[Recensione] “L’Istituto” di Stephen King

Non è la prima volta che King mostra interesse per le ipotetiche quanto catastrofiche potenzialità della telecinesi. Vedasi Carrie, romanzo agli esordi della sua onorata carriera. Adesso, con L’Istituto, King si è liberato dell’aridità creativa che ha contraddistinto le sue recenti pubblicazioni consegnando ai lettori una storia soprannaturale che in dirittura d’arrivo stuzzica l’ago della nostra bussola morale.

Di cosa parla?

Titolo: L’istituto
Autore: Stephen King
Genere: thriller/fantascienza
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 576

È notte fonda a Minneapolis, quando un misterioso gruppo di persone si introduce in casa di Luke Ellis, uccide i suoi genitori e lo porta via in un SUV nero. Bastano due minuti, sprofondati nel silenzio irreale di una tranquilla strada di periferia, per sconvolgere la vita di Luke, per sempre. Quando si sveglia, il ragazzo si trova in una camera del tutto simile alla sua, ma senza finestre, nel famigerato Istituto dove sono rinchiusi altri bambini come lui. Dietro porte tutte uguali, lungo corridoi illuminati da luci spettrali, si trovano piccoli geni con poteri speciali – telepatia, telecinesi.

Appena arrivati, sono destinati alla Prima Casa, dove Luke trova infatti i compagni Kalisha, Nick, George, Iris e Avery Dixon, che ha solo dieci anni. Poi, qualcuno finisce nella Seconda Casa. «È come il motel di un film dell’orrore», dice Kalisha. «Chi prende una stanza non ne esce più.» Sono le regole della feroce signora Sigsby, direttrice dell’Istituto, convinta di poter estrarre i loro doni: con qualunque mezzo, a qualunque costo. Chi non si adegua subisce punizioni implacabili. E così, uno alla volta, i compagni di Luke spariscono, mentre lui cerca disperatamente una via d’uscita. Solo che nessuno, finora, è mai riuscito a evadere dall’Istituto


L’istituto: la recensione

Il plot de L’Istituto ruota attorno alla giovane figura di Luke Ellis, che appena dodicenne è in grado di risolvere equazioni matematiche da A-levels e che si vede già conteso come futura matricola tra due università della Ivy League. Fin qui, nulla di strano. Solo in questi giorni c’è l’ingegnoso Laurent Simons che a soli nove anni fa notizia per essere prossimo al primato di laureato più giovane della storia.

No, la genialità di Luke Ellis non è che un attributo come un altro, una qualità aggiunta al dono vero e proprio che gli è stato concesso alla nascita. Perché se anche la materia grigia abbonda, non è il suo elevatissimo QI a cui mira la misteriosa organizzazione criminale a capo dell’Istituto che presta il titolo al romanzo. Luke, infatti, per quanto il diretto interessato possa sottovalutare le sue facoltà mentali, è un promettente e appetibile telecineta.


Ti mando all’Istituto di King is the new Ti mando in collegio?

Ricordate quando, all’ennesimo compito a casa eseguito di malavoglia, vi piovevano addosso, nell’ordine, minacce di interdizione alla visione di cartoni animati, sequestro delle cartucce del Game Boy, spedizioni in collegio con tanto di tono di voce che s’alzava di un’ottava? Nel mio caso, le prime due intimidazioni si concretizzavano anche abbastanza spesso. L’impossibilità di piallare la Lega con Pikachu a livello 100 si rivelava, almeno in via temporanea, una cura efficace alla mia pigrizia scolastica.

Ma la prospettiva del collegio? Alla generazione di Hogwarts, idee del genere fanno un baffo e possono solo scatenare la fantasia con lunghe sessioni di sogni a occhi aperti. Mai una volta che abbia battuto ciglio, insomma, sapendo che la minaccia sarebbe caduta puntualmente nel vuoto. Se fra di voi si nascondono tutt’ora genitori che questo Ti mando in collegio! lo hanno sulla rampa di lancio a beneficio dei figli lavativi a scuola, invito i suddetti a trovare alternative meno anacronistiche e davvero deterrenti, del tipo… Ti mando all’Istituto di King! Solo così crescerete futuri laureati a Harvard. E adesso vi spiego perché.


Non tutto è oro ciò che luccica

La mensa dell’Istituto sforna sfiziosi manicaretti a colazione, pranzo e cena. Le stanze dei giovani, talentuosi ospiti sono progettate per replicare il comfort e l’atmosfera delle loro camerette di casa fin dal mobilio e dagli oggetti, identici, con cui vengono arredate. Non ci sono lezioni da seguire, libri su cui studiare: i residenti possono scegliere se bighellonare nei corridoi, magari conversando con l’anziana inserviente, o giocare all’aperto sull’erba e godersi la luce del sole. Poi, se si comportano bene in quel poco, pochissimo, che viene loro richiesto di fare, possono guadagnare dei gettoni con cui navigare in internet o comprarsi degli snack ipercalorici o delle sigarette (sì, sigarette!) alle apposite macchinette.

(E questo è King, non Collodi: nessun bambino dell’Istituto si risveglia al mattino con sulla testa un paio d’orecchie da ciuco.)

Niente male, non vi pare? Ai genitori dei cari ospiti il soggiorno all’Istituto non costa una lira. Pensate: meno di un centesimo di euro! L’immatricolazione, d’altronde, è un processo assolutamente automatico che scavalca – strazia, maciulla – qualsiasi patria podestà: il bambino viene prelevato nottetempo da SUV dai vetri oscurati contro la volontà di tutta la famiglia (in gergo, “rapito”), condotto all’Istituto nell’incoscienza indotta dai farmaci, schedato, esaminato. Sottoposto, come una cavia da laboratorio prima che fosse introdotto il divieto alla vivisezione, a orribili esperimenti e prove di resistenza per risvegliarne il potenziale psichico e spremerlo dalle sue meningi.

