[Recensione] “L’Istituto” di Stephen King

Non è la prima volta che King mostra interesse per le ipotetiche quanto catastrofiche potenzialità della telecinesi. Vedasi Carrie, romanzo agli esordi della sua onorata carriera. Adesso, con L’Istituto, King si è liberato dell’aridità creativa che ha contraddistinto le sue recenti pubblicazioni consegnando ai lettori una storia soprannaturale che in dirittura d’arrivo stuzzica l’ago della nostra bussola morale.

Di cosa parla?

 

L'Istituto.

Titolo: L’istituto
Autore: Stephen King
Genere: thriller/fantascienza
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 576

Sinossi

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali – telepatia, telecinesi.

Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell’orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell’Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d’uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall’Istituto.

Voto:

 

L’istituto: la recensione

Il plot de L’Istituto ruota attorno alla giovane figura di Luke Ellis, che appena dodicenne è in grado di risolvere equazioni matematiche da A-levels e che si vede già conteso come futura matricola tra due università della Ivy League. Fin qui, nulla di strano. Solo in questi giorni c’è l’ingegnoso Laurent Simons che a soli nove anni fa notizia per essere prossimo al primato di laureato più giovane della storia.

No, la genialità di Luke Ellis non è che un attributo come un altro, una qualità aggiunta al dono vero e proprio che gli è stato concesso alla nascita. Perché se anche la materia grigia abbonda, non è il suo elevatissimo QI a cui mira la misteriosa organizzazione criminale a capo dell’Istituto che presta il titolo al romanzo. Luke, infatti, per quanto il diretto interessato possa sottovalutare le sue facoltà mentali, è un promettente e appetibile telecineta.

 

Ti mando all’Istituto di King is the new Ti mando in collegio?

Ricordate quando, all’ennesimo compito a casa eseguito di malavoglia, vi piovevano addosso, nell’ordine, minacce di interdizione alla visione di cartoni animati, sequestro delle cartucce del Game Boy, spedizioni in collegio con tanto di tono di voce che s’alzava di un’ottava? Nel mio caso, le prime due intimidazioni si concretizzavano anche abbastanza spesso. L’impossibilità di piallare la Lega con Pikachu a livello 100 si rivelava, almeno in via temporanea, una cura efficace alla mia pigrizia scolastica.

Ma la prospettiva del collegio? Alla generazione di Hogwarts, idee del genere fanno un baffo e possono solo scatenare la fantasia con lunghe sessioni di sogni a occhi aperti. Mai una volta che abbia battuto ciglio, insomma, sapendo che la minaccia sarebbe caduta puntualmente nel vuoto. Se fra di voi si nascondono tutt’ora genitori che questo Ti mando in collegio! lo hanno sulla rampa di lancio a beneficio dei figli lavativi a scuola, invito i suddetti a trovare alternative meno anacronistiche e davvero deterrenti, del tipo… Ti mando all’Istituto di King! Solo così crescerete futuri laureati a Harvard. E adesso vi spiego perché.

 

Non tutto è oro ciò che luccica

La mensa dell’Istituto sforna sfiziosi manicaretti a colazione, pranzo e cena. Le stanze dei giovani, talentuosi ospiti sono progettate per replicare il comfort e l’atmosfera delle loro camerette di casa fin dal mobilio e dagli oggetti, identici, con cui vengono arredate. Non ci sono lezioni da seguire, libri su cui studiare: i residenti possono scegliere se bighellonare nei corridoi, magari conversando con l’anziana inserviente, o giocare all’aperto sull’erba e godersi la luce del sole. Poi, se si comportano bene in quel poco, pochissimo, che viene loro richiesto di fare, possono guadagnare dei gettoni con cui navigare in internet o comprarsi degli snack ipercalorici o delle sigarette (sì, sigarette!) alle apposite macchinette.

(E questo è King, non Collodi: nessun bambino dell’Istituto si risveglia al mattino con sulla testa un paio d’orecchie da ciuco.)

Niente male, non vi pare? Ai genitori dei cari ospiti il soggiorno all’Istituto non costa una lira. Pensate: meno di un centesimo di euro! L’immatricolazione, d’altronde, è un processo assolutamente automatico che scavalca – strazia, maciulla – qualsiasi patria podestà: il bambino viene prelevato nottetempo da SUV dai vetri oscurati contro la volontà di tutta la famiglia (in gergo, “rapito”), condotto all’Istituto nell’incoscienza indotta dai farmaci, schedato, esaminato. Sottoposto, come una cavia da laboratorio prima che fosse introdotto il divieto alla vivisezione, a orribili esperimenti e prove di resistenza per risvegliarne il potenziale psichico e spremerlo dalle sue meningi.

L’Istituto non è una scuola. L’Istituto è un incubo e Luke si risveglia al suo interno.

 

In mezzo a telepati e telecineti

Messo al corrente del traffico di bambini fra le mura dell’Istituto, Luke deve elaborare un piano di fuga. Non avrà che qualche settimana per abbozzare la scaletta: tanto dura la permanenza in quella che viene definita Prima Casa dell’Istituto. Oltre quel traguardo ci sono solo la Seconda Casa e il silenzio tetro dei bambini che ne varcano la soglia senza più tornare indietro. Ma come scappare, come eludere la stretta sorveglianza? La sua telecinesi basta appena a smuovere dei cartoni di pizza!

Perfino i deserti più impervi nascondono delle oasi di gioia. Disorientato e atterrito com’è, Luke si sente quasi a casa grazie alle sue nuove amicizie. Fra le tanti vittime della stessa sorte, Kalisha, Nicky, Avery e George. Grazie ai poteri paranormali che condivide con questi ragazzi, Luke stringerà con loro uno stretto rapporto come mai ne ha coltivati durante la vita in libertà (si dibatte spesso sulla relazione inversamente proporzionale fra intelligenza logica e intelligenza emotiva, per cui al progredire della prima cala la seconda e viceversa… e Luke, come King dà occasione di mostrare, è tutt’altro che lento di sinapsi).

