[Recensione] “Una vita da libraio” di Shaun Bythell

Copertina de Una vita da libraio.

Qual è il destino dei nostri libri quando noi non ci saremo più? Una vita da libraio di Shaun Bythell risponde in parte a questo quesito del nostro post-mortem. Qualche giorno fa vi avevo anticipato l’uscita di questo romanzo autobiografico made in Scozia con parole che lasciavano sperare in un giudizio positivo, e ora rifaccio capolino sul blog per segnalare che sì, questo romanzo s’ha da leggere!

Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Genere: autobiografico/humor
Editore: Einaudi
Pagine: 384

Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello. Una storia incantevole per chi crede che un libro sia per sempre.

«Stavo uscendo dalla cucina con la mia tazza di tè quando un tizio in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna piú corti del normale mi è rovinato addosso e me l’ha quasi fatta cadere. – È mai morto nessuno qui? – mi ha chiesto poi. – Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta? – Non ancora, – gli ho risposto, – ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell’usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be’, più o meno… Dal cliente che entra per complimentarsi dell’esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d’acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l’esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l’anticipo dell’edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.


Una vita da libraio: la recensione

Wigtown, paesino scozzese che conta meno di mille abitanti, si è guadagnato il titolo di “città del libro” per la sua concentrazione di librerie sul territorio. È proprio una di queste librerie, The Book Shop, che è stata rilevata dal nostro ginger Shaun Bythell nel 2001, quando il feroce monopolio di Amazon non era che uno sbuffo di vapore profumato in lontananza.

Shaun è un libraio che traffica nel mercato di seconda mano. Dopo un decennio trascorso a lanciare anatemi ai clienti insolenti e ai volti più anonimi del colosso dalla A alla Z, decide, in una data totalmente arbitraria quale il 5 febbraio, di tenere un diario delle (dis)avventure che aggiungono il sale alle sue giornate lavorative.

Una vita da libraio viene così alla luce in una tipica giornata invernale in libreria: fredda, uggiosa e scandita da una sparuta clientela. Si verrà subito a sapere, infatti, che gestire un negozio di questo tipo è sì un lavoro incantevole, ma cela anche dei lati bui. All’indefessa ricerca di nuovo materiale con cui riempire i buchi negli scaffali si alternano periodi di digiuno forzato del totale giornaliero di cassa che talvolta non supera le 10 sterline.


Non tutto è oro quel che brilla…

Se già la gente è restia a investire tempo e denaro nella lettura dei libri più recenti e inflazionati, lo sarà ancora meno nell’acquisto di merce di seconda mano, a prescindere dalle sue condizioni e dalla sua rarità. Anzi, non si tratta di reticenza ma di vera e propria mancanza di pudore: fra una pagina e l’altra Shaun riporta incontri ravvicinati del terzo tipo in cui potenziali clienti pretendono sconti su libri già scontati, vanificano gli sforzi organizzativi del personale seminando libri a casaccio nel locale, cancellano e sostituiscono i prezzi scritti a matita sulle etichette e si presentano al bancone con tutta la superbia di chi crede che il libraio sia un fessacchiotto sonnacchioso affetto da amnesia che gli venderà un volume del 1800 rilegato in cuoio alla modica cifra di una sterlina e mezzo.

Ma Shaun è ormai impermeabile a queste dimostrazioni di inciviltà e reagisce alle provocazioni come un vero gentiluomo: con risposte al vetriolo e un umorismo irresistibile. Della stessa natura è Nicky, la sua eccentrica assistente in pianta stabile, che nasconde sempre delle sorpresine culinarie sotto la manica (specialmente di venerdì, giorno in cui si palesa in negozio con succulenti manicaretti da lei scovati in supersconto al discount) e delle frecciate argute sotto la lingua.

Questa, una delle tante conversazioni marziane fra Shaun e una non-cliente:

Woman: ‘I was in your shop during the book festival and found a book about old ruined gardens of Scotland in your new books section. Could you tell me what the title is?’
Me: ‘No, I am afraid not. I know the book you’re after and would be happy to sell you a copy, though.’
Woman: ‘Why won’t you tell me the title?’
Me: ‘Because as soon as I do you’ll just go and buy it on Amazon.’
Woman: ‘No, I’ll send my mother round to pick it up from you.’
Me: ‘Oh good, in that case can I take your credit card details and your mother’s name? I’ll put it to one side once you’ve paid for it.’
At this point she hung up.


… è platino!

A dispetto della maleducazione e della cinghia da tirare, però, Shaun non demorde. Niente, per lui, è secondo alla scarica di adrenalina che suscita il ritrovamento fortuito di un volume raro fra migliaia di contenitori di carta straccia. Il negozio è infatti solo metà del suo lavoro: col suo furgoncino scorrazza di paese in paese rispondendo agli appelli di persone che, per un motivo o per l’altro (lutto in famiglia, mancanza di spazio, trasloco, necessità di denaro…), si rivolgono al suo servizio per sgombrare quintali e quintali di libri. Le collezioni di cui bisogna disfarsi sono le più disparate: si va da libri conservati come reliquie a raccolte seppellite da diversi strati di peli di gatto, da repertori di teologia, difficilmente vendibili, a cataste di volumi sui treni e i sistemi ferroviari. Sorprendentemente, la compravendita di questi ultimi è una delle più floride e remunerative per il negozio.

Grazie al carattere autobiografico del romanzo, per noi lettori si sprecano i riferimenti al mondo reale, come le recensioni del negozio su TripAdvisor. Non mancano, inoltre, chicche quali il sito web della libreria, la pagina Facebook e il canale di YouTube dell’autore.