L’Istituto non è una scuola. L’Istituto è un incubo e Luke si risveglia al suo interno.


In mezzo a telepati e telecineti

Messo al corrente del traffico di bambini fra le mura dell’Istituto, Luke deve elaborare un piano di fuga. Non avrà che qualche settimana per abbozzare la scaletta: tanto dura la permanenza in quella che viene definita Prima Casa dell’Istituto. Oltre quel traguardo ci sono solo la Seconda Casa e il silenzio tetro dei bambini che ne varcano la soglia senza più tornare indietro. Ma come scappare, come eludere la stretta sorveglianza? La sua telecinesi basta appena a smuovere dei cartoni di pizza!

Perfino i deserti più impervi nascondono delle oasi di gioia. Disorientato e atterrito com’è, Luke si sente quasi a casa grazie alle sue nuove amicizie. Fra le tanti vittime della stessa sorte, Kalisha, Nicky, Avery e George. Grazie ai poteri paranormali che condivide con questi ragazzi, Luke stringerà con loro uno stretto rapporto come mai ne ha coltivati durante la vita in libertà (si dibatte spesso sulla relazione inversamente proporzionale fra intelligenza logica e intelligenza emotiva, per cui al progredire della prima cala la seconda e viceversa… e Luke, come King dà occasione di mostrare, è tutt’altro che lento di sinapsi).

Le relazioni più profonde e significative nascono dalla comunanza nelle avversità, e la lotta impari cede parte del vantaggio alla speranza quando i deboli fanno fronte compatto contro un nemico comune…


L’amichevole degenera in finale da campionato mondiale

Con più di una riverenza alla serie Netlix Stranger Things, L’Istituto pretende di essere letto d’un fiato e promette una lettura coinvolgente, adrenalinica e angosciosa al tempo stesso. È facile, troppo facile voler bene a Luke, schierarsi dalla sua parte, dalla parte della giustizia. Stringere i denti quando si trova a sbattere su una porta chiusa, gongolare di piacere e sfregarsi le mani quando, al contrario, le porte in faccia le sbatte lui. È facile, e anche assai assurdo, avvertire l’orgoglio e la compassione che salgono a ondate dallo stomaco per il coraggio e lo spirito di ribellione con cui questi ragazzini affrontano difficoltà che ridurrebbero a gelatina le gambe di un adulto.

L’incipit del romanzo, diciamo le prime 50 pagine, è insolitamente pacifico e infonde un senso di calma che sotto la penna di King preannuncia fulmini da tempesta tropicale. Conosciamo Tim Jamieson, appena giunto, in cerca di una nuova esistenza, nella sonnacchiosa cittadina di DuPray (come Cabot Cove dimora di Jessica Fletcher, non la troverete sull’atlante). Lo abbandoniamo dopo alcuni capitoli in favore del punto di vista di Luke, che diventa predominante per tutto il resto del romanzo. Tim Jamieson è dunque un personaggio che si trova a lottare per una nicchia di trama, ma non sottovalutate il suo apporto. Nella botte piccola…

Da questo punto in poi della narrazione è come viaggiare in sesta costante e inchiodare – o trattenere il fiato – davanti agli ostacoli imprevisti. Come in qualsiasi partecipazione emotiva che si rispetti, si degenera facilmente in incitamenti da cori da stadio. Dai, Luke, dai che ce la fai. Complice uno stile in splendida forma, L’Istituto ti cattura (in senso metaforico) e ti costringe a non mollarlo più fino alla parola fine.


Fatta la spremuta, via l’arancia nel bidone dell’umido

Dietro alla facciata dell’Istituto c’è una popolazione di camici: dottori, medici specialisti, infermieri, tecnici di laboratorio, comuni impiegati, inservienti. Qual è la ragione dietro a un simile dispiego di forze? Perché tutto questo arruolamento di personale, questa cura maniacale per il dettaglio?

Che fine ultimo perseguono i test condotti nella Prima Casa, oltre a quello primo di potenziare i poteri paranormali dei ragazzi? Soprattutto, cosa succede fra le pareti inespugnabili della Seconda Casa? Che cos’è quel ronzio che si sente a tratti fuoriuscire da essa, cosa significa vedere i puntini?

Oh, quanto vorrei dirvelo, perché niente rende più felice il lit-blogger della condivisione dell’entusiasmo per un libro. Ma il lit-blogger avveduto sa che niente rende più inferocito il lettore di uno spoiler a tradimento, perciò non avrete altro bocconcino da me a parte la figura appena abbozzata di un alquanto ordinario Mr. Smith, come a milioni saranno registrati all’anagrafe statunitense, che sulle battute conclusive del romanzo solletica la nostra integrità con un quesito da far vacillare le ginocchia.


Quel nodo in fondo allo stomaco

L’Istituto è un romanzo realistico ed è il suo realismo a mettere paura. Non servono clown con chiostre di denti aguzzi per sentir camminare le formiche lungo la schiena: basta la realtà, il lato peggiore della razza umana cosiddetta intelligente. La buona letteratura è anche quella che pone al lettore domande scomode: è proprio il finale del romanzo, dolceamaro, a toglierci il tappeto da sotto i piedi rivoltando le nostre convinzioni come un calzino.

Ci impone di mettere in dubbio la nostra presunzione di essere sempre e inequivocabilmente seduti dalla parte dei giusti, dei retti, di quelli che hanno ragione perché “buoni”. Ci prende il viso tra le mani e ci costringe a guardare la nostra nemesi negli occhi, a chiederci se anche lei non abbia ragione da vendere. Siamo noi ad avere la verità in tasca o il punto di vista dell’altro può essere altrettanto valido? A spaventare non sono tanto gli esperimenti e le punizioni corporali cui vengono sottoposti questi giovani imberbi, quanto il ragionamento che sta dietro al sistema dell’Istituto. È già stato fatto, è già stato messo in pratica.