Le relazioni più profonde e significative nascono dalla comunanza nelle avversità, e la lotta impari cede parte del vantaggio alla speranza quando i deboli fanno fronte compatto contro un nemico comune…

 

L’amichevole degenera in finale da campionato mondiale

Con più di una riverenza alla serie Netlix Stranger Things, L’Istituto pretende di essere letto d’un fiato e promette una lettura coinvolgente, adrenalinica e angosciosa al tempo stesso. È facile, troppo facile voler bene a Luke, schierarsi dalla sua parte, dalla parte della giustizia. Stringere i denti quando si trova a sbattere su una porta chiusa, gongolare di piacere e sfregarsi le mani quando, al contrario, le porte in faccia le sbatte lui. È facile, e anche assai assurdo, avvertire l’orgoglio e la compassione che salgono a ondate dallo stomaco per il coraggio e lo spirito di ribellione con cui questi ragazzini affrontano difficoltà che ridurrebbero a gelatina le gambe di un adulto.

L’incipit del romanzo, diciamo le prime 50 pagine, è insolitamente pacifico e infonde un senso di calma che sotto la penna di King preannuncia fulmini da tempesta tropicale. Conosciamo Tim Jamieson, appena giunto, in cerca di una nuova esistenza, nella sonnacchiosa cittadina di DuPray (come Cabot Cove dimora di Jessica Fletcher, non la troverete sull’atlante). Lo abbandoniamo dopo alcuni capitoli in favore del punto di vista di Luke, che diventa predominante per tutto il resto del romanzo. Tim Jamieson è dunque un personaggio che si trova a lottare per una nicchia di trama, ma non sottovalutate il suo apporto. Nella botte piccola…

Da questo punto in poi della narrazione è come viaggiare in sesta costante e inchiodare – o trattenere il fiato – davanti agli ostacoli imprevisti. Come in qualsiasi partecipazione emotiva che si rispetti, si degenera facilmente in incitamenti da cori da stadio. Dai, Luke, dai che ce la fai. Complice uno stile in splendida forma, L’Istituto ti cattura (in senso metaforico) e ti costringe a non mollarlo più fino alla parola fine.

 

Fatta la spremuta, via l’arancia nel bidone dell’umido

Dietro alla facciata dell’Istituto c’è una popolazione di camici: dottori, medici specialisti, infermieri, tecnici di laboratorio, comuni impiegati, inservienti. Qual è la ragione dietro a un simile dispiego di forze? Perché tutto questo arruolamento di personale, questa cura maniacale per il dettaglio?

Che fine ultimo perseguono i test condotti nella Prima Casa, oltre a quello primo di potenziare i poteri paranormali dei ragazzi? Soprattutto, cosa succede fra le pareti inespugnabili della Seconda Casa? Che cos’è quel ronzio che si sente a tratti fuoriuscire da essa, cosa significa vedere i puntini?

Oh, quanto vorrei dirvelo, perché niente rende più felice il lit-blogger della condivisione dell’entusiasmo per un libro. Ma il lit-blogger avveduto sa che niente rende più inferocito il lettore di uno spoiler a tradimento, perciò non avrete altro bocconcino da me a parte la figura appena abbozzata di un alquanto ordinario Mr. Smith, come a milioni saranno registrati all’anagrafe statunitense, che sulle battute conclusive del romanzo solletica la nostra integrità con un quesito da far vacillare le ginocchia.

 

Quel nodo in fondo allo stomaco

L’Istituto è un romanzo realistico ed è il suo realismo a mettere paura. Non servono clown con chiostre di denti aguzzi per sentir camminare le formiche lungo la schiena: basta la realtà, il lato peggiore della razza umana cosiddetta intelligente. La buona letteratura è anche quella che pone al lettore domande scomode: è proprio il finale del romanzo, dolceamaro, a toglierci il tappeto da sotto i piedi rivoltando le nostre convinzioni come un calzino.

Ci impone di mettere in dubbio la nostra presunzione di essere sempre e inequivocabilmente seduti dalla parte dei giusti, dei retti, di quelli che hanno ragione perché “buoni”. Ci prende il viso tra le mani e ci costringe a guardare la nostra nemesi negli occhi, a chiederci se anche lei non abbia ragione da vendere. Siamo noi ad avere la verità in tasca o il punto di vista dell’altro può essere altrettanto valido? A spaventare non sono tanto gli esperimenti e le punizioni corporali cui vengono sottoposti questi giovani imberbi, quanto il ragionamento che sta dietro al sistema dell’Istituto. È già stato fatto, è già stato messo in pratica.

Fat Man fu sganciato sui cieli di Nagasaki per prevenire un conflitto che avrebbe messo in ginocchio un intero Paese. Ne abbatti dieci per preservarne mille. Da decenni, se non secoli, l’uomo sacrifica il diritto del singolo per il bene supremo di tutti. Così l’essere umano gioca a dadi come un dio: per vincere la partita, è costretto a selezionare dei pedoni da immolare. Che a rimetterci siano bambini poco importa, perché prima sarà un crimine e farà scalpore, seminerà indignazione, ma si ridurrà a sussurro e verrà infine declassato, depenalizzato e riconosciuto come un atto lecito e giustificato, un atto dovuto nel grande schema delle cose.

Alla fine i dubbi vengono anche ai più integerrimi fra di noi, e questo… questo sì che mette paura.

 

Per concludere

Dopo qualche uscita poco ispirata, King si risolleva con un romanzo che mostra ancora una volta come l’uomo sia il peggior nemico di se stesso.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Nightflyers” di George R.R. Martin

Copertina di Nightflyers.

Dobbiamo a Netflix l’imminente uscita, questo 5 febbraio, della traduzione italiana di Nightflyers. Scritta da un ancora semisconosciuto George R.R. Martin e pubblicata nel 1980, questa novella fanta-horror ha infatti ispirato una serie Netflix dall’omonimo titolo. La stessa storia è il frutto di un’ispirazione con intenti ribelli…

 

Nightflyers.Titolo: Nightflyers
Autore: George R.R. Martin
Genere: sci-fi/horror
Editore: Mondadori
Pagine: 161

Sinossi

Quando ormai la terra è sull’orlo del tracollo, l’ultima speranza risiede in una spedizione scientifica la cui missione consiste nell’avvicinare e studiare una misteriosa razza aliena che si spera possa custodire la chiave per la sopravvivenza dell’umanità.

L’unico mezzo in grado di affrontare la spedizione è la Nightflyer, un’astronave completamente automatizzata, controllata da un solo essere umano, il capitano Royd Eris. L’equipaggio però si ritrova a viaggiare su una nave fantasma perché il capitano non si mostra mai se non attraverso il suo ologramma e comunica solo tramite una voce contraffatta.