La condanna ad Amazon

Da innocua strisciolina di fumo a nuvolone pestilenziale. Da umile concorrente a gargantuesco mietitore che falcia tutti i piccoli commercianti sul suo cammino e contribuisce alla loro estinzione.

Dire che tra Shaun e Amazon non scorre buon sangue è un eufemismo: Shaun odia Amazon. Lo odia perché può permettersi di giocare al ribasso, lo odia perché la vendita di libri al dettaglio non sbanca il lunario e i guadagni vanno integrati con le vendite via internet. Shaun odia così tanto l’azienda di Bezos da aver affisso in negozio, a mo’ di oggetto coreografico, un Kindle che lui stesso si è concesso il lusso di trapassare con un proiettile. Con lo stesso orgoglio di un cacciatore che imbalsama un cervo e ne appende il palco di corna sopra la porta del rifugio alpino, Shaun esibisce in bella vista, nel regno dove lui governa sovrano, il simbolo del suo Nemico Giurato: la concorrenza sleale di Amazon.


Ripetitivo ma trascinante

L’unica critica che mi sento di muovere punta il dito contro l’eccessiva lunghezza del romanzo: Nicky che timbra il cartellino in ritardo di un quarto d’ora, le condizioni meteorologiche del cielo sopra Wigtown, gli ospiti del negozio, le toccate e fuga per una pinta al pub… è con questo ritmo che Shaun si barcamena giorno dopo giorno, un viver quotidiano che viene talvolta interrotto da ristrutturazioni, gatti randagi che si intrufolano in casa, passeggiate in natura e weekend trascorsi ad attendere un salmone all’amo.

A circa 3/4 del percorso, insomma, ho trovato il romanzo un po’ ripetitivo. Ciò non toglie che l’epilogo porti con sé un senso di completezza: varchiamo l’ingresso di The Book Shop il 5 febbraio e ci congediamo il 4 febbraio dell’anno successivo. Per 365 giorni viviamo al fianco di Shaun. Abbiamo modo di fare la conoscenza dei suoi amici, del suo gatto, della sua casa. Assorbiamo il suo modo di pensare e l’etica del suo lavoro. Impariamo a stimare le sue iniziative volte a far fronte all’avanzata imperante del commercio digitale. Arriva un punto in cui noi stessi ci sentiamo come a casa nostra, in questa intima atmosfera di scaffali fino al soffitto, e nonostante le doverose potature tiriamo la maniglia verso di noi con più di un tentennamento. Magari qualcuno di voi che leggerà il romanzo si sentirà, come è capitato a me, colto dal desiderio improvviso di stringere la mano di Shaun in prima persona.

Punta di diamante della cronaca di un anno sarà il festival del libro che si tiene a Wigtown nell’ultima settimana di settembre. Allora la libreria si tinge a festa, il dedalo di corridoi si popola di visitatori e la cassa straborda di banconote. L’ultimo alito di vita prima del lungo letargo invernale. Poi, a seguire, di nuovo il disgelo. Vale la pena, per Shaun? Eccome. Questo è il ciclo della sua vita, e da lettrice che non disdegna i libri di seconda mano non posso che augurargli cento di questi anni.


Per concludere

Un acquisto imprescindibile per chi si considera lettore forte o amante dei libri di seconda mano.

Stellina per recensioni.
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Stellina per recensioni.
Mezza stellina.

La lepisma libraia

Le novità editoriali di marzo 2018

Novità editoriali.

Quando oltre le finestre ci sono fiocchi bianchi che turbinano nell’aria e si accumulano al suolo, non c’è piacere più eccelso di leggere un libro davanti al tepore del camino. Approfittiamo di questo colpo di coda d’inverno per tuffare il naso fra alcune delle proposte editoriali più succose di questo marzo dal clima ballerino.

Una vita da libraio – Shaun Bythell

Copertina di Una vita da libraio.Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Casa editrice: Einaudi
Pagine: 384

In libreria dal 6 marzo 2018

Si può avere una vita avventurosa anche seduti su uno sgabello. Una storia incantevole per chi crede che un libro sia per sempre.

«Stavo uscendo dalla cucina con la mia tazza di tè quando un tizio in giacca da lavoro e pantaloni di poliestere una spanna piú corti del normale mi è rovinato addosso e me l’ha quasi fatta cadere. – È mai morto nessuno qui? – mi ha chiesto poi. – Nessuno ci ha ancora lasciato le penne cadendo da una scaletta? – Non ancora, – gli ho risposto, – ma speravo proprio che oggi fosse il gran giorno».

Un paesino di provincia sulla costa scozzese e una deliziosa libreria dell’usato. Centomila volumi spalmati su oltre un chilometro e mezzo di scaffali, in un susseguirsi di stanze e stanze zeppe di erudizione, sogni e avventure. Un paradiso per gli amanti dei libri? Be’, piú o meno… Dal cliente che entra per complimentarsi dell’esposizione in vetrina, senza accorgersi che le pentole servono a raccogliere la perdita d’acqua dal tetto, alla vecchietta che chiama periodicamente chiedendo i titoli piú assurdi, alle mille, tenere vicende di quanti decidono di disfarsi dei libri di una vita. The Book Shop, la libreria che Shaun Bythell contro ogni buonsenso ha deciso di prendere in gestione, è diventata un crocevia di storie e il cuore di Wigtown, villaggio scozzese di poche anime. Con puntuta ironia, Shaun racconta i battibecchi quotidiani con la sua unica impiegata perennemente in tuta da sci, e le battaglie, tutte perse, contro Amazon. La sua è l’esistenza dolce e amara di un libraio che non intende mollare. Con l’anticipo dell’edizione italiana, Shaun sta finalmente ricostruendo il tetto della sua libreria.