Fat Man fu sganciato sui cieli di Nagasaki per prevenire un conflitto che avrebbe messo in ginocchio un intero Paese. Ne abbatti dieci per preservarne mille. Da decenni, se non secoli, l’uomo sacrifica il diritto del singolo per il bene supremo di tutti. Così l’essere umano gioca a dadi come un dio: per vincere la partita, è costretto a selezionare dei pedoni da immolare. Che a rimetterci siano bambini poco importa, perché prima sarà un crimine e farà scalpore, seminerà indignazione, ma si ridurrà a sussurro e verrà infine declassato, depenalizzato e riconosciuto come un atto lecito e giustificato, un atto dovuto nel grande schema delle cose.

Alla fine i dubbi vengono anche ai più integerrimi fra di noi, e questo… questo sì che mette paura.


Per concludere

Dopo qualche uscita poco ispirata, King si risolleva con un romanzo che mostra ancora una volta come l’uomo sia il peggior nemico di se stesso.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

La lepisma libraia

[Recensione] “Good Omens” di Neil Gaiman e Terry Pratchett

Sono caduta ad angelo in un’imboscata a opera della mia bacheca di Facebook. La serie Good Omens è sulla bocca, o meglio sulla tastiera, di tutti: come accedo al social network, i contatti mi propongono cascate di meme e fan art ispirati all’iconico duo. La curiosità ha avuto la meglio e ho finito anch’io per lasciarmi trascinare dalla corrente d’entusiasmo: non c’è niente di meglio di una serie che puoi macinare in un giorno (si compone di appena sei episodi) e che puoi sperimentare in altro formato come premio di consolazione per la sua brevità.

Perché Good Omens era, al principio, un libro benedetto dal Genio Divino.

Titolo: Good Omens (in precedenza “Buona Apocalisse a tutti!”)
Autori: Neil Gaiman e Terry Pratchett
Genere: fantasy/umoristico
Editore: Mondadori
Pagine: 381

Il mondo finirà sabato. Sabato prossimo. Subito prima di cena, secondo «Le belle e accurate profezie di Agnes Nutter, strega», l’unico libro di profezie assolutamente accurato al mondo, scritto nel 1655. Le armate del Bene e del Male si stanno ammassando e tutto sembra andare secondo il Piano Divino. Non fosse che un angelo un tantino pignolo e un demone che apprezza la bella vita non sono proprio entusiasti davanti alla prospettiva dell’Apocalisse… Ah, e pare anche che qualcuno si sia perso l’Anticristo. Metti insieme Terry Pratchett e Neil Gaiman… e si scatenerà l’inferno. In un modo fantastico. Già pubblicato da Mondadori con il titolo «Buona apocalisse a tutti!», «Good Omens» è ora una serie televisiva.


Good Omens: la recensione

Good Omens, aka La storia di come un equivoco salvò il mondo. Scritto a quattro mani da Neil Gaiman e Terry Pratchett (American Gods e la serie del Mondo Disco accendono qualche lampadina?), questo romanzo è pregno di quell’umorismo dell’assurdo che è valso alla Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams un posto nel mio cuore e in bella vista sulla mensola. Ordunque, umorismo inglese a parte, di che tratta?


L’umanità allora

Dei primi capitoli del Libro della Genesi abbiamo tutti sentito più o meno parlare: Eva, appena forgiata da una costola di Adamo, viene persuasa da un serpente a mangiare un frutto proibito dall’albero della conoscenza. Agli occhi di Dio, il morso alla mela si configura così grave da costare ai due umani l’estromissione perpetua dal giardino dell’Eden.

Good Omens si intrufola a questo punto della cronologia biblica: l’angelo Aziraphale, uno dei custodi delle porte del giardino, e il demone Crawly, il serpente tentatore di cui sopra, osservano l’umanità che muove i primi, stentati passi nel mondo mortale. Passati i convenevoli durante i quali i due fanno reciproca conoscenza, cominciano a chiedersi, nel libro come nella serie targata Prime: Non è stata una reazione un po’ esagerata, quella dei piani alti? Poi, proseguendo con le domande scomode: E se la faccenda della mela fosse stata la cosa giusta?.


L’umanità adesso

Avanti veloce di qualche secolo: l’uomo ha sopraffatto la natura, l’ha piegata al proprio volere, ha colonizzato l’intero pianeta Terra ed è riuscito a firmare coi suoi detriti anche la superficie della Luna. Aziraphale e Crawly, ora ribattezzato Crowley, si sono stabiliti fra i mortali, assorbendo le loro abitudini e nel contempo sondando il terreno in vista dell’Apocalisse predetta dalle Scritture.

Quando scatta il conto alla rovescia con la venuta in terra dell’Anticristo nella rosea e tozza figura di un neonato che verrà battezzato Adam da una coppia di ignari neogenitori, ad Aziraphale e Crowley casca metaforicamente il mondo addosso. Ma come?, si chiedono. L’Anticristo, proprio adesso?! La bella vita da aristocratici tra gli umani ha i giorni letteralmente contati: angelo e demone dovranno rientrare nelle rispettive fazioni per partecipare al più colossale scontro tra eserciti che l’universo abbia mai conosciuto.

Non c’è margine di opposizione, d’altronde. L’inferno ha già progettato tutto nei più infinitesimi dettagli, il piano per l’ascesa dell’Anticristo è a prova d’errore. Con la compiacenza dell’Ordine delle Chiacchierone di St. Beryl, suore cattoliche in via ufficiale, sataniste in via ufficiosa, il bimbo dovrà essere affidato alle cure di genitori attentamente selezionati e sarà dedito al Male sin dai primi vagiti nella culla. Il mondo finirà, che tutti gli oppositori lo vogliano o meno.