A rendere la permanenza sulla Nightflyer ancora più inquietante, il sensitivo del gruppo inizia a percepire a bordo una presenza oscura, un’entità pericolosa, incorporea, aliena. Il capitano sostiene di non saperne nulla e, quando qualcosa o qualcuno inizia a uccidere i membri dell’equipaggio, sembra non essere in grado o intenzionato a cercare di arrestare questa scia di sangue. L’unica ad avere la possibilità di fermare questa creatura sanguinaria è Melantha Jhirl, un’umana geneticamente modificata, più forte, intelligente e veloce di tutti gli altri membri dell’equipaggio. Ma per farlo, prima deve riuscire a restare viva…

Voto:

 

Nightflyers: la recensione

“I had read an article by a critic around that time that had said, ‘Well, science fiction and horror can never be successfully mixed because they’re opposite… horror is all about emotions and fear and a universe that we cannot pretend to understand, and science fiction is always about rationality and intellect and problems [that] are solvable by application of the human mind. And so you can never have a story that was both.’ And, of course, I took that as a challenge.”

Prima di scrivere Le Cronache del ghiaccio e del fuoco, prima ancora di affiancarsi agli sceneggiatori de Il Trono di spade, George R.R. Martin canalizzava la sua fantasia in storie di fantascienza. Suggerisco In fondo il buio, per esempio, il cui titolo originale, Dying of the Light, si rifà a un verso di una poesia di Dylan Thomas (parole che in tempi più recenti verranno riprese e trasportate sul grande schermo dal film sci-fi Interstellar). È solo nel 1980 che la sua verve creativa tasta l’acqua infida e gelida del genere horror, con la pubblicazione di Nightflyers prima e con l’uscita de Il battello del delirio due anni dopo.

Cos’è cambiato, nel frattempo? Un ignoto si è pronunciato sul carattere antitetico di fantascienza e horror e Martin ha raccolto il guanto soffocando la voce della critica con esso. L’esito della sfida sarà presto sotto ai nostri occhi e fra le nostre mani: un fanta-horror a tinte gore, una combinazione unica che va a incastrarsi nella tavola periodica dei filoni letterari riconosciuti e più rappresentati.

 

La Compagnia dei Nove decolla a caccia di volcryn

Karoly D’Branin non fa segreto della sua ossessione: per tutta la vita ha alzato gli occhi in su in attesa di una scia cadente dei mitici volcryn. Ma i volcryn vagavano nello spazio millenni prima che Cristo iniziasse a gattonare in Giudea e sono ormai troppo lontani per il potere risolutivo di occhi umani e telescopici. Per colmare le distanze astronomiche e soddisfare il desiderio di un incontro ravvicinato con la razza aliena, D’Branin assolda allora un’eterogenea squadra di otto accademici e affitta il timone della Nightflyer di proprietà del misterioso capitano Royd Eris.

I lettori di Martin più sfegatati ricorderanno volti e nomi già noti da I canti del sogno. A formare la cricca di volontari si annoverano, infatti: Lommie Thorne, donna cibernetica che sa parlare alle macchine; lo xenobiologo Rojan ChristopherisDannel e Lindran, due linguisti; Agatha Marij-Black, la psichica; la xenotech Alys Northwind, d’indole un po’ idrofoba; il sempre nervoso telepata di primo livello Thale Lasamer; la sensuale ed enigmatica Melantha Jhirl, che grazie ai – o a causa dei – prodigi della biotecnologia incarna la forza e l’intelligenza di due esseri umani in un corpo solo.

C’è l’animo avventuroso che condivide l’entusiasmo di D’Branin, c’è invece chi si trattiene e insegue le flebili orme dei volcryn con il compassato interesse di uno studioso. E poi c’è un intero equipaggio che si chiede, con una curiosità che minaccia di evolvere in paranoia, perché il capitano Royd Eris si rifiuti di uscire dalla sua cabina. Perché si lascia sostituire da una proiezione olografica, senza mai esporsi in prima persona? Perché la sua voce viene diffusa solo dagli interfoni?

 

Le pecore e il lupo insieme nel recinto

Ben presto, le antenne ricevitrici del telepata Thale Lasamer captano uno strano segnale a bordo. È una frequenza mentale che ha il colore rosso del pericolo e che getta l’accademico in uno stato di febbrile agitazione. Sarà la prima avvisaglia della presenza maligna che infesta la nave. Ed è risaputo: non c’è nulla che esasperi l’uomo, che manifesti i suoi istinti peggiori, quanto la convivenza coatta insieme a un ignoto assassino. I confini stretti esacerbano i conflitti.

All’ennesima richiesta al capitano di una conversazione a tu per tu che cade puntualmente nel vuoto, l’equipaggio comincia a meditare l’ammutinamento…

 

L’horror abbonda, il sci-fi scarseggia

Nightflyers è un horror ben riuscito in cui la psiche è la fonte suprema del terrore. Il dover affrontare un nemico ignoto che preda le sue vittime con un modus operandi del tutto casuale ed erratico riduce la più risoluta delle coscienze a un piatto di uova strapazzate.

Meno studiata e sbozzata a tratti grossolani risulta la cornice della worldbuilding: manca qualsiasi tipo di coordinata spaziale e temporale, del destino dell’umanità si conosce poco o nulla, è solo accennato il bagaglio di vita che ogni personaggio imbarca con sé. D’altronde, non molti autori vantano la tecnica per spremere il meglio da una lunghezza di trentamila parole e Martin riesce comunque a consegnarci un prodotto invecchiato molto bene. Nightflyers sorprende in positivo, invece, per maturità stilistica. Dilaga ormai lo stereotipo dell’esordio scritto coi piedi, ma non è questo il caso.

Le illustrazioni di Palumbo sono una chicca tutta da ammirare.

 

Per concludere

Il critico ignoto si rimangia le parole. Ricordate, voi lettori, che questo libro è firmato Martin: affezionatevi ai personaggi a vostro rischio e pericolo…

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La lepisma libraia

[Recensione] “The Outsider” di Stephen King

Copertina di The Outsider.