Lo sto leggendo in lingua originale in questi giorni. L’inizio non mi ha del tutto convinta, ma con l’aumentare delle pagine lette mi sono lasciata affascinare dal diario di questo libraio scozzese. Per lodarlo o stroncarlo è però un filino troppo presto: tornerò su questi lidi nei prossimi giorni con un verdetto più preciso.


La scatola dei bottoni di Gwendy – Stephen King e Richard Chizmar

La scatola dei bottoni di Gwendy.Titolo: La scatola dei bottoni di Gwendy
Autore: Stephen King e Richard Chizmar
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Pagine: 256

In libreria dal 20 marzo 2018

Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: una scatola in mogano coperta da una serie di bottoni colorati. Ma che cosa ottenere premendoli dipende solo da lei.

Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l’estate: correre tanto da diventare così magra che l’odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l’uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell’oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.

De La scatola dei bottoni di Gwendy posso invece emettere un giudizio definitivo. A questa pagina, infatti, troverete la recensione dell’ultimo lavoro di Stephen King in collaborazione con Richard Chizmar.


Il Signor Distruggere. Le pancine d’amore – Vincenzo Maisto

Copertina de Il signor Distruggere - Le pancine d'amoreTitolo: Il Signor Distruggere. Le pancine d’amore
Autore: Vincenzo Maisto
Casa editrice: Rizzoli
Pagine: 263

In libreria dal 6 marzo 2018

Con la cattiveria e l’umorismo nero che l’ha reso un fenomeno del web, Vincenzo Maisto, alias il Signor Distruggere, ci guida in una tragicomica esplorazione dell’estremismo materno da social network, in un viaggio sul fondo del barile nel quale i contorni tra realtà e immaginazione sfumano fino a farsi indecifrabili.

Su Facebook esistono centinaia di pagine e gruppi incentrati sull’esperienza della maternità, alcuni dei quali popolati da mamme che si autodefiniscono “pancine”. Se ne trovano di pubblici, di chiusi e addirittura di segreti, ai quali è possibile accedere solo su invito o dopo una lunga gavetta. Una volta dentro, però, la fatica per arrivarci è ripagata dalla scoperta di un universo fantastico, distopico, in cui non valgono le più elementari regole della grammatica italiana, in cui le bigotte partecipanti si riferiscono ai rapporti di coppia come “le cose dei grandi” e le donne istruite e indipendenti figurano come “maestrine” dedite all’invidia e ai malefici; una realtà parallela fatta di grottesche torte partoritrici, di esilaranti metodi contraccettivi e improbabili riti di fertilità, di nauseabonde ricette a base di latte materno da propinare a ignari vicini di casa e di pregevoli pezzi di bigiotteria realizzati con fluidi corporei. Nonché di altre varie nefandezze.

Del sarcastico Signor Distruggere, aka Vincenzo Maisto, seguo con diletto la pagina Facebook. Ogni riga del suo precedente Mamme vegane contro l’invidia è un’iniezione di autostima e sono certa che questo nuovo lavoro scrittorio non sarà da meno: da alcuni mesi, infatti, scorrere la bacheca della sua pagina equivale a percorrere un’autentica galleria degli orrori. Lasciate ogne speranza nei confronti dell’umanità, voi che leggerete.


La ragazza che hai sposato – Alafair Burke

Copertina de La ragazza che hai sposato.

Titolo: La ragazza che hai sposato
Autore: Alafair Burke
Casa editrice: Piemme
Pagine: 360

In libreria dal 13 marzo 2018

Le donne pensano che gli uomini siano creature fin troppo prevedibili. E se non fosse poi così vero?

Quando incontra Jason Powell, Angela non immagina che il loro flirt possa diventare qualcosa di serio: gli uomini li conosce, e non si aspetta molto da questo professore di Economia della New York University, corteggiatissimo e con una brillante carriera davanti a sé. Eppure, pochi anni dopo, eccoli sposati, con un figlio da crescere. Quando però Jason viene accusato da una studentessa di averla molestata, e poco dopo un’altra donna avanza accuse simili, tutto sembra sul punto di spezzarsi e Angela è costretta a guardare da vicino la persona che ha accanto, divisa tra l’istinto di proteggere la sua famiglia, e la sensazione di essere vittima di un terribile tradimento. Divisa tra la giovane poliziotta idealista che vuole aprirle gli occhi nei confronti del marito, e l’avvocatessa di Jason determinata a portare a casa una vittoria. Eppure chi è lei per giudicare? Perché anche Angela, la moglie perfetta, ha un segreto. Un segreto che nessuna donna sposata dovrebbe nascondere al proprio marito. Un segreto che potrebbe rovinare per sempre la sua vita, e quella della sua famiglia. E che a maggior ragione non deve venir fuori adesso. Con lo stesso ritmo irresistibile de “La ragazza nel parco”, Alafair Burke costruisce intorno alla sua protagonista, e ai suoi lettori, una realtà che non è mai quella che appare. Lasciando a chi legge una sola certezza: non c’è nulla di più pericoloso di una bugia detta bene.

Se non ci fosse quel “THRILLER” a dissipare l’equivoco di un titolo fuorviante, lo avrei classificato come letteratura rosa. In effetti la traduzione non è delle più fedeli, con l’edizione originale inglese che si limita a un criptico The Wife, “La moglie”. Non conosco quest’autrice, ma la sinossi ha risvegliato la mia curiosità e ho inserito il libro in lista di lettura per quest’anno.


Quando eravamo eroi – Silvio Muccino

Copertina di Quando eravamo eroi.Titolo: Quando eravamo eroi
Autore: Silvio Muccino
Casa editrice: La nave di Teseo
Pagine: 240

In libreria dall’8 marzo 2018

Un romanzo appassionato sulla forza dell’amicizia oltre il tempo e le metamorfosi, sul dolore e la meraviglia del diventare adulti, e sulla possibilità di essere, anche solo per un giorno, gli eroi della propria vita.