Ma com’è che si dice? L’errore, come la vita, trova sempre un modo…


Azi e Crowley, sistema binario e inseparabile di Good Omens

Prendo in prestito le parole di Albert Einstein e riformulo: è più facile spezzare un atomo della loro relazione.

Aziraphale e Crowley, si sarà capito, vogliono continuare a vivere serenamente sulla Terra. L’esistenza angelica nel mondo di sopra e quella demoniaca nel mondo di sotto sono troppo standardizzate, strutturate e monotone perché ne provino nostalgia. Gli esponenti dei loro partiti direbbero che si sono lasciati contaminare: vivendo fra gli umani ne hanno acquisito i vizi, i pregi, gli usi. L’esperienza li ha rimodellati a loro immagine e somiglianza. Aziraphale trova la realizzazione di sé collezionando libri rari, Crowley si tinge il pollice di verde e tappezza il suo appartamento di lusso con piante rigogliose. La Bibbia non è propriamente zeppa di angeli librai e demoni giardinieri… Aziraphale non è la quintessenza della bontà tanto quanto Crowley non è quella della malvagità. Ci si chiede: cos’è il bene, cos’è il male?

Entrambi, in una manifestazione di puro bromance, apprezzano una risata davanti a un tavolo apparecchiato per due al Ritz. La lunga permanenza sulla Terra li ha umanizzati, insomma, ma questo processo non li ha privati delle loro responsabilità in quanto esseri soprannaturali: volenti o nolenti, devono rispondere alla chiamata alle armi.

Al ruggire delle moto dei cavalieri dell’Apocalisse, i membri di inferno e paradiso lustrano le spade e alzano gli scudi. Sono pronti, sono agguerriti, sono impazienti di terminare un’attesa che dura da migliaia di anni. L’Apocalisse s’ha da compiere e non importa se la Terra si trova sul fondo del mortaio. La funzione della Terra nella grande scacchiera divina, d’altronde, è quella, appunto, di fare da scacchiera ai due eserciti che si scontreranno. Se poi la polvere si depositerà su un orizzonte di macerie e gusci anneriti dal fuoco, amen.

Ecco giungere, allora, la blasfema proposta. Siamo un angelo e un demone, cane e gatto, bianco e nero. Ma vogliamo la stessa, identica cosa. Deponiamo la finta ostilità (perché non c’è mai stata ostilità fra di noi, ammettilo, amico) e coalizziamoci per ostacolare i piani dei nostri superiori.

Una coalizione inaudita in tutto il regno dei cieli e in tutti i gironi dell’inferno! Per ostacolare i piani dei loro superiori, tuttavia, Aziraphale e Crowley devono prima localizzare l’Anticristo. Impresa spudoratamente semplice nella teoria, non altrettanto nella pratica… e tutto a causa di quel benedettissimo, maledettissimo equivoco.


“Quella checca del sud”, il nerd mancato e la moderna strega

Da soli, Aziraphale “checca del sud” e lo strisciante Crowley compongono un binomio di cui il romanzo non può fare a meno. E se il romanzo a loro sommasse un giovanotto un po’ imberbe e impacciato, uno squinternato cacciatore di streghe, una medium della domenica e l’ultima discendente di una lunga genealogia di fattucchiere? E se in questa schiera già traboccante di personaggi ce ne fossero altri, più giovani, splendidamente caratterizzati, che vanno in giro chiamandosi Them? Loro: Pepper, Brian e Wensley, inconsapevoli amici per la pelle del giovane Anticristo.

Da qui deriva il sottotitolo del romanzo, Le Belle e Accurate Profezie di Agnes Nutter, Strega. Un libro dentro a un libro, un libro di profezie così puntuali e azzeccate da essere stato stampato in un numero risicato di copie (a nessuno piace che gli si predica la data di morte, e piace ancora meno dietro pagamento). Quando una di queste stampe capita fra le mani di Aziraphale, l’angelo prima la riverisce, poi la passa al setaccio con la lente d’ingrandimento. E s’accorge che gli ultimi capitoli prima della fine del libro riguardano proprio l’Apocalisse imminente… come se dopo non ci fosse più nulla da profetizzare.


Anticristo tra predisposizione ed educazione

Aziraphale e Crowley non sono i protagonisti principali, per quanto possa sembrare strano stante ciò che si è scritto finora. Se nella serie di Amazon li troviamo sempre sul palco, questi due nel romanzo ricoprono il ruolo di “siparietto comico irresistibile”. Quello che voglio dire è che non sono funzionali alla trama, perché l’Anticristo avrebbe fatto comunque quello che alla fine ha scelto di fare.

È la forma più pura di libero arbitrio. Il romanzo stesso è un omaggio al libero arbitrio.

Per assolvere al compito affidatogli dalla nascita, si suppone che Adam Young, giovane Anticristo, debba incarnare il Male supremo. C’è un problema, però: in una rosa di personaggi dalle caratterizzazioni estreme, quasi caricaturali, Adam spicca per la sua normalità. L’Anticristo che cresce come un normalissimo ragazzo di periferia? Non si può sentire, eppure… La considerazione che se ne trae ancora una volta è che l’ambiente circostante plasma il carattere più della genetica.

Niente e nessuno è prestabilito. Un angelo non è intrinsecamente buono nella stessa maniera in cui un demone o l’Anticristo non sono intrinsecamente cattivi. Aziraphale e Crowley scelgono di disertare, mentre Adam Young… be’, lo scoprirete leggendo. Si può scegliere di non scegliere. Siamo tutti il prodotto di influenze esterne solo in minima parte perturbate dal nostro corredo genetico.


