[Recensione] “Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee” di Matthew Sullivan

Copertina di Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee di Matthew Sullivan.

Ebbene, rifaccio capolino sui lidi di questo neonato blog con la notizia che speravo di condividere con voialtri della rete: Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee, contributo del debuttante Matthew Sullivan al genere thriller, in uscita nelle nostre librerie il 25 gennaio, viene promosso a pieni voti (o quasi).

Titolo: Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee
Autore: Matthew Sullivan
Genere: thriller
Editore: Longanesi
Pagine: 380

Lydia è una ragazza schiva e introversa. Ama nascondersi fra i suoi adorati libri e fra gli scaffali della Libreria delle Grandi Idee presso cui lavora, nel cuore di Denver, Colorado. Una libreria che, in particolare nelle ore di apertura serali, si popola di bizzarri bibliomani che fra i volumi passano lunghe ore. Una sera, poco dopo la chiusura, a Lydia tocca una sconcertante, terribile sorpresa. Uno degli abituali frequentatori, il giovane Joey, si è impiccato fra gli scaffali del piano superiore. Prestandogli i primi soccorsi, Lydia fa una scoperta che cambierà la sua esistenza: dalla tasca dei jeans di Joey spunta una foto. Una foto che ritrae lei da bambina. Perché Joey si è suicidato proprio in libreria? Per quale motivo teneva in tasca quella foto? E perché Lydia ha l’impressione che sia solo il primo di una serie di messaggi che Joey le ha lasciato prima di morire, affidandoli ai libri? Nel tentativo di scoprire la verità, Lydia rievoca immagini di una terribile notte della sua infanzia, dettagli sepolti da tempo nella memoria. E insieme ai ricordi riemergono presenze che pensava di aver lasciato ormai nel passato, come quella di suo padre. Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee è un thriller ambientato nel mondo degli amanti dei libri, fra personaggi che alla passione per la lettura e per il sapere hanno votato la propria vita, fino alle conseguenze più estreme…


Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee: La recensione

Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee non è una lettura di svago, né è da leggersi a letto come coadiuvante al sonno.

Questa libreria di Denver, in Colorado, che presta il nome al romanzo ed è stata così battezzata perché ricavata dai locali un tempo occupati da uno stabilimento di lampadine (Bright Ideas in originale, “Idee Brillanti”), è l’unica testimone di un atto estremo. Quando Lydia Smith, di professione libraia, ritrova il cadavere impiccato di Joey, uno dei tanti bizzarri BookFrogs che bazzicano la libreria nelle ore serali, appeso al soffitto del terzo piano, non c’è più alcun margine di salvezza per il ragazzo.

Insieme alla macabra scoperta, però, emerge un altro elemento inquietante: dalla tasca anteriore dei pantaloni di Joey, Lydia estrae una foto appartenente alla sua infanzia. È questo scatto che riattizza, nella mente della giovane donna, un passato scomodo che per decenni è rimasto sopito sotto alle ceneri.

Mentre le circostanze del suicidio sono determinate a rimanere un’incognita, il passato grava con sempre più prepotenza sulle spalle della donna, svuotando le sue ore di lavoro in libreria di ogni entusiasmo, finché, un giorno, all’ingresso del negozio non si staglia una vecchia signora che si dichiara essere la proprietaria dell’appartamento di Joey. È così che Lydia entra in possesso, per esplicito desiderio del ragazzo, di tutti i suoi averi: una cassa per latte ricolma di libri. Non sono, però, libri qualsiasi, perché Joey ha tagliato e rimosso dei piccoli rettangoli dalle loro pagine con una distribuzione apparentemente casuale. Ma ecco la svolta: a un secondo esame, quelli che sono dei semplici buchi nella carta assumono il sapore di messaggi in codice dall’oltretomba.

Toccherà a Lydia decriptare i messaggi e sbrogliare il bandolo di mistero che pervade quella magra eredità, ma il percorso verso il traguardo interseca la strada del suo passato e Lydia farebbe di tutto pur di tirare innanzi e ignorare l’incrocio. Quando alla porta della sua vita si riaffaccia un amico di quella stessa infanzia da cui ha cercato invano, per decenni, di scappare, svoltare l’angolo risulta una scelta obbligata. Se vuole venire a capo del problema, Lydia comprende che dovrà affrontare i propri demoni interiori fino a districare i nodi di una rete di coincidenze che sorprende per estensione e portata di violenza.


Una storia sulla disperazione dell’abbandono

Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee non è, insomma, una lettura leggera che si possa dimenticare subito dopo aver riposto il libro sul comodino. Di primo acchito mi ha ricordato The Bookman’s Tale, un thriller più leggero che ho avuto modo di leggere un paio d’anni fa e che inizia pressappoco con le stesse modalità: una libreria, il ritrovamento fortuito di una fotografia e un mistero intricato da risolvere.