Alex ha trentaquattro anni e sta per tornare in Italia. Dalla sua casa ad Amsterdam guarda una vecchia foto che lo ritrae adolescente insieme ai quattro amici che allora rappresentavano tutto il suo mondo. Gli stessi che ha abbandonato da un giorno all’altro senza una spiegazione, quindici anni prima. Lui, Melzi, Eva, Torquemada e Rodolfo erano indissolubili, fragili e bellissimi, esseri unici e uniti come alieni precipitati su un pianeta sconosciuto a cui non volevano, non sapevano conformarsi. Poi, qualcosa si è rotto. Ora Alex sta per affrontare il passo più importante della sua vita, ma, prima di chiudere i conti con quel passato e con la causa della sua fuga, ha bisogno di rivederli perché sente di dover confessare loro la verità. Una verità che nel corso di quegli anni lo ha portato ad un punto di non ritorno oltre il quale, di Alex, non resterà più nulla. Per Eva, Alex è stato il grande amore, per Rodolfo il rivale-amico che aveva rubato il cuore della ragazza di cui era innamorato, per Melzi un dio messo su un piedistallo, per Torquemada un enigma da risolvere. Nessuno è mai riuscito a superare il dolore di quell’abbandono che ha alterato il corso delle loro vite. È per questo che, nonostante tutto, decidono di accettare l’invito di Alex a trascorrere tre giorni nella sua casa in campagna – meta e rifugio di tanti momenti passati insieme. Ma quando vi arriveranno, la rivelazione che li attende sarà infinitamente più scioccante di quanto avessero mai potuto immaginare. Sarà solo l’inizio di un weekend fatto di verità e confessioni, pianti e risate. Al loro risveglio, il lunedì mattina, nulla sarà più lo stesso.

Una delle pubblicazioni nostrane più attese di questo mese. Quando eravamo eroi sembra essere il primo lavoro in solitaria di Muccino, che al momento vanta la pubblicazione di due libri scritti in collaborazione con Carla Evangelista. Copertina suggestiva e sinossi che suscita buone aspettative.

La lepisma libraia

[Recensione] “La scatola dei bottoni di Gwendy” di Stephen King e Richard Chizmar

Copertina de La scatola dei bottoni di Gwendy.

Atteso il 20 marzo nelle librerie nostrane, La scatola dei bottoni di Gwendy è un romanzo scritto a quattro mani da Stephen King e Richard Chizmar. Me lo sono procurato in lingua originale e, dopo una singola, inquieta seduta di lettura, è giunta l’ora di mettere per iscritto le mie impressioni. Sotto con la recensione!

Titolo: La scatola dei bottoni di Gwendy
Autore: Stephen King, Richard Chizmar
Genere: thriller/horror
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 256

Che cosa accomuna una ragazza che non si arrende e un seducente uomo in nero? Una cosa preziosa: una scatola in mogano coperta da una serie di bottoni colorati. Ma che cosa ottenere premendoli dipende solo da lei.

Gwendy Peterson ha dodici anni e vive a Castle Rock, una cittadina piccola e timorata di Dio. È cicciottella e per questo vittima del bullo della scuola, che è riuscito a farla prendere in giro da metà dei compagni. Per sfuggire alla persecuzione, Gwendy corre tutte le mattine sulla Scala del Suicidio (un promontorio sopraelevato che prende il nome da un tragico evento avvenuto anni prima), a costo di arrivare in cima senza fiato. Ha un piano per l’estate: correre tanto da diventare così magra che l’odioso stronzetto non le darà più fastidio. Un giorno, mentre boccheggia per riprendere il respiro, Gwendy è sorpresa da una presenza inaspettata: un singolare uomo in nero. Alto, gli occhi azzurri, un lungo pastrano che fa a pugni con la temperatura canicolare, l’uomo si presenta educatamente: è Mr. Farris, e la osserva da un pezzo. Come tutti i bambini, Gwendy si è sentita mille volte dire di non dare confidenza agli sconosciuti, ma questo sembra davvero speciale, dolce e convincente. E ha un regalo per lei, che è una ragazza tanto coscienziosa e responsabile. Una scatola, la sua scatola. Un bell’oggetto di mogano antico e solido, coperto da una serie di bottoni colorati. Che cosa ottenere premendoli dipende solo da Gwendy. Nel bene e nel male.


La scatola dei bottoni di Gwendy: la recensione

“What if you had a button, a special magic button, and if you pushed it, you could kill somebody, or maybe just make them disappear, or blow up any place you were thinking of? What person would you make disappear, or what place would you blow up?”

La scatola dei bottoni di Gwendy è una novella dove la tensione nasce come un ronzio di sottofondo a volume crescente.

Ci troviamo a Castle Rock, un’immaginaria cittadina che sta ai romanzi di King come Cabot Cove sta a quella portatrice di iella ambulante che è Jessica Fletcher. È il 22 agosto del 1974 quando Gwendy Peterson, al culmine del suo quotidiano appuntamento con l’esercizio fisico, si vede consegnare una scatola misteriosa dalle mani di un ancora più misterioso individuo che viaggia sotto le spoglie di Richard Farris. Se non bastano le iniziali di questo nome a oscurare l’orizzonte con infausti presagi, ci pensa lo scenario d’incontro di questi due personaggi. Gwendy, infatti, fa in tempo a scoccare uno sguardo inquieto all’uomo in nero prima che quest’ultimo, un perfetto sconosciuto, per lei, la interpelli dalla panchina in ombra sulla quale è seduto:

“Hey, girl. Come on over here for a bit. We ought to palaver, you and me.”