Good Omens va oltre lo humour

Good Omens è una storia ricca di simbolismi: l’animo ecologista fronteggia la nuova corona del Cavaliere dell’Inquinamento destinato a dominare sul nostro pianeta; la bilancia diventa il nuovo vessillo di Carestia. Mentre scrivo, c’è chi sta ingurgitando il terzo doppio Cheese Burger e c’è chi nei sobborghi di Manila sta rifriggendo il pagpag dell’altra sera. Poco fa girava su Facebook una foto del National Geographic ritraente una cicogna intrappolata in un sacchetto di plastica trasparente.

Attraverso l’uso della terza persona onnisciente, Pratchett e Gaiman ci affidano una storia dove a decretare la vittoria sarà l’unione che fa la forza, il gruppo che resta compatto, l’amicizia che tiene i ranghi serrati. A voi la linea e il piacere di leggere questo libro.


Per concludere

Se avete amato Douglas Adams, Good Omens è un acquisto da farsi a scatola chiusa.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

La lepisma libraia

[Recensione] “Le parole di luce” di Joanne Harris

Prima ci fu Il canto del ribelle. Poi fu il turno di The Testament of Loki (traduzione italiana tutt’ora avvolta nel mistero). Terzo per ordine cronologico (non di pubblicazione), Le parole segrete. Infine, il quarto e ultimo posto in fila lo troviamo occupato da Le parole di luce, quest’oggi esposto sul vetrino perché la lepisma ne analizzi la cellulosa a livello molecolare. Con questo romanzo, l’uroboro si morde la coda e chiude la quadrilogia di scritti che Joanne Harris ha consacrato ai miti norreni. Come anticipato dalla Harris è molto probabile che il quadri diventerà penta, ma l’autrice non ha rilasciato alcuna coordinata temporale entro la quale aspettare l’uscita in sala di un quinto volume. Nel frattempo, perciò, godiamoci i piatti che son già in tavola.

Si avvisano i gentili lettori che questa recensione contiene spoiler sulla trama del libro prequel Le parole segrete. Se il titolo non figura tra le vostre letture pregresse, procedendo a scrollare questo articolo vi assumete per silenzio assenso ogni responsabilità del vostro gesto scellerato. Alla lepisma potrete rinfacciare solo di non avervi cacciati con più solerzia.

Titolo: Le parole di luce
Autore: Joanne Harris
Genere: fantasy/young adult
Editore: Garzanti Libri
Pagine: 593

Maddy e Maggie hanno la stessa età, ma non potrebbero essere più diverse. Maddy è coraggiosa e ribelle; Maggie, invece, ama le regole e la disciplina. La sua passione sono i libri antichi. E solo immersa tra quelle pagine che riesce a non sentirsi sola. Eppure c’è qualcosa di misterioso che unisce le due ragazze nel profondo. Un marchio sulla loro pelle: una runa. Un simbolo considerato da tutti una maledizione, un flagello. Perché nel mondo dove vivono Maddy e Maggie la magia è proibita. Giocare è vietato. E sognare è considerato il più terribile dei peccati.

Ma c’è qualcuno che non ha paura di quel segno antico. Adam, un sorriso che toglie il fiato e due occhi azzurri impenetrabili dietro cui si nasconde un oscuro passato. All’inizio Maggie cerca di allontanarlo, ma poi non riesce a resistere alla forza sconosciuta che la attira verso di lui: il ragazzo è l’unico a conoscere il segreto scritto nella runa. Un segreto che parla di lei, delle sue origini e della scomparsa della sua famiglia. Un segreto che custodisce una minacciosa profezia che sta per compiersi: il loro mondo e il loro amore sono in pericolo. Maggie è la sola in grado di difenderli. Ma per farlo deve essere pronta ad accettare il suo destino. Un destino che la lega in modo indissolubile a Maddy. Le due ragazze hanno bisogno l’una dell’altra. Finalmente sono vicine come non mai, ma allo stesso tempo inesorabilmente lontane.


Le parole di luce: la recensione

Le parole segrete ci ha abbandonati su una fulminante rivelazione: Maddy è Móði, progenie profetizzata di Thor. Nell’assestare qualche pacca consolatrice a un dio del Tuono derubato degli eredi maschi (ma in corso d’opera avrà tutte le ragioni per inorgoglirsi anche di una figlia femmina), passiamo in rassegna i nuovi volti dei vecchi dèi.

C’è chi è stato tutto sommato fortunato, come Thor nelle sembianze del nerboruto Dorian Scattergood, e chi non può che grufolare e manifestare a incomprensibili grugniti la propria indignazione come la permalosissima Sif nelle rotondità adipose del corpo di una scrofa. Sembra che gli dèi – con diversi gradi di apprezzamento – siano scesi a patti con i loro aspetti e conducano una vita tutto sommato regolare nella Malbry del mondo di sopra.

Il mondo di sopra, tuttavia, non soddisfa le loro divine aspirazioni. Dal giorno della caduta gli dèi mirano con nostalgia alla loro casa nel cielo, ora cumulo di rovine. La loro vita ha imboccato un binario che scorre in un deserto dove rotolano le palle di salsola e gli dèi si sono rassegnati a rimanere infognati in corpi che non sono i loro, in esistenze terrene che non sono state tagliate per loro. Non c’è speranza di smettere i cenci del Popolo per calarsi di nuovo nella seta asgardiana.

Ma ecco, tra capo e collo, l’imprevisto: l’orizzonte uniforme si spezza in un tracciato che si snoda in un bivio. A tirar dritto sul binario monco davanti a voi abbraccerete l’impatto con un paraurti di adamantio. L’altro tracciato, in rotta di avvicinamento alla stessa velocità dei vostri iperturbati pensieri, si incurva e si fonde in lontananza con l’estremità di un arcobaleno e già sapete, memori dei tempi d’oro che furono, quali meraviglie vi aspettano dall’altra parte del ponte a semicerchio. Per esserne testimoni, tuttavia, dovete prima deviare dalla traiettoria di morte che state cavalcando a velocità ultrasonica.