Buon inverno imminente, cari lettori. The Outsider (“l’estraneo”) di Stephen King, uscito nelle nostre librerie da qualche settimana, è proprio il romanzo da leggersi quando le giornate si accorciano e al di là del camino comincia a soffiare il vento tagliente tipico della stagione invernale o dell’autunno inoltrato. D’altronde, King è il maestro dell’orrore e l’atmosfera nuvolosa e fredda di questo ultimo stralcio di novembre contribuisce ulteriormente a intorpidire le ossa (ma ai geloni da bora preferirò sempre e comunque i brividi di un buon romanzo).

Mi accorgo di giungere un po’ in ritardo, perché ne è passata di acqua sotto i ponti dalla mia ultima recensione: The Outsider è stata una lettura lunga, più sofferta del necessario. Quanto necessario lo quantificheremo nella recensione vera e propria alla fine dello specchietto riassuntivo.

 

The Outsider.

Titolo: The Outsider
Autore: Stephen King
Genere: giallo/horror
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 530

Sinossi

La sera del 10 luglio, davanti al poliziotto che lo interroga, il signor Ritz è visibilmente scosso. Poche ore prima, nel piccolo parco della sua città, Flint City, mentre portava a spasso il cane, si è imbattuto nel cadavere martoriato di un bambino. Un bambino di undici anni. A Flint City ci si conosce tutti e certe cose sono semplicemente impensabili. Così la testimonianza del signor Ritz è solo la prima di molte, che la polizia raccoglie in pochissimo tempo, perché non si può lasciare libero il mostro che ha commesso un delitto tanto orribile. E le indagini scivolano rapidamente verso un uomo e uno solo: Terry Maitland. Testimoni oculari, impronte digitali, gruppo sanguigno, persino il DNA puntano su Terry, il più insospettabile dei cittadini, il gentile professore di inglese, allenatore di baseball dei pulcini, marito e padre esemplare. Ma proprio per questo il detective Ralph Anderson decide di sottoporlo alla gogna pubblica. Il suo arresto spettacolare, allo stadio durante la partita e davanti a tutti, fa notizia e il caso sembra risolto. Solo che Terry Maitland, il 10 luglio, non era in città. E il suo alibi è inoppugnabile: testimoni oculari, impronte, tutto dimostra che il brav’uomo non può essere l’assassino. Per stabilire quale versione della storia sia quella vera non può bastare la ragione. Perché il male ha molte facce.

Voto: 1/2

 

The Outsider: la recensione

I “grandi” non sono sempre una garanzia di perfezione. Me lo ha suggerito La scatola dei bottoni di Gwendy, a inizio anno, e me lo ha ora confermato The Outsider. Sembra quasi che il Re sia stanco della corona, che voglia lasciare il soprannome in eredità a una nuova generazione di aspiranti sovrani dell’horror, al contrario di una famosa, rugosa e coriacea vecchina al di là della Manica che il trono se lo è saldato alla schiena con le sue radici di quercia. Forse, anche regnare stanca.

La cosa certa è che King non ha più l’ispirazione di un tempo e dove prima non aveva problemi a piazzare i punti di conclusione dove andavano piazzati, ora tende a perdersi nelle sue stesse opere, come un escursionista d’alta montagna che si avventurasse fra i boschi senza una cartina con cui rintracciare il sentiero verso valle. Un vagabondo senza meta, quasi. Ma andiamo con ordine.

 

A Terry Maitland non è dato il dono dell’ubiquità… o sì?

Terry Maitland lo hanno visto. Lo hanno visto il vicino della porta accanto, il dirimpettaio, la formica fra gli steli del prato. Ci sono testimoni oculari di un ampio spettro d’età che, mano sulla Bibbia e sugli occhi, son pronti a sostenere davanti a una giuria di averlo riconosciuto quella sera. Chi al parchetto chi alla stazione, addirittura c’è chi l’ha notato insieme alla vittima prescelta prima che quest’ultima venisse immolata nel più disumano e disgustoso dei delitti.

Insieme ai resoconti dei testimoni, le prove forensi e incontrovertibili del DNA piantano un altro chiodo nella bara del presunto omicida. Estirparlo significa violare le leggi stesse della fisica: come potrebbe una persona trovarsi contemporaneamente in due luoghi diversi? La meccanica quantistica di Schrödinger non si concilia con la biologia del corpo umano.

Eppure, l’imputato alza gli scudi e si difende con una versione dei fatti che prende le autorità giudiziarie in contropiede. No, quella sera lui non era in città. E sì, ci sono testimoni che lo possono assicurare. Soprattutto, ci sono prove altrettanto tangibili e inequivocabili che convalidano le sue dichiarazioni, per quanto assurde possano suonare.

Insomma, Maitland ha un alibi d’acciaio. E le gambe di Ralph Anderson, il detective che ha condotto le indagini e che del rispettabile Maitland ha ordinato, in spregio ai protocolli, l’arresto in pubblica piazza davanti a una folla di sbigottiti spettatori, cominciano a tremare come gelatina. The Outsider è anche la sua storia: quella di un uomo che, sicuro del suo istinto e con un pizzico di umana rabbia, si avventa, con un colpo basso, sull’avversario girato di spalle. Quella di un uomo di raziocinio che deve scendere a patti con ciò che con logica non ha spiegazione.

 

La prima metà del romanzo

Le prime 250 pagine di The Outsider vedono il detective da una parte e l’imputato dall’altra, ciascuno con la propria verità in tasca e una squadra di assistenti a consigliare la prossima mossa. Avvocati e investigatori in gara a chi ha l’ultima prova empirica per difendere il cliente o infliggere il colpo che condannerà l’assassino Terry Maitland all’iniezione letale.

Mentre Maitland nega il suo coinvolgimento nell’uccisione del ragazzo, Anderson cerca una prova definitiva per schiacciarlo. Entrambi hanno qualcosa da perdere: lui la vita, l’altro la carriera. Dato il maggior peso della prima, è assicurato che Maitland, reo o innocente che sia, ce la metterà tutta per segnare un punto a suo favore.

Ma come si dice? Fra i due litiganti…

 

L’outsider gode

Non c’è King senza il soprannaturale, e qui, paradossalmente, comincia il terreno sconnesso.