[…]

“I’m not supposed to talk to strangers.”
“That’s good advice.” He looks about her father’s age, which would make him thirty-eight or so, and not bad looking, but wearing a black suit coat on a hot August morning makes him a potential weirdo in Gwendy’s book. “Probably got it from your mother, right?”
“Father,” Gwendy says. […]
“In that case,” says the man in the black coat, “let me introduce myself. I’m Richard Farris. And you are—?”
She debates, then thinks, what harm? “Gwendy Peterson.”
“So there. We know each other.”
Gwendy shakes her head. “Names aren’t knowing.”

La scena ricalca grossomodo l’incipit di IT, e chi ha letto il romanzo sa che da una conversazione di questa risma non possono che derivare risultati raccapriccianti. Ai sorrisi diabolici di Pennywise lo sconosciuto sostituisce un fascino tranquillizzante che vince qualsiasi remora della ragazzina, tant’è che Gwendy, dopo un istante di scetticismo, accoglie l’invito di sedersi accanto a lui. Nel dialogo che segue all’adescamento è inquietante osservare come quest’uomo infagottato a lutto riesca a pizzicare le corde a lei più sensibili, quali il fattore peso, fonte di derisione ed emarginazione fra le mura scolastiche.

Gwendy si vede assegnare, per motivi che hanno la trasparenza del fango, questa scatolina decorata con due leve e delle serie di bottoni colorati di cui il signor Farris si premura di illustrare il funzionamento: una leva farà emergere un cioccolatino dai poteri rimpinzanti, perché Gwendy non soffra più di attacchi di fame, l’altra risputerà una moneta d’argento dal valore spropositato per l’epoca. Ciascun pulsante colorato rappresenta un continente, a eccezione di quello rosso e di quello nero.

Lo zio Ben una volta disse: Da un grande potere derivano grandi responsabilità. E saranno pressappoco queste le criptiche parole che il signor Farris rivolgerà a Gwendy all’atto del passaggio di proprietà della scatola. Col senno dei suoi dodici anni, Gwendy subisce tutto il magnetismo di questo “dono”. Dal momento in cui lo sconosciuto le pone la scatola fra le mani, la ragazzina la rivendica come sua, in un’improvvisa manifestazione di attaccamento materiale che ammicca tanto al rapporto malsano fra Gollum e l’Unico Anello.

Il confine fra paura e ossessione è labile e Gwendy lo scavalca ancora prima di rincasare, mentre si affanna alla ricerca di un nascondiglio sicuro dove riporre il tesoro da poco acquisito. Nessuno deve trovare la scatola o le conseguenze saranno devastanti, di questo è convinta. Il tempo scorre lesto grazie allo stile minimale di King: l’apprensione di Gwendy cresce giorno dopo giorno, insieme alla sua età, ai cioccolatini mangiati e al cumulo di monete d’argento. Le cosce si rassodano, abbandonati sono gli occhiali da vista, migliorano i voti a scuola. Sfiorare i bottoni con la punta del dito diventa presto un rituale imprescindibile, ma Gwendy si guarda bene dal premerne anche solo uno. Soprattutto quello nero. E la tensione sale, oh se sale.

Ma nonostante faccia un uso tutto sommato “nobile e morigerato” della scatola, l’aggeggio infernale non manca di condizionare la vita della ragazza: genitori e amici cominciano a ravvisare un cambiamento in lei, e non in positivo. Gwendy trema al pensiero di privarsene, all’idea che qualcuno la scopra, ma al contempo si chiede se lo sconosciuto si rifarà mai vivo in quel di Castle Rock per riprendersi quel caval donato che ora come ora ha raggiunto una mole troppo ingombrante per starsene docile e celato nelle tenebre di un armadio. E se questo scheletro, questo parallelepipedo di mogano, volesse essere trovato, come l’anello di Sauron? Gwendy avrà la forza di resistere al richiamo del male?


Esempio di stile

King è una garanzia di stile: mostra quando deve mostrare, racconta quando deve raccontare. Soprattutto, non infarcisce il racconto con dettagli ininfluenti e lascia che siano le azioni e le parole dei personaggi a dare spessore alle scene. La sua penna si mantiene a una certa distanza e racconta l’adolescenza e l’alba dell’età adulta di Gwendy in terza persona, una scelta azzeccata che ha anche un che di alienante.

La storia conta una trentina di capitoli molto corti che possiamo interpretare come episodi della vita di Gwendy. Potremmo, in senso lato, considerarlo un romanzo di formazione che segue Gwendy dal suo ingresso alla scuola media al college. In ogni caso, numerosi battiti di mani all’accoppiata King-Chizmar per questo manualetto di stile.


Una piccola perla

Peeerò.

La scatola dei bottoni di Gwendy si legge in fretta, forse troppo in fretta. L’impressione che rimane a fine lettura è quella di aver dissotterrato la sommità delle radici di una storia che è un peccato non poter approfondire. Scorgiamo la punta dell’iceberg che rompe la superficie, ma non il corpo, ben più mastodontico, che affonda nelle profondità del mare. Esistono romanzi di cui non vorremmo mai vedere la parola fine, ma quando, volenti o nolenti, tagliamo infine il traguardo, abbiamo la sensazione di aver concluso il percorso, di aver chiuso il cerchio e di aver corso tutti i metri da percorrere. La scatola dei bottoni di Gwendy fa rodare i motori con un what if…? di quelli da tenere il naso incollato alle pagine, ma accelera ingranando la sesta con un’eccessiva fretta di arrivare alla fine, che nell’edizione inglese giunge in poco più di un centinaio di pagine. È l’embrione di quello che sarebbe potuto diventare un bellissimo romanzo, se sviluppato oltre lo stato di bozza nel quale è stato abbandonato e rilasciato al grande pubblico. Si rimane insoddisfatti, ecco, come dopo un assaggio. Sebbene non sia un difetto grave, priva la storia del voto perfetto che si meriterebbe.