Il deviatoio si chiama soluzione della profezia appena formulata e sta a voi ricomporre il puzzle per dirottare il convoglio verso la Asgard 2.0. A complicare le cose, però, vi insegue dappresso un brigante apparso da chissà dove in sella a un dromedario. Non solo l’animale tiene testa al treno, ma con le zampe sparge mangiate di sabbia per aria che vi ostacolano la visuale. Oltretutto, in quello che vi riesce di intravedere nella nuvola di granelli vorticanti, vi sembra che questo brigante abbia degli occhi inquietantemente famigliari.

Questo brigante si chiama Maggie e nessuna opera di proselitismo varrà a farlo desistere dal suo obiettivo: impedirvi di girare al crocevia.


Qualcuno tappi la bocca a quell’oracolo!

“Vedo un possente Frassino accanto a una Quercia possente.
Vedo alto un Arcobaleno, eredità d’ingannevole Morte.
Ma Tradimento e Massacro con Follia volano in cielo
e quando si romperà l’arco, allora la Culla cadrà
e poi la Quercia e il Frassino, tutto cascherà.

La Culla cadde un’era fa, ma sorgerà da Popolo e Fuoco
in dodici giorni, alla Fine dei Mondi; un dono nel sepolcro.
Ma la chiave del cancello è figlia dell’odio, figlia di entrambi e nessuno.
E nulla di sognato è mai perduto, e nulla perduto per sempre.”

Fedele all’impostazione del mito da cui trae ispirazione, la trama de Le parole di luce, come Le parole segrete prima di esso, ruota attorno al contenuto di una nuova profezia. Il concetto di predestinazione, d’altronde, condiziona tutti i racconti del mito norreno: ne è il filo conduttore, è la certezza della caduta da cui non ti puoi sottrarre. L’Edda poetica stessa esordisce con la profezia detta Vǫluspá dove si narra della creazione del mondo e del ciclo di vita e di morte potenzialmente infinito a cui sarà sottoposto (Ragnarǫk).

Se ti chiami Odino, ad esempio, sai già che l’ultimo alito di vita lo esalerai infilzato tra le zanne bavose del lupo figlio di tuo fratello, e che quel bastardo e infingardo di tuo fratello ingaggerà battaglia con Heimdallr, e che i due si stroncheranno la vita a vicenda in un’apocalisse globale alla quale sopravviverà solo il ramo più giovane dell’albero genealogico divino. Già sai tu, vecchio guercio sotto al cappello a tesa larga, che sarai estromesso dal mondo che rinascerà dalle ceneri di Asgard. Le profezie sono ineluttabili. Non ci sono finali alternativi a quello predetto, né sotterfugi che tu possa escogitare affinché il destino prescritto rimanga solo il delirio psicotico di una cariatide un po’ matta (Vǫlva). Ti metti l’anima in pace, punto.

Le parole di luce esordisce con una profezia dall’impostazione molto simile: il mondo come lo conosciamo cadrà, ma risorgerà dalle proprie rovine. Non lo farà tuttavia da solo, in autonomia, gli servirà una mano che lo tiri su dall’alto. Ai nostri protagonisti decifrare il contenuto e capire cosa fare perché si avveri.

Insomma: la vecchia Asgard è andata perduta, ora è tempo di rilasciare una nuova versione della cittadella celeste che sia corretta da tutti i bug e, soprattutto, inespugnabile da qualsiasi malware dei Nove Mondi. E si sa che il fiume Sogno abbonda di materiali da costruzione… forse questa leva di scambio è più a portata di mano di quanto si pensi.


Io, francamente, continuo a capirci poco

Questi libri della Harris parlano di sogni e a trascrizioni oniriche assomigliano: in loro è assente qualsiasi senso di consequenzialità, al pubblico passivo stimolano l’innalzamento di un sopracciglio confuso mentre la trama procede a tre passi avanti e due indietro. L’impianto de Le parole di luce, come anche degli altri volumi di questa serie, tenta più volte il colpo di scena con la tecnica reiterata del “detto dopo”. Ci sono scrittori che della slealtà moderata fanno una virtù; altri, come la Harris, che sembrano non avere il senso della misura per fermarsi prima di esagerare e stancare il lettore a suon di rivelazioni.

In spiccioli: i colpi di scena colpiscono se sono pochi. Per dirla con una deriva dialettale di queste parti, i colpi di scena della Harris mi hanno sgionfato (dialettale per stufato).


Ricicliamo la carta, non i cattivi

E mi ha sgionfato anche il cattivo. Non puoi proporre lo stesso identico antagonista in tre libri su quattro, Joanne! Persino la Rowling, col suo villain potenzialmente immortale, non è arrivata a tanto!

No, Maggie non è l’antagonista. Di ciò che posso svelare di lei senza incorrere in spoiler parlerò nel paragrafo successivo, ma per ora lasciatemi mettere nero su bianco questo enunciato: Maggie non è il cattivo. Maggie è solo una pedina, una ragazzina turlupinata e sedotta da belle parole e false promesse infiocchettate con nastrini di raso. Il vero nemico, invece, è qualcuno che conosciamo fin troppo bene. Ne Le parole di luce ritroviamo dunque l’atmosfera da Fine dei Mondi con gli dèi che devono (ri)salvare l’universo dallo stesso cattivo che l’ha già minacciato l’altra volta.

E che barba, che barba, che noia… ma neanche la cricca di Jurassic Park, d’altronde, ha capito che il fascino del T-Rex è inversamente proporzionale al numero di volte che lo porti su schermo.


Maggie, stupidotta Maggie

La star decaduta de Le parole di luce è Maggie, coetanea di Maddie. È chiaro fin dalle prime pagine che Maddie deve aver fatto un uso migliore di Maggie dei nutrienti nel liquido amniotico, perché fra loro due c’è una netta disparità di materia grigia.