È una storia amara che tocca, senza troppa discrezione ma con tutto il riguardo necessario, tematiche delicate quali la violenza domestica e l’abbandono di minore. Non adotto un tono di critica quando dico che mi aspettavo un clima assai diverso, meno cupo, perché nulla, nemmeno la copertina originale (qui), prepara il lettore al cammino che intraprenderà se deciderà di leggere questo romanzo. È un libro che parla di libri, ma i libri non sono qui complementi d’arredo o oggetti da esposizione, bensì cornice degli eventi e strumenti di conforto. Salvagenti.

In mezzo a scaffali stipati di libri lavora la protagonista, Lydia, che è davvero un ottimo personaggio. Se le prime pagine del romanzo aprono scorci sul suo carattere timido e introverso, restio a fronteggiare i problemi che si trascina dietro da decenni a mo’ di palla al piede, il corso traumatico degli eventi spinge la nostra Lydia a svestire gli aculei, prendere il coraggio a due mani e affrontare il passato a testa alta per conquistarsi, una volta libera da ogni giogo, il suo meritato angolo di serenità.


Com’è piccolo il mondo

Nella prima metà del romanzo, i capitoli di Lydia si alternano ad altri che introducono flashback della sua infanzia. Non sempre questi passaggi di testimone avvengono con naturalezza, ma si rivelano necessari per comprendere ed empatizzare con il personaggio di Lydia ormai adulto: il trauma che macchia l’infanzia della donna è un crimine da cronaca nera, nerissima. La rosa dei potenziali colpevoli è limitata, ma non per questo la trama è prevedibile, perché la storia fa di tutto per depistare il lettore. Non c’è che dire: l’intreccio è progettato bene, mantiene il ritmo e Matthew Sullivan dà prova di essere un ottimo architetto. Ci sono, tuttavia, troppe coincidenze forzate e molto convenienti per i miei gusti, insieme a un finale che chiude troppo velocemente un cerchio rimasto aperto per vent’anni e lascia, per questo, un po’ d’amaro in bocca.

C’è poi giusto un accenno di vita romantica, appena una spennellata di rosso in campo nero. La priorità data alla trama fa sì che le relazioni sentimentali siano ridotte all’osso, messe un po’ in disparte, tanto che non posso dire di condividere alcune scelte dell’autore in questo ambito perché trovo che questi legami manchino di un’evoluzione lineare.

Molti sono i temi trattati: oltre a quelli già segnalati, troviamo la disperazione della solitudine, il coraggio di perdonare, l’anteporre il benessere dei figli al proprio e il fallimento dello Stato americano nel tutelare gli impotenti, organo verso cui si punta il dito in modo neanche troppo velato. In ogni pagina si respira la malinconia di un fiore appassito. Il tutto è retto da uno stile che accusa qualche scivolata infodumposa, soprattutto nei primi capitoli, ma che non si accontenta di adottare le espressioni linguistiche più comuni. Personalmente ho apprezzato molto questi sforzi di creatività da parte dell’autore, che è riuscito a infilare qua e là delle note poetiche senza per questo risultare prolisso o inadatto al genere thriller. Riserva, infatti, tensione a volontà.


Per concludere

Nel complesso, Mezzanotte alla Libreria delle Grandi Idee è un ottimo libro e una piacevole sorpresa.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Zia Mame” di Patrick Dennis

Copertina di Zia Mame di Patrick Dennis.

Zia Mame di Patrick Dennis è uno di quei libri che incrociano sempre il nostro sguardo alla solita puntatina in libreria, ma che, per un motivo o per l’altro – sindrome dello Studente Squattrinato, animo dello Scozzese e altre varie ed eventuali – rimangono lì, dolenti, a guardarci andare via, quasi come bimbi con le braccine allungate in attesa di un abbraccio che sistematicamente viene negato.

Poi, un bel dì d’inverno, quando per strada aleggiano temperature da Polo e in libreria venti, godibilissimi gradi, il nostro spirito approfittatore emerge dal letargo e ci impone ispezioni fra gli scaffali più pacate e ponderate. Allora finiamo per prenderci il nostro tempo nell’esaminare ogni singola costa di libro per leggerne il titolo. In seguito, ci cade l’occhio proprio su quel volume che abbiamo così tante volte bistrattato, e spinti da un improvviso istinto genitoriale lo solleviamo, lo soppesiamo fra le dita, ne leggiamo la quarta di copertina. Infine lo prendiamo in custodia fino alla fine del sopralluogo, fino a quando, s’intende, lo appoggeremo, certi della nostra adozione, sul bancone davanti al cassiere di turno.

Questa, ove non inquinata da difetti di memoria, è stata la storia della mia copia di Zia Mame.

Ma alla zia Mame in carne e ossa, alla protagonista dell’omonimo romanzo, cioè, questa libertà di scelta è stata preclusa. Non ha potuto scegliersi un bimbo da adottare, lei, perché gliene è stato affibbiato uno in affidamento: il nipote, a essere precisi, un ragazzino di anni dieci cui è appena morto il padre, fratello di zia Mame.

