ricchezza linguistica che tanto ha viziato anche i lettori più affezionati di Tolkien (vedasi Il Silmarillion, o racconti eroici annessi). Ci si può chiedere se uno stile moderno sia adeguato per perpetuare idee e leggende in voga, anno più anno meno, attorno al periodo in cui Carlo Magno si vide apporre la corona sul capo. Tale scelta narrativa trova in realtà un movente nella narrazione degli eventi a posteriori: questo Loki è un narratore sopravvissuto al Ragnarök e i ricordi cui attinge per diffondere il proprio vangelo sono ormai vecchi di secoli. In quest’ottica, è facile vedere nella sua scrittura il naturale adattamento all’evoluzione di una lingua.

Per quanto concerne la tanto chiacchierata teoria dello show, don’t tell, mi tocca digrignare un po’ i denti – è il mio istinto latente di fan che mi porta a farlo – e ammetto di aver voltato pagina più volte, ma solo per vedere fin dove si prolungasse la muraglia cinese di testo e quante righe mi separassero ancora dal sollievo di un lungo discorso diretto, o di una descrizione tangibile. È proprio la mancanza di azioni a essere una costante del libro: perfino laddove la lunghezza del testo non avrebbe sofferto della scelta di un discorso diretto (il mostrare una scena ingombra nettamente di più del raccontarla), Joanne Harris preferisce, alle volte, imboccare la scorciatoia e sfruttare Loki come portavoce della battuta.

Si può obiettare che, essendo Il Canto del Ribelle configurato come un racconto, cioè un riassunto, l’atto di raccontare anziché mostrare è inevitabile. D’altronde, le saghe norrene che mi piacciono tanto costituiscono, penso, i massimi esempi di raccontato reperibili fra i confini della Terra e oltre. Eppure non riesco a togliermi dalla testa l’idea che avrei apprezzato di più il romanzo se la bilancia fra i due meccanismi narrativi fosse stata meglio calibrata, perché un conto è leggersi una saga da cinquanta pagine, un altro un libro da sei volte tanto.
Ma non arrovellatevi troppo nel dubbio: il ritmo scanzonato decantato nel primo paragrafo, autentica àncora di salvataggio, è di quelli che fanno odiare l’arrivo all’ultima pagina.


La narrazione

Bisogna ammettere che Harris ha svolto un accurato lavoro di riordino e siliconaggio. La trama ricalca fedelmente le vicende frammentarie del mito, ma l’intreccio de Il Canto del Ribelle è lineare e segue senza interruzioni un tracciato che sorge all’arrivo di Loki nel “mondo fisico” e tramonta con la fatale conclusione del Ragnarök. In tutto questo, Harris è stata cauta e ha preferito l’aggiungere al modificare: si è affidata all’immaginazione personale per riempire i vuoti fra un capitolo e l’altro e ha lasciato quasi invariato il resto. La modifica più ardita, credo, è quella che vede Loki come un demone fatto e finito anziché un gigante – è una visione un po’ cristianizzata del mito quella che cerca in Loki la rappresentazione del demone cristiano. Mi sfugge la considerazione che ha portato al cambiamento da jötunn a demone, ma non è un dettaglio per cui strapparsi i capelli.

Apriamo ora una parentesi sul mondo nordico e sul suo clima. Non ho, purtroppo, ritrovato quell’atmosfera antica che si respira invece fra le pagine dell’Edda o delle saghe norrene. Complice, forse, anche il mancato sostegno di un registro “eroico”, la Asgard dipinta da Loki scarseggia, insomma, di sostanza. Il narratore ha incanalato la sua attenzione verso i propri pensieri, le proprie sensazioni ed emozioni, nonché i propri pareri – nient’affatto lusinghieri – sulle divinità che lo circondano, offrendo al lettore molti streams of consciousness e ben pochi mattoni con cui costruirsi la realtà asgardiana fatta di sfarzo, oro, eserciti, crudezza; si nominano i nove mondi, ma non vengono fornite le coordinate con cui orientarsi fra di essi. Viene, in poche parole, lasciato troppo spazio a uno sviluppo interiore della vicenda a discapito – e qui mi ricollego alla tematica affrontata nello scorso paragrafo – di descrizioni concrete. Non interpretatelo come un parere lapidario: sono presenti descrizioni. Solo, troppo poche.

E qui arriviamo a un’altra piccola nota di demerito. S’è detto che la psiche delle divinità occupa il posto a capotavola nella narrazione, ma gli dèi rimangono monodimensionali. All’infuori del protagonista e di Odino, che mi sembrano essere personaggi a tutto tondo, gli altri paiono soccombere allo stereotipo e fossilizzarsi su una sola dimensione caratteriale che riflette la precisa natura di cui il dio è personificatore (come fra gli dèi romani o greci, c’è il dio della guerra, della poesia, della bellezza, della fertilità…). Così Thor è scazzoso per cinquantanove secondi al minuto, e via dicendo. Lo spazio di manovra era tanto e si sarebbe potuto fare di più.


Per concludere

Insomma, questo libro è meritorio di uno buco sullo scaffale? Rispondo con una frase equivoca: dipende da due variabili. La prima, se voi conoscete i miti norreni a menadito; la seconda, se voi siete fan dell’autrice o del protagonista condito in ogni salsa.

La scelta di Harris di mantenere il mito invariato, nel mio caso, è stata sia lodevole sia controproducente. Ho apprezzato la sua fedeltà al mito originale, ma è stata proprio la possibilità di un confronto fra le versioni, credo, a levarmi il gusto della lettura. La conoscenza pregressa dell’Edda e delle sue storie equivale a spoilerarsi il finale prima ancora di aprire il volume! Si tira avanti con le pagine, certo, ma capite che non ci sono più gli estremi per un effetto sorpresa perché chi è appassionato di mitologia norrena conosce già inizio, svolgimento e fine della storia.

A essere sincera, però, ho gradito molto l’abilità con cui Harris ha colmato i vuoti e impilato le carte in bell’ordine. Grazie al suo stile si sorride e si ride, anche. Alla luce di quanto detto, mi sento di dire che un posticino nella libreria glielo si trova facilmente. Se poi siete fan di Loki, tanto meglio.

Stellina per recensioni.
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La lepisma libraia