Maggie è una pecora smarrita, una pecorella nata fuori dal recinto. Anziché raggiungere il gregge che la chiama a grandi belati dall’interno della staccionata, Maggie preferisce spassarsela con Amico Lupo. Chi le darebbe torto, d’altronde? Le pecore nel recinto brucano erba che cresce a stento mentre Amico Lupo torna ogni sera a vezzeggiarla con zuppiere di steli della migliore qualità. Le riempie la pancia senza chiedere altro in cambio, le permette di scaldarsi dormendogli accanto.

Nel sentirsi al centro dell’attenzione, trattata come neanche una regina, Maggie gira il codino a beneficio delle altre pecore e continua a mangiare a sbafo, mentre il lupo si lavora la bava in bocca e con l’olfatto della mente annusa l’arrostino d’agnello con patate nel quale, terminato il periodo d’ingrasso, Maggie si trasformerà.

Maggie nega l’evidenza dei maltrattamenti per continuare stolidamente a definirsi innamorata del suo carceriere. Un amore, il loro, che scocca non si sa bene da quale arco, un rapporto irrealistico impresso su carta per convenienza di trama e niente altro. Vado a pesca della metafora più zuccherosa e smancerosa del mio repertorio di galantuomo paragonando i tuoi occhi a stelle del firmamento e *boom*, fra noi ci si dichiara amore imperituro. Ma da quando?

Al di là del fatto che ogni parola di un libro andrebbe comunque valutata in funzione dell’importanza che ricopre nello sviluppo dell’intreccio narrativo (una buona attività di scrematura del superfluo che spesso viene ignorata e violata senza pudore), deve comunque percepirsi lo sforzo da parte dell’autore di coltivare relazioni tra personaggi che imitino le dinamiche sociali del mondo reale.

Maggie è clinicamente stupida, di quella forma di inverosimile stupidità che non posso soffrire.


Potpourri divino

Vale a dire una ciotola che raccoglie di tutto un po’. Al solito, di tutto l’assortimento di fiori secchi si salvano solo pochi petali: Odino, Loki e i corvi Huginn e Muninn (una piacevolissima entrata in scena, la loro; da soli, intrattengono il pubblico meglio di quanto faccia il cast principale con la sua trentina di personaggi). I personaggi de Le parole di luce sono ancora una volta monodimensionali, mere incarnazioni delle principali forze di natura. Perfino ai nemici degli Æsir manca la verve: non è un buon cattivo colui che non dà l’aria di poter gettare più di un sassolino a intralciare l’ascesa del protagonista.


Quell’OOC che mi è sempre rimasto in gola

C’è poi un piccolo quanto fastidioso problema che avevo già ravvisato ai tempi della recensione de Il canto del ribelle e che voglio dare in pasto al responso del web una volta per tutte: nei romanzi della Harris, la relazione tra Loki e Sigyn è terribilmente OOC (dall’inglese Out Of Character, carattere non fedele a quello canon). Sarà che in queste settimane sto procedendo a una rispolverata dei vecchi episodi di Vikings, sarà che c’è una certa scena che mi si è marchiata a fuoco nelle retine, sarà che ho letto il libro con questa nuova consapevolezza… insomma, un’immagine vale più di mille parole e quella determinata scena a me è rimasta impressa come “rappresentazione ultima della fedeltà coniugale”. Ma procediamo per gradi a raccontare ciò che accade nel mito norreno.

Loki uccide Baldr. Viene condannato a scontare una pena esemplare: legato a una roccia dalle budella dei suoi figli uccisi per mano degli altri dèi, scandirà l’eternità contando le gocce di veleno che stillano dalle zanne di un serpente appeso sopra la sua testa. La moglie Sigyn arriverà in suo soccorso, le braccia tese verso l’alto a raccogliere il veleno in una ciotola. Goccia dopo goccia, la ciotola finirà tuttavia per riempirsi fino all’orlo: arriverà il momento in cui Sigyn sarà costretta ad allontanarsi per andarla a svuotare. In quei secondi infiniti, gocce di veleno saranno libere di conciare il viso di Loki come una fetta di Leerdammer. Questo, secondo i vichinghi, scatenava i terremoti (e scusateli, ai loro tempi non c’erano facoltà di Geologia a cui iscriversi).

Che conclusioni traiamo da questa punizione? Che gli dèi hanno voluto colpire Loki nel suo metaforico tallone: uccidendo i suoi figli e offrendo sua moglie (madre dei figli uccisi, tra l’altro) a un’eternità di afflizione. Ricaviamo che questo aneddoto del mito è stato concepito dal suo creatore come, appunto, “rappresentazione ultima della fedeltà coniugale”: Sigyn non abbandona il marito nemmeno quando avrebbe tutte le ragioni per farlo. Ricordo, infatti, che le leggi della società vichinga prevedevano il diritto al divorzio per entrambi i coniugi, e che il mito rispecchia la mentalità della gente di allora.

Il Loki de Le parole di luce se ne sbatte dei figli. In quanto alla moglie, vive la sua presenza con la stessa tolleranza che un misofobo riserva a un tizio che gli starnuta addosso. Che pena esemplare è se dei figli non ti importa un fico secco? Se voglio farti del male vado a colpire, giustamente, nelle aree dove so di farti un male boia. Non ti privo di qualcosa di cui so che non sentirai la mancanza. Capish, Joanne? Sono il dolore e il rancore, in ultima istanza, a trasformare il trickster caotico neutrale in una serpe vendicativa che aprirà le porte di Asgard alla progenie di Surtr, dettandone il destino di rovina.