Il magnifico crescendo di tensione e la ricerca dell’horror (e anche un pizzico di sadismo, temo) ci spingono a desiderare che Gwendy metta a profitto il potere distruttivo della scatola, ma il bottone nero, per esempio, che la ragazza si rifiuta di toccare paragonandolo a un cancro, non viene mai sfruttato, perché langue solo il tempo di alcune frasi nella mente della protagonista. L’elemento horror cresce di pagina in pagina, come una tempesta che si avvicina all’orizzonte lasciando presagire un finimondo di fulmini e onde anomale, ma sulle note finali è come se si assopisse: il cielo si sgombra a dispetto delle aspettative che ci siamo costruiti e il finale ci abbandona in acque in clima di bonaccia.

I contorni fumosi della trama avvolgono anche i personaggi, che non hanno spazio di manovra per svilupparsi: se Gwendy non brilla per caratterizzazione, ancor meno si può valutare il bullo che da anni le dà il tormento: aggressività e violenza fini a se stesse, con risvolti prevedibili che lo rendono piuttosto monodimensionale. Originale e ben costruita, invece, la figura secondaria di un collezionista di monete.


Per concludere

La scatola dei bottoni di Gwendy è una ricetta favolosa concretizzata in una porzione da canarini. Due cucchiaiate e il piatto è già vuoto!

Angolo soundtrack: se volete trarre il meglio dall’incipit inquietatamente affascinante del romanzo, ascoltate Kensington Gardens dei Carbon Based Lifeforms mentre leggete il primo capitolo. La trovate su YouTube.

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[Recensione] “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

Copertina di Le ho mai raccontato del vento del Nord?.

A voler censire l’assortimento di generi letterari della mia libreria, le storie romantiche si conterebbero sulle dita di una mano. Eppure eccomi qui, armata del proposito di recensire Le ho mai raccontato del vento del Nord?, romanzo epistolare dell’era della comunicazione immediata.

L’avvento di internet ha fatto cadere in disuso l’arte e la pazienza di vergare lettere a mano, così il genere epistolare è invecchiato prematuramente, prima di tutti gli altri. Sebbene alla corrispondenza via aerea sia subentrata l’e-mail via server, tuttavia, i principi base dello scambio rimangono inalterati. L’austriaco Daniel Glattauer raccoglie e modernizza questa eredità stantia dei romanzi epistolari d’altri tempi per consegnarci un rapporto sentimentale che si sviluppa davanti a un monitor LCD.

Titolo: Le ho mai raccontato del vento del Nord?
Autore: Daniel Glattauer
Genere: epistolare/romantico
Editore: Feltrinelli
Pagine: 210

Un’e-mail all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla. Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi.
Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventata virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?


Le ho mai raccontato del vento del Nord?: la recensione

Oggetto: Disdetta
Vorrei disdire il mio abbonamento. Mi dite, per favore, se questa è la procedura giusta? Distinti saluti, E. Rothner.

Da una “e” di troppo nell’indirizzo e-mail del destinatario nasce il rapporto tra i nostri protagonisti, Emmi e Leo, che ingaggiano fin da subito un fitto botta e risposta a suon di affondi con fioretti imbevuti di sarcasmo. Contate al contagocce sono le informazioni che concedono l’un l’altra riguardo alla vita privata: si scopre che Leo esercita come psicolinguista e che Emmi è “felicemente sposata”, ma permane un velo di mistero sull’aspetto fisico di entrambi, argomento ricorrente nelle loro e-mail.

Scremate dal testo le frecciatine fini a se stesse, infatti, ciò che rimane si riduce a un tira e molla a tensione crescente in cui i due vogliono vedersi e non vedersi: insomma, ci incontriamo o non ci incontriamo? Stracciamo l’immagine idealizzata che abbiamo l’uno dell’altro, frutto della nostra fantasia? E se poi non ci piaciamo? Che ne sarà del nostro rapporto epistolare? Ci lasceremo influenzare dal giudizio dei nostri occhi o saremo in grado di vedere oltre?

Questo tira e molla andrà avanti per pagine e pagine, con buona pace della nostra pazienza, finché, decimato un prato di margherite con la conta degli opposti, Emmi e Leo si accordano, finalmente, per un appuntamento al bar. Ma a una condizione: devono giocare a riconoscersi tra gli altri avventori del locale e fare rapporto via e-mail suggerendo i potenziali candidati che hanno scovato.

Vengono illuminati da un’epifania? Nah. O il punto conclusivo non sarebbe stampato a quota 180 e qualcosa pagine (nella mia edizione). Anche dopo il loro incontro “a locale aperto”, i due continueranno a intrattenere una lunga e ripetitiva corrispondenza in cui, non necessariamente in quest’ordine, si stuzzicano; soffrono i lunghi periodi lontani dalla tastiera; meditano di organizzare un rendez-vous come si conviene a un rapporto tradizionale; brindano ognuno davanti al proprio monitor; si accusano di adulterio; han nostalgia l’uno dell’altra; considerano di incontrarsi ma no, sarà per la prossima volta; si provocano; si indignano; languono per la mancanza dell’interlocutore in trasferta o in vacanza; rilanciano, a intervalli regolari, una proposta di appuntamento che cade puntualmente nel vuoto.