La prima metà di The Outsider è quasi un romanzo a sé. Un legal-thriller incompiuto, lo si potrebbe chiamare, e popolato dalle figure ricorrenti di questo filone: i componenti della scientifica, gli avvocati difensori, i detective. E ancora: gli esami del DNA, i ritrovamenti, le perlustrazioni…

Poi c’è l’outsider, che si nutre di paura (tema, questo, già preso in prestito negli scritti di King, vedasi It) e che sghignazza nell’oscurità dove solo le creature della sua risma trovano conforto e tranquillità. L’outsider è lo spettatore passivo che si ingozza di popcorn davanti al maxischermo di un IMAX. È l’esibizionista che se vede due randagi azzuffarsi per strada, invece di separarli li aizza ed estrae lo smartphone per filmarli. L’outsider è un ladro di volti, di memorie, di innocenti.

È un estraneo che rimane nell’ombra del retroscena, che preferisce la manipolazione all’azione. Così instilla la paura: se non lo riconosci, se davvero può essere chiunque… non puoi fidarti neanche del tuo riflesso allo specchio.

 

Il lettore mette il broncio

Tutto è bene, in The Outsider, finché si rimane confinati nel mondo razionale. Fino a quando al lettore è dato congetturare su come sia possibile trovarsi qua e là simultaneamente, su chi abbia ragione, cioè fino alla metà del libro. Finché, insomma, al lettore viene data in pasto la promessa di una soluzione originale e soddisfacente.

Dopo un tale crescendo di aspettative da perfetto legal-thriller, affidarsi a un “daemon ex machina” è tutt’altro che una soluzione originale e soddisfacente. È la via più diretta per scontentare il lettore, come sono per lo studente gli appunti da baro a carattere 3 infilati nella scocca della calcolatrice. Quando sai che avresti potuto impegnarti davvero, il dieci e lode lo incassi con un sorriso sulle labbra e un sapore di bile in bocca. Quando ti accorgi che King non si sfrutta al massimo e si accontenta della conclusione più ovvia, quella cioè del soprannaturale, succede esattamente lo stesso.

Come ne La scatola dei bottoni di Gwendy, menzionato all’inizio della recensione, dunque, The Outsider finisce dritto nel baratro delle idee brillanti ma mal riuscite. Il finale è ancora una volta sbrigativo e non ripaga il numero di pagine macinate per raggiungerlo (qui più di 500, non proprio una bazzecola). I personaggi, almeno loro, risultano ben sviluppati. Le loro fobie, manie, gioie segrete e gelosie sono molto realistiche. Anche l’elemento horror è presente, ma solo dalla seconda metà in avanti. La prima parte, si sarà capito, è più asettica dell’ala di un ospedale, ma è quella che funziona.

La figura appena accennata dell’outsider, parente di lunga data con l’El Cuco spagnolo, meriterebbe di essere approfondita e collocata in un altro scenario. Non merita di essere ingabbiata in questa storia, non con le premesse di un thriller fondato sulla scienza e sulla deduzione logica.

 

Per concludere

Cinquecento pagine per sviluppare e cinque per concludere. King si lascia, ancora una volta, tentare dalla convenienza di un finale banale e frettoloso. È un romanzo dalla doppia faccia: la prima metà non ha i muscoli in sincrono con la seconda.

Oh, e state attenti, voi che non conoscete Mr. Mercedes. Hic sunt spoilers.

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La lepisma libraia

[Recensione] “Friend request. Richiesta di amicizia” di Laura Marshall

Friend request. Richiesta di amicizia.

Buon sabato e buon primo terzo d’estate! È stato pubblicato qualche giorno fa questo thriller, dal titolo Friend request. Richiesta di amicizia, che mira a mettere in luce le insidie dell’era dei social network in una società sempre più assorbita dai colori sgargianti di uno schermo piatto. Ora, bando alle chiacchiere e analizziamolo assieme!

 

Friend Request

Titolo: Friend request. Richiesta di amicizia
Autore: Laura Marshall
Genere: thriller
Editore: Piemme
Pagine: 348

Sinossi

Un romanzo dalla lettura compulsiva, che racconta qualcosa che potrebbe succedere a tutti noi: chi non ha paura di ricevere una richiesta di amicizia su Facebook… dalla persona sbagliata?

“Il mio nome è Louise Williams e oggi ho ricevuto un messaggio diverso dagli altri. «Maria Weston vuole stringere amicizia con te.» Forse è stato proprio questo il problema, fin dall’inizio. Maria Weston voleva diventare mia amica, e io l’ho delusa. Maria Weston vuole stringere amicizia con me. Ma Maria Weston è morta più di venticinque anni fa.”

Uscito nell’estate 2017 e tuttora, dopo un anno, in vetta alle classifiche inglesi, Friend Request −Richiesta di amicizia arriva finalmente in Italia. Un romanzo dalla lettura compulsiva, che racconta qualcosa che potrebbe succedere a tutti noi: chi non ha paura di ricevere una richiesta di amicizia su Facebook… dalla persona sbagliata? Nessuno è al sicuro quando ha troppi segreti, perché il passato ha la brutta abitudine di tornare sempre a prenderci. E, per Louise, tornare al passato significa anche risolvere i nodi che ingarbugliano ormai da troppi anni il suo cuore. Un romanzo che ha fatto impazzire i lettori inglesi, una lettura trascinante che colorerà di suspense ed emozione vera la vostra estate.

Voto:

 

Friend request: la recensione

A quale categoria di facebookiani appartenete?

Siete della risma dei postatori compulsivi, quelli che rilasciano foto a ciclo continuo di sé, delle proprie performance culinarie, del bicchiere d’acqua sul tavolo di ristorante a cui sono seduti?
Promuovete, con l’aggressività di un conduttore di televendite e infilando cuoricini e faccine sorridenti una dietro l’altra nei vostri post, prodotti dimagranti miracolosi per vostro tornaconto monetario?
O preferite forse sedere in panchina, spiando i vostri amici da dietro le quinte senza mai postare niente voi stessi? Vi affacciate quindi al mondo virtuale con meno frequenza di quanto la Terra giri attorno al Sole?
Forse tormentate gli amici con meme dei vostri film/libri/attori preferiti, e non paghi integrate con uno spammaggio selvaggio di altrettanti meme su gruppi e pagine a questi film/libri/attori dedicati?