OOC a parte, la sua interpretazione del personaggio è una di quelle che apprezzo di più. Il premio per la chiave di lettura più fedele a quella del mito, però, lo consegno senz’altro a Hilda Lewis. Nel suo racconto per bambini The Ship that Flew, infatti, riesce là dove Joanne Harris fallisce in quattro libri: inquadrare la figura di Loki con un solo scambio di battute. In quanto alla trilogia di Magnus Chase di Rick Riordan, sto ancora aspettando che la ferita lasciata aperta si rimargini…

E con questo mi son tolta il proverbiale – e pedante, ne sono conscia – sassolino dalla scarpa.


Non brutto, ma neanche bello

È probabile che i paragrafi precedenti suscitino l’idea che Le parole di luce non mi sia piaciuto. Mi è piaciuto, ma meno di quanto avrei voluto che mi piacesse. Ci sono scelte di intreccio e stilistiche che continuo a non condividere. Ci sono personaggi che son macchiette di latte su un foglio bianco e altri personaggi ancora che risaltano scarlatti come un bindi indiano sulla fronte. Fra le tante cose ho apprezzato, oltre ai già sopracitati Huginn e Muninn, il finale che ammicca al ciclo perpetuo di vita e morte, di inizio e di fine, espansione e riduzione, ma è poca cosa in relazione a un tomo da 600 pagine.

Il canto del ribelle si conquista la medaglia d’oro aggiudicandosi il premio per il libro più strutturato dei quattro. D’altronde, l’impalcatura era già quella pronta e prefabbricata del mito norreno: la Harris si è limitata al ruolo di tappabuchi ricoprendo lo scheletro con frattazzo e cazzuola.


Per concludere

Le parole di luce è criptico ma intrattiene quanto basta per invogliare a raggiungerne la fine. È una storia sul perseguire ciò che è giusto, che spesso non coincide con ciò che è facile, un racconto sul senso di appartenenza alla propria famiglia. La lezione più importante che se ne trae? Diffidate degli incantatori dalle bocche di rosa: hanno la mente di una serpe.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

La lepisma libraia

Dalla matita allo schermo: “Marvel’s Avengers: Infinity War – The Art of the Movie”

Noi topini lepisme di biblioteca attribuiamo alla parola scritta un peso specifico tutto particolare. Non riflettiamo però troppo sul fatto che non è necessario scomodare le lettere dell’alfabeto per incidere una storia sulla carta. Marvel’s Avengers: Infinity War – The Art of the Movie riduce al minimo i caratteri tipografici per dare carta bianca al mondo colorato dell’arte.

Vignette e strisce mute si pubblicano da decenni a questa parte e non mancano mai di divertire, indignare, sobillare. Abbattono le barriere del linguaggio e si fanno capire da chiunque abbia occhi per guardare. Per perpetuare un’idea, infatti, bastano un canovaccio bianco e la tavolozza dei colori. Oppure, proponendo una combinazione aggiornata ai nostri tempi digitali, la superficie magnetica di una tavoletta grafica e una buona dimestichezza con l’interfaccia di Corel Painter.

Sto parlando degli art book. Di un art book in particolare: Marvel’s Avengers: Infinity War – The Art of the Movie, che ho aggiunto in libreria sulla fine del 2018 e su cui non ho ancora smesso di sbavare (metaforicamente parlando, ovvio).

Iron Man VS nave aliena.

La strada di Infinity War verso il cinema è lastricata di… design abbandonati

Cronologicamente fedele alla struttura del film di cui intende rivelare i retroscena, Marvel’s Avengers: Infinity War – The Art of the Movie impressiona per qualità e quantità. Il fiuto formidabile dei talent scout di Mamma Marvel si traduce in un’équipe di formidabili artisti che competono fra di loro per superarsi tavola dopo tavola e stupire l’osservatore a ogni cambio facciata. E non commettete l’errore di pensare che l’abitudine stemperi la meraviglia: a prescindere dal numero di volte che lo sfoglierete, non mancherà di sbalordirvi.

Thor e la sua Stormbreaker.

Alle tavole propriamente dette che sprizzano talento e dinamicità da ogni cm di cellulosa, si alternano cataloghi di concept art, primi piani, specchietti informativi e studi di prospettiva dei personaggi dominanti del film. È fra queste pagine che le sopracciglia svettano verso l’alto. Ci si rende conto della mole di impegno che ha portato i nostri supereroi preferiti a essere quello che sono oggi.

La resa proiettata su schermo è “solo” ciò che è sopravvissuto a una lunga serie di tentativi che invece non ce l’hanno fatta. Ogni scelta stilistica, che siano le nuove rotondità della tenuta da battaglia di Thor o la drastica sforbiciata ai capelli di Captain Marvel (non rappresentate nell’art book, che da titolo si ferma all’era pre-schiocco, ma che credo e spero avremo modo di approfondire nel volume dedicato a Endgame), si tira dietro uno strascico matrimoniale di varianti rifiutate in corso d’opera.

Thanos, varianti di vestiario.

Un costume è impacciato, imbarazzante, troppo fumettoso? Il CGI rendering di questo volto è repellente e inquietante? È un perfetto candidato alla lista dei 10 peggiori esempi di uncanny valley di tutti i tempi? Via, se ne progetta un altro finché non si imbrocca quello che più suona le corde del cuore di regia e sceneggiatura. Finché tutti non si dichiarano soddisfatti, questo design non s’ha da portare in sala.

Sequenza di combattimento per Hulk.

A un prezzo più che ragionevole (su IBS gli art book della Marvel viaggiano fra i 35 e i 40 euro. Diffidate dai rivenditori su Amazon Italia, che sparano cifre inaudite), vi portate a casa qualche centinaio di stampe full color e in HD spalmate su due chili di carta patinata. Mica male, no?

Thanos, sguardo all'orizzonte.

Si consiglia di arieggiare bene la camera dopo l’uso. L’odore di inchiostro misto colla che emana è qualcosa di allucinante, da stordire i sensi.

La lepisma libraia

Compralo qui

(verrai indirizzato su Amazon)