In sostanza, la trama non decolla mai – come i personaggi, del resto, di cui parlerò a breve – rimanendo perennemente in fase di rullaggio. Ristagna, è come un cucchiaino di burro spalmato su una fetta biscottata troppo grossa. A potarla un po’, il libro rifiorisce. E quando (alla buon’ora!) si arriva in vista del traguardo, con un millimetro di spessore a separarci dalla quarta di copertina, vien da chiedersi come sia possibile sviluppare una degna conclusione al romanzo nella decina di pagine rimaste. Ma ecco la sorpresa! Macinati metri su metri di aria fritta, il traguardo ci corre incontro, ci fa lo sgambetto e conclude il romanzo nel migliore dei modi, strappandolo all’insufficienza.


Manipolazione 101

In quanto donna, l’istinto dovrebbe spingermi a parteggiare per Emmi. Invece mi sono ritrovata piuttosto in sintonia con la personalità di Leo, un personaggio forse un po’ piatto, ma quantomeno decente.

Non posso dire, infatti, di aver apprezzato la natura subdola di Emmi, l’archetipo della donna scaltra e manipolatrice. Le responsabilità di marito e figliastri le gravano sul groppone, pur tuttavia trascorre ore a sviscerare e trovare sottintesi in ogni lettera digitata da Leo all’altro capo della linea. Ricama rose e fiori sulla propria situazione matrimoniale per ispirargli invidia e farsi desiderare. A tratti dà perfino l’impressione che stia giocando con lui: insiste perché si incontrino faccia a faccia, dopodiché dirotta il pover’uomo verso la migliore amica, lanciandoglielo quasi fra le braccia, per poi immusonirsi quando Leo e suddetta amica scoprono la sua rete di inganni e le rendono pan per focaccia.

Gli strateghi e i manipolatori sono in genere i miei preferiti nelle opere di fiction (Petyr Baelish, per citare un esempio noto), ma c’è qualcosa in Emmi che soffoca questi tratti che mi piacciono tanto. Trasuda troppo sarcasmo da ogni poro, per dirne una, e non si accontenta mai di avere la penultima parola a costo di suonare pedante con tutte le sue insinuazioni. Il povero Leo, single con un recente fiasco amoroso alle spalle, non è libero di trascorrere una serata fuori casa senza che Emmi, sposata con figli a carico, gli faccia il terzo grado sulla sua uscita. Questa non è scaltrezza: è ossessione, e alla lunga dà sui nervi.


Emmi, sveglia!

Il carteggio si fa più audace man mano che si rincorrono i giorni, le settimane, i mesi, ma guai a nominare l’adulterio. Emmi si illude di stare in una favola, di vivere un vero idillio con un marito che non se l’ha a male se al letto coniugale preferisce la sedia davanti al computer, dove si attarda a chattare con uno sconosciuto fino a notte fonda. Si succedono i giorni, gli scritti una volta tiepidi si fanno roventi. Quando questa passione repressa rompe la colonnina di mercurio e minaccia di sconvolgere il vivere quotidiano dell’intera famiglia, Leo esce promosso da un esame di coscienza e decide che è arrivato il momento di far ragionare la sua interlocutrice.

Ed Emmi? Ma sì, pensa la nostra Emmi, poco male se mi può scappare una seduta di equilibrismo, un’innocente rotolatina sotto le coperte. Avventura, mio caro Leo! Ho un marito comprensibile. Immune alla gelosia; aperto di mente; di ultimissima generazione. Mi capirà, perché il mio matrimonio funziona!!! Capito, Leo-mostro-di-umorismo?

Per parafrasare il suo usus scribendi.

Il finale a sorpresa, comunque, ristabilisce l’equilibrio e testimonia l’esistenza del karma.


Stile accattivante ma uniforme

Da ultimo, qualche considerazione sullo stile. Lo stile spigliato di Le ho mai raccontato del vento del Nord?, combinato alla trama lineare come un fuso, condensa il tempo di lettura a qualche ora nel pomeriggio, il che è un bene, data la scarsità di contenuto. Ma ha un difetto: Emmi e Leo parlano – o forse è meglio dire “scrivono” – con lo stesso timbro di voce. Hanno personalità e trascorsi che non potrebbero essere più distanti, eppure i loro stili di scrittura sono indistinguibili l’uno dall’altro. Che cosa intendo?

A: ohilà caio ti butta bene? io son giorni che c’ho questo mal di testa che se non sparisce non so che cosa faccio. stasera rigruppata, ti passo a prendere alle 9 ti va?
B: Ciao, Tizio! Qui tutto bene, tu? Mi spiace per il mal di testa, hai provato a sentire un medico? 

Ora eliminate le maiuscole introduttive e rileggete le due frasi.

ohilà caio ti butta bene? io sono giorni che c’ho questo mal di testa che se non sparisce non so piu che cosa faccio. stasera rigruppata, ti prendo su alle 11 ti va?
Ciao, Tizio! Qui tutto bene, tu? Mi dispiace per il mal di testa, hai provato a sentire un medico?

Questi sono stili personali e distinguibili. Dalle differenze siamo in grado di intuire informazioni non dette: Tizio deve aver ritagliato qualche aeroplanino di troppo dalle pagine del libro d’italiano; il modo di esprimersi di entrambi fa pensare a un’età da scuola media o superiore. Culture diverse, personalità diverse = stili diversi.

Scegliete a caso qualsiasi e-mail fra Emmi e Leo e non riuscirete a risalire alla mano che ha digitato il messaggio.


Per concludere

Classico libro con cui ammazzar la noia mentre si è stesi sulla sdraio ad accumulare melanina. La trama elementare si presta alla lettura a più riprese fra una nuotata e l’altra. I cinici troveranno, sulle note finali, parecchio materiale su cui gongolare di piacere.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

La lepisma libraia

3+1 libri di sapore tolkieniano dove il punto di vista non è quello degli umani

L'orso Paddington.