Chi ha la sfortuna di avermi fra la cerchia di amici su Facebook saprà a quale categoria associarmi. Ma nessuno di voi, a meno che non abbia già letto Friend Request. Richiesta di amicizia e sia qui per trovare sostegno o meno alle proprie impressioni sul libro, sa a quale categoria appartenga Louise Williams.

Louise non soffre di crisi di astinenza, né lascia il suo account di Facebook allo stato brado come la giunta con certe aiuole del comune. L’ago della bilancia della sua attività di condivisione sta esattamente nel mezzo: non si tira indietro dal pubblicare particolari della sua vita privata, ma neanche esagera in quello che esibisce, in un equilibrio che tutti considereremmo sicuro da invasioni di privacy o furti d’identità. Tuttavia, scoprirà che anche un uso morigerato di Facebook può costarle più di un battito mancato e stille di sudore freddo sulla fronte

 

Friend request da Maria Weston, sei davvero tu?

Come poteva sapere, Louise, che quel mezzobusto bianco su campo azzurro nella parte alta dello schermo avrebbe innescato, come l’eco di un urlo in alta montagna, una valanga di guai?

Come il nome di Maria Weston compare nell’elenco notifiche, ricordi che Louise ha impiegato anni per contenere nei recessi del subconscio rompono la diga in cui sono stati forzatamente intrappolati: Maria Weston, morta a una festa di liceo, non può essere ancora viva. Non può essere lei a manovrare il profilo dall’altro capo della rete. O sì?

E non è tutto. Qualcuno, di identità non ben precisata, sta organizzando una rimpatriata di classe. Le date sembrano troppo studiate per essere una coincidenza: Louise dovrà scegliere se risalire al mittente della richiesta di amicizia, indagine che implica un tuffo in un passato scomodo, reso doloroso da peccati di gioventù mai espiati, o se chiudere il coperchio del portatile, mettersi una pezza agli occhi e fingere che il corso della vita scorra indisturbato come sempre.

Ma non c’è requie per Louise. Se dapprima la donna liquida la questione con un’autodiagnosi di paranoia, quando alla richiesta di amicizia si sommano degli inquietanti messaggi privati è costretta ad ammettere di essere pedinata e inspirare a pieni polmoni: e tuffo sia, dunque. Maria Weston è ancora viva? Non le resta che trattenere il fiato, farsi coraggio e scoprirlo. E se non è lei, chi sta profanando il suo nome, chi la sta impersonando? Soprattutto, che motivi ha per perseguitarla?

All’ultima domanda, la coscienza della nostra protagonista sa rispondere con fin troppa precisione.

 

La tua debolezza è la mia forza

Friend request. Richiesta di amicizia, come Carrie di Stephen King, a cui dà l’impressione di ispirarsi, è una storia sul bullismo e su quella necessità, comune a molti adolescenti, di convergere verso chi brilla di fama e successo nella speranza di intercettare un raggio di luce riflessa.

Come la falena che cerca la lampadina e con questa si brucia, ai tempi del liceo Louise si aggrappava mani e piedi alla sua amicizia con la compagna di scuola Sophie. Sophie era famosa, era bella, era attorniata da stuoli di ragazzi pronti a stenderlesi di fronte perché si potesse pulire le suole sul retro delle loro magliette. Un passe-partout per le feste più esclusive del liceo, a patto che ti prendesse sotto la sua egida. Louise aveva bisogno di Sophie tanto quanto Sophie aveva bisogno di Louise: una persona adorante da guardare dall’alto in basso per sentirsi riaffermati, approvati, apprezzati. Tu scivoli, io mi elevo e ti offro una mano per illuderti di poterti definire membro del mio gruppo.

Insomma… ciò che Sophie ordina, la docile Louise esegue.

È la quintessenza della manipolazione emotiva. E sarà ciò che cambierà per sempre la vita di Louise.

 

Unico neo: protagoniste come da manuale del perfetto cliché

Louise è cresciuta e ha abbandonato, o quantomeno ridimensionato, la portata delle sue paure di adolescente: è reduce da un divorzio, ma adora suo figlio e il suo lavoro di arredatrice. Non teme più di essere esclusa nelle relazioni interpersonali… oppure sì?

Nel rapportarsi con i vecchi compagni di scuola, Louise regredisce. Si tratta proprio di un’involuzione: da donna di medio successo a ragazzina spaurita, con le pupille ingigantite dall’ansia, accucciata nell’angolino nella speranza che nessuno le rivolga la parola perché le sudano i palmi al sol pensare di rivedere i volti noti del liceo.

No, no, no. E lo so che i thriller devono suscitare emozioni, ma ne abbiamo (ho) piene le tasche di protagoniste passive, di invertebrate senza spina dorsale. Per non parlare della frivolezza di Sophie: quanta originalità…

 

Per concludere

Depista bene e descrive bene, mantenendo alta l’attenzione fino al punto di conclusione che non ci si aspetta. Ben congegnati i flashback degli anni di liceo che si alternano alla narrazione al presente. Punto dolente in una sfilza di pollici in su, lo stereotipo scolastico della ragazza timida e dell’adolescente procace.

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La lepisma libraia

[Recensione] “SICE Le bambole non hanno diritti” di Fernando Santini

Copertina di SICE - Le bambole non hanno diritti.

Preambolo necessario: ringrazio di cuore Fernando Santini per avermi inviato una copia digitale di questo libro in cambio di una recensione onesta. Chi volesse fare richiesta di recensione può consultare questa pagina.

Buon sabato, lettori! Era da un po’ che non transitavo per questi lidi causa venti contrari, ma oggi sono decisa a infarcire la giornata con un profluvio di parole: quelle che userò per recensire (lodare) SICE Le bambole non hanno diritti. Diamo un’occhiata alla sua scheda tecnica e a una breve sinossi, vi va?

 

SICE - Le bambole non hanno diritti

Titolo: SICE Le bambole non hanno diritti
Autore: Fernando Santini
Genere: poliziesco/thriller
Editore: Dark Zone
Pagine: 143 (Kindle)

Sinossi

Il Vice Questore Marco Gottardi ha avuto un passato importante nei reparti operativi della Polizia di Stato. Dopo aver vissuto sulla sua pelle la violenza della lotta alla criminalità si è ritirato a gestire un tranquillo commissariato romano. La sua esperienza e la sua capacità di gestione dei propri uomini, non possono, però essere sprecate. È a lui che i vertici del ministero degli Interni affidano il comando di una nuova unità: la Squadra Investigativa Crimini Efferati. La prima indagine in cui la Squadra sarà coinvolta riguarderà la morte di un regista cinematografico forse collegata all’uccisione di un adolescente il cui corpo, orrendamente torturato è stato ritrovato alla foce del Tevere. Nel corso della propria azione investigativa, la S.I.C.E. troverà un alleato, anche se non particolarmente gradito al Vice Questore Gottardi: un’organizzazione segreta denominata ARCO, i cui membri hanno deciso che il fine giustifica i mezzi e che quindi si può usare la violenza per far trionfare la giustizia.