Titolo: Zia Mame
Autore: Patrick Dennis
Genere: umoristico
Editore: Adelphi
Pagine: 264

Immaginate di essere un ragazzino di undici anni nell’America degli anni Venti. Immaginate che vostro padre vi dica che, in caso di sua morte, vi capiterà la peggiore delle disgrazie possibili, essere affidati a una zia che non conoscete. Immaginate che vostro padre – quel ricco, freddo bacchettone poco dopo effettivamente muoia, nella sauna del suo club. Immaginate di venire spediti a New York, di suonare all’indirizzo che la vostra balia ha con sé, e di trovarvi di fronte una gran dama leggermente equivoca, e soprattutto giapponese. Ancora, immaginate che la gran dama vi dica “Ma Patrick, caro, sono tua zia Mame!”, e di scoprire così che il vostro tutore è una donna che cambia scene e costumi della sua vita a seconda delle mode, che regolarmente anticipa. A quel punto avete solo due scelte, o fuggire in cerca di tutori più accettabili, o affidarvi al personaggio più eccentrico, vitale e indimenticabile che uno scrittore moderno abbia concepito, e attraversare insieme a lei l’America dei tre decenni successivi in un foxtrot ilare e turbinoso di feste, amori, avventure, colpi di fortuna, cadute in disgrazia che non dà respiro – o dà solo il tempo, alla fine di ogni capitolo, di saltare virtualmente al collo di zia Mame e ringraziarla per il divertimento.


Zia Mame: la recensione

Alla morte del padre, Patrick, bambino decenne, viene affidato alle cure e tutele di una zia, ultima parente rimasta in vita, la quale lo prende volentieri sotto la sua egida. Da qui la trama è molto semplice e si snoda attraverso le peripezie che vedono, come protagonisti, zia Mame e l’orfanello in questione. Il libro si configura come un romanzo atipico del suo genere perché, sebbene segua un arco temporale che corre dagli eventi più lontani (l’incontro fra zia Mame e l’orfanello) agli eventi più recenti, le vicissitudini della strana coppia sono intervallate, all’inizio di ogni capitolo, da flashforward di un Patrick ormai adulto che fungono da cornice per l’intero romanzo.

In pratica Patrick, ormai uscito dal nido adottivo, coglie l’occasione data da un eccentrico articolo di giornale per ripercorrere mentalmente la propria vita e raccontare al lettore, in prima persona, le peripezie che negli anni lo hanno visto coinvolto insieme a quella mina vagante della sua tutrice, zia Mame. Ogni capitolo può leggersi in realtà come un racconto autoconclusivo. Così riuniti, in ordine cronologico, col brillante espediente dell’articolo giornalistico, questi aneddoti, esposti con uno stile semplice ma mai banale e conditi da un’ironia sottile e irresistibile, danno vita a uno dei miei acquisti più azzeccati degli ultimi anni.


Una dinamo di zia

Nonostante sia di Patrick l’identità narrante, però, è zia Mame la vera diva del romanzo e a lei è infatti dedicato il titolo del libro. Forte della propria personalità vivace, prorompente e invadente, zia Mame esercita un fascino magnetico e sembra attrarre a sé non solo gli occhi del mondo newyorkese degli anni Venti (scenario in cui si ambienta il romanzo), ma anche e soprattutto il nipote, che viene trascinato, volente o nolente, in un vortice di satin colorati, di frizzi, di lazzi, di scuole al di sopra di ogni avanguardia, fra i campi coltivati del Sud degli Stati Uniti, su atolli vacanzieri, fra incidenti su incidenti l’uno più spassoso dell’altro.

All’osso di tutto, l’evoluzione del rapporto fra Patrick e zia Mame: fra orfanello sperduto e tutrice prima, fra adolescente e tutrice poi. Non è raro assistere a uno scambio di ruoli grazie a una dinamo di zia che, malgrado la sua età, mostra una vitalità e un entusiasmo inossidabili. Il nipote, ligio al dovere, diventa così, all’occasione, il Grillo Parlante della zia quando questa si ritrova – e si ritrova spesso – in pantani di guai da cui è possibile fuggire solo con una sana dose di coscienza propinata dall’esterno.

Pantano dopo pantano, l’infelice conclusione arriva comunque troppo presto. E non me ne vogliate per quell’infelice, perché non si tratta di uno spoiler, no: bensì, sarà la descrizione del vostro stato d’animo nell’accorgervi che non ci saranno altre spassosissime pagine da sfogliare.

Dennis, e di riflesso la sua creatura dalla voce narrante, possiede (possedeva, perché dal 1976 non è più) quella rara capacità di osservare il mondo con il distacco necessario a coglierne gli aspetti più strani e amplificarli fino a ottenerne una caricatura. È facendo uso di questa capacità che l’autore ha delineato e impreziosito il suo lavoro, usando uno stile comico che, in quanto a semplicità e personalità, non prende lezioni da nessuno.

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La lepisma libraia