Voto:

 

SICE: la recensione

Al Centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Lecce, c’è qualquadra che non cosa. Nonostante la struttura sia sottoposta a vigilanza costante, strane sparizioni avvengono sotto gli occhi di profughi e assistenti del centro. Qualche centinaio di km più a nord, negli ingorghi del traffico romano di inizio maggio, il regista Guglielmo Pieretti viene trovato morto nel suo appartamento, e il cadavere di un bambino migrante rinvenuto sulle rive del Tevere. Dai segni sul corpo del ragazzino si può escludere con certezza l’ipotesi di un incidente.

Sul groppone della neonata SICE, capitanata da Marco Gottardi, già famoso per la sua indefessa carriera tra le forze dell’ordine, l’onere di indagare su entrambi questi crimini. Pur così distanti in linea d’aria, infatti, si scoprirà che sono collegati da un filo che ha il colore del sangue di vittime innocenti.

L’etica di SICE è inequivocabile: amministrare giustizia, sì, ma senza ricorrere ad alcuna violenza. Dietro le mura soleggiate della caserma, però, si muove l’organizzazione ARCO, composta da ferventi credenti della legge del taglione…

Fernando Santini ci consegna una storia dalla moralità ambigua, un Death Note meno tortuoso e senza componenti soprannaturali in cui saremo chiamati a scegliere da che lato schierarci. Tiferemo per la giustizia immacolata di SICE o ingrosseremo le fila di chi preferisce farsi ragione da sé?

 

Film snuff… lasciate ogni speranza, voi che leggerete

AAA Cercasi speranza nel genere umano.

C’è sempre qualcosa da imparare dai libri. Prendetevi nota di questo termine in vista della lettura di SICE Le bambole non hanno diritti, e poi archiviatelo nello sgabuzzino mentale. Se non vi spaventa la possibilità di un trauma cranico, datevi una martellata in testa e procuratevi un’amnesia che faccia tabula rasa del suo significato.

Della serie: forse stavo meglio quand’ero ignorante. SICE Le bambole non hanno diritti ha, come dire, piantato l’ago nella bolla di sapone dentro cui vivevo fino a una settimana fa e mi ha introdotto all’inquietante sottomondo dei film snuff.

L’idea che esista davvero qualcosa come i film snuff, il pensare che i crimini descritti in SICE si ispirino alla realtà dell’inciviltà umana… mi deprime, mi annienta. Si torna allora alla vecchia diatriba: sporcarsi o no le mani in nome della giustizia? Il concetto di “giustizia pulita”, in questi casi estremi, rischia di scontentare tutti quanti.

La SICE avrà il suo daffare a stanare tutta la rete di criminali coinvolti nel giro, un’urgenza che si ripercuote anche su noi lettori. Al procedere con la lettura, la voglia di presentarsi di persona con un mandato d’arresto (o armati di un tirapugni, se non ci è permesso l’uso di un oggetto più contundente) assilla sempre di più la coscienza del team di Gottardi per poi riflettersi su di noi, passivi spettatori.

 

Tecnica perfetta

Lo stile di Santini ha tutto il mio apprezzamento. È fluidissimo nei dialoghi, si attarda il giusto sulle descrizioni, il lessico è appropriato al genere poliziesco. La narrazione al presente, che ricorda lo srotolarsi della bobina di un film, fa perfetta pendant con i contenuti. Insomma, i miei complimenti.

 

Per concludere

Un romanzo crudo, realistico e piacevolissimo da leggere.

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La lepisma libraia

[Recensione] “La ragazza che hai sposato” di Alafair Burke

Copertina de La ragazza che hai sposato.

All’inizio di marzo, ho inserito questo libro fra le novità editoriali del mese. Mi sono appuntata di leggerlo e non mi pento affatto di averlo scelto come lettura del mio 2018. A dispetto del titolo, La ragazza che hai sposato è un thriller legale e psicologico in cui è bandito ogni genere di romanticismo. Di cosa parla, allora? Leggete la recensione per scoprirlo!

 

Copertina de La ragazza che hai sposato.

Titolo: La ragazza che hai sposato
Autore: Alafair Burke
Genere: thriller legale/psicologico
Editore: Piemme
Pagine: 358

Quando incontra Jason Powell, Angela non immagina che il loro flirt possa diventare qualcosa di serio: gli uomini li conosce, e non si aspetta molto da questo professore di Economia della New York University, corteggiatissimo e con una brillante carriera davanti a sé. Eppure, pochi anni dopo, eccoli sposati, con un figlio da crescere. Quando però Jason viene accusato da una studentessa di averla molestata, e poco dopo un’altra donna avanza accuse simili, tutto sembra sul punto di spezzarsi e Angela è costretta a guardare da vicino la persona che ha accanto, divisa tra l’istinto di proteggere la sua famiglia, e la sensazione di essere vittima di un terribile tradimento. Divisa tra la giovane poliziotta idealista che vuole aprirle gli occhi nei confronti del marito, e l’avvocatessa di Jason determinata a portare a casa una vittoria. Eppure chi è lei per giudicare? Perché anche Angela, la moglie perfetta, ha un segreto. Un segreto che nessuna donna sposata dovrebbe nascondere al proprio marito. Un segreto che potrebbe rovinare per sempre la sua vita, e quella della sua famiglia. E che a maggior ragione non deve venir fuori adesso. Con lo stesso ritmo irresistibile de “La ragazza nel parco”, Alafair Burke costruisce intorno alla sua protagonista, e ai suoi lettori, una realtà che non è mai quella che appare. Lasciando a chi legge una sola certezza: non c’è nulla di più pericoloso di una bugia detta bene.

Voto:

 

La recensione

Se la Burke non avesse seguito le orme del padre, la vedrei benissimo come architetto.

La ragazza che hai sposato (The Wife, “La moglie”, nell’originale inglese) è un libro sui segreti e sull’influenza che questi esercitano sulla psiche delle persone. Fin dove possiamo spingerci per prevenire la diffusione di informazioni col potenziale di distruggere la nostra vita?

All’apparenza, Angela e Jason Powell conducono un’esistenza stabile e privilegiata: vivono in una casa spaziosa, guidano una bella macchina, dispongono di un conto in banca all’ingrasso come un’oca da fois gras. Nell’idillio domestico si inserisce anche Spencer, il figlio adolescente di Angela ufficiosamente adottato da Jason.

Si sa che le apparenze abbagliano. Quando Jason, infatti, semina un commento inopportuno sul luogo di lavoro, la tempesta che scatena sotto forma di accuse di molestie sessuali da più fronti minaccia di scoperchiare le scappatelle accumulate e insabbiate in sei anni di “felice” vita coniugale. E come se non bastasse, alcuni giorni dopo la messa per iscritto delle accuse una delle vittime molestate scompare senza lasciare traccia.

Se anche Angela, da moglie fedele quale è, è disposta a concedere al marito il beneficio del dubbio della sua innocenza, non può dirsi altrettanto incline a lasciarsi inondare dalla luce dei riflettori mediatici ora tutti puntati su casa Powell, perché anche lei ha un segreto da difendere, un segreto che getta ombre cupe sulla sua persona; un segreto legato a un trauma del passato le cui conseguenze si riflettono ogni giorno nei suoi occhi, nella figura del foglio tredicenne. La persona che Angela si è cucita addosso per proteggersi dal mondo esterno rischia di sfaldarsi: deve proteggere questo segreto da occhi e orecchie indiscreti a qualunque costo, ma nutre anche un senso di lealtà nei confronti del marito, che è l’unico a conoscenza dei suoi drammatici trascorsi. Non vuole abbandonarlo nel momento di maggior bisogno, nonostante amici e parenti non dimostrino altrettanta condiscendenza. Cosa fare, allora?

 

Segreti centellinati goccia per goccia

Si deve riconoscere a Burke l’estrema bravura nel dosare i contenuti da dare in pasto a noi lettori. Eccelle nell’arte del depistaggio per mezzo del “non detto” e di risvolti e colpi di scena imprevedibili, coadiuvata da uno stile non sempre splendente (i personaggi parlano infatti con la stessa voce narrante), ma che assolve al dovere di tenere il lettore incollato fino all’ultima riga.

Dove si rivela debolina è invece nella caratterizzazione dei due coniugi protagonisti. Nel loro rapporto manca quell’intimità romantica che dovrebbe essere scontata nella vita matrimoniale. Burke racconta le circostanze del loro primo incontro, ma non dà ulteriori informazioni su cosa possa aver scatenato la scintilla fra di loro. Si amano, ma perché?

Jason ricalca lo stereotipo del riccone piacente che maschera l’olezzo di fedifrago sotto a una facciata smagliante e qualche spruzzata di Hugo Boss, mentre Angela ripercorre un po’ i canoni della moglie umile e fedele che sfora nell’ingenuità patologica. Il vissuto della sua adolescenza soffia sì una ventata di novità a spazzare via l’aria stantia del “già letto, già sentito”, ma dovrebbe anche infondere nel lettore un certo grado di partecipazione emotiva, aiutarlo a simpatizzare con lei. Mi sono ritrovata, invece, meno coinvolta di quanto avrei voluto, perché Angela dà l’aria di essere il tipo mansueto che fatica a imporsi e raramente le personalità passive sono tagliate per il ruolo di protagonista… ma poi c’è l’improvviso giro di boa delle ultime dieci pagine.

 

Questo si chiama barare! O no…?

Il finale è di quelli da far cascare la mascella, di quelli da puntare il dito verso l’autrice e gridare all’imbroglio, all’inganno, allo scandalo!

Burke manipola la nostra coscienza. Ci lascia tutto il tempo per giocare all’investigatore privato (Sarà lui? Sarà un altro? No, è la sedicente vittima che vuole incastrarlo! Eh, ma allora perché…? No, no, è stato lui. Sì, però… no, confermo. Ecco il colpevole!) e poi, solo poi, ci spiattella in faccia la versione accurata dei fatti.

Non c’è nessuna fregatura, c’è solo quel “non detto” che viene finalmente svelato. Il punto di vista di Angela, reso in prima persona, emerge allora come tutt’altro che onesto e trasparente. Mente, ma senza mentire davvero. Ho apprezzato molto questa capacità dell’autrice di mantenersi ambigua pur dando al lettore dettagli precisi. L’effetto che ne deriva è una Angela che smette di colpo la maschera della donna timida e tranquilla: a noi fa credere una cosa, lei ne fa un’altra. Il contrasto è forse troppo marcato, quasi incoerente, e sì, ha un che di disonesto. Ma è una disonestà che funziona.

E di più sullo snodo dell’intreccio non dirò, onde evitare spoiler.

 

Una lotta a unghiate smaltate di rosa

Alle mancanze caratteriali della coppia di coniugi rimediano le due donne che secondo me dovrebbero essere le vere protagonisti del romanzo, le personalità che spiccano al di sopra di tutta la folla grazie alla loro grinta fuori del comune: la brillante detective Corinne Duncan e l’irriducibile avvocato del diavolo Olivia Randall. Entrambe teste di ariete, entrambe determinatissime a intascarsi la vittoria per il proprio cliente.

Le prove che l’una avanza, l’altra contesta. Ove Corinne tenta di avvicinare Angela col proposito di aiutarla, di farle osservare il marito da una prospettiva più oggettiva perché lo veda per ciò che è e ne prenda le distanze, la pressante Olivia non si fa scrupolo alcuno nel proporre alla tormentata donna di rendere pubblico il suo tragico passato per imbonire i giudici e garantire a Jason, l’accusato, una sentenza più mite.

Ma Angela non ha la minima intenzione di collaborare recitando la parte dell’anima spezzata cui Jason il Messia ha teso la mano, perché è questa l’immagine che Olivia si è fatta di lei…

 

Per concludere

Un thriller contorto, avvincente e avvinghiante con qualche magagna che non toglie il gusto della lettura.

Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.Stellina per recensioni.

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