L’articolo di oggi verte su quattro libri fantasy accomunicati dal tema del viaggio e da caratteristiche che si rintracciano abbastanza spesso nei libri indirizzati all’infanzia: l’antropomorfismo negli animali e negli oggetti inanimati e la loro ascesa al ruolo di protagonisti. Ma chi ha detto che non esistono opere di questo genere concepite per attrarre e incontrare i gusti di una più vasta cerchia di lettori? Vediamo i prescelti più nel dettaglio.

1) “La collina dei conigli” di Richard Adams

Copertina de La collina dei conigli.

Titolo: La collina dei conigli
Autore: Richard Adams
Casa editrice: Best BUR
Pagine: 429

Il libro su Goodreads

Nel sud dell’Inghilterra, sulle colline del Berkshire, vive in pace una numerosa comunità di conigli. Tra loro c’è il piccolo Quintilio, che ha il potere di fare dei sogni premonitori: questa volta il sonno gli ha parlato di una terribile minaccia che sta per abbattersi sulla sua gente. Qualcosa di inspiegabile, che viene dagli uomini. Ma quando tenta di mettere in guardia il suo popolo, come spesso accade ai profeti, nessuno gli crede. E cosa può fare il piccolo Quintilio se nemmeno il Coniglio Capo gli presta attenzione? Semplice, decidere di fuggire lontano con un gruppo di amici fidati. Attraverso terre sconosciute e impervie, la coraggiosa compagnia di conigli intraprende un viaggio alla conquista della libertà e di una nuova possibilità di vita, imbattendosi in pericoli di tutti i tipi: da una conigliera dove i conigli sono un po’ apatici ma hanno cibo in abbondanza (anche se ogni tanto qualcuno scompare), a una strana comunità dove le coniglie non fanno più cuccioli… Un romanzo epico, a metà tra Tolkien e Orwell, un classico in cui Richard Adams dà forma a un universo divertente e appassionante, alla ricerca di un mondo migliore.

Douglas Adams ci ha lanciati nell’iperspazio sfruttando la propulsione d’improbabilità infinita. Richard Adams, invece, che con Douglas condivide solo il cognome, non le fronde dell’albero genealogico, ha propositi più rasoterra (nel senso letterale del termine): apre il terreno sotto ai nostri piedi per guidarci nella società gerarchizzata di una colonia di conigli. E la terra, per i nostri conigli antropomorfi, si aprirà davvero. Quando l’espansione dell’uomo minaccia la sicurezza della loro conigliera, Moscardo, Quintilio e una piccola compagnia di esuli si imbarcano in una missione verso un orizzonte privo di pericoli mischiando e uniformando al meglio filosofia, epicità e grandi emozioni.

L’ho snobbato per mesi con la convinzione (sbagliata) che fosse un libro destinato ai bambini. Non ripetete il mio errore.


2) “Bone” di Jeff Smith

Copertina di Bone.Titolo: Bone
Autore: Jeff Smith
Casa editrice: Bao Publishing
Pagine: 1338

Il libro su Goodreads

Dopo essere stati cacciati da Boneville, i tre cugini Bone – Fone Bone, Phoney Bone e Smiley Bone – sono costretti a separarsi e si perdono in un vasto deserto non segnato sulle mappe. Uno alla volta, raggiungeranno una grande valle coperta di boschi e popolata da meravigliose e terrificanti creature. Sarà il più lungo – e incredibile – anno delle loro vite.

Non lasciate che quel 1338 vi spaventi: si tratta della raccolta completa di tutti i volumi di una serie a fumetti che ha debuttato negli Stati Uniti tra il 1991 e il 2004. Un’autentica goduria estetica grazie alle tavole full-color che mettono in risalto il tratto cartoonistico di Jeff Smith.

La trama si snoda attraverso le peripezie dei cugini Bone, tre bianche, simpatiche “ossa” antropomorfe, che si imbattono in una Valle misteriosa dopo essersi persi nel deserto. I nostri amici hanno tutta l’intenzione di tornare fra i loro simili, a Boneville, ma oscure creature si annidano in questa valle, oltre a un ancora più oscuro Signore delle Locuste, e malgrado i loro propositi finiranno per trattenersi più a lungo del previsto, lasciandosi coinvolgere in eventi più drammatici del previsto. Un connubio perfetto tra fantasy, epicità e umorismo.


3) “Gli orchi” di Michael Peinkofer

Copertina de Gli orchi.

Titolo: Gli orchi
Autore: Michael Peinkofer
Casa editrice: Armenia
Pagine: 544

Il libro su Goodreads

Un nuovo capitolo dell’eterna saga degli orchi. Deformi, crudeli ma, all’occorrenza, anche coraggiosi, i fratelli Balbok e Rammar, reclutati per portare a compimento una missione segreta, si dirigono verso il leggendario tempio di Shakara. Ha così inizio un’avventura densa di suspense, azione e ironia, che sconvolgerà il mondo degli orchi. Recuperare la Mappa di Shakara, che indica la via verso la conoscenza, tuttavia si rivelerà un compito tutt’altro che agevole: il viaggio infatti sarà disseminato di insidie e di incontri spiacevoli. Ai due, però, non rimane altra scelta che prendere la via del nord, avventurandosi in un’impresa nella quale in molti hanno già fallito, perdendo la loro vita.

Pur avendolo letto eoni fa, i ricordi fumosi di questo libro mi fanno ancora affiorare un sorriso.

Com’è la vita dalla parte dei rozzi e fetidi orchi? Se Tolkien ha schiuso l’uscio su questa razza da romanzo fantasy, il teutonico Peinkofer spalanca il portone e ci catapulta in una storia tutta incentrata su di loro con uno stile e un’ironia irresistibili. Preparatevi ad allenare il diaframma sin d’ora, o saran dolori. Da leggere.


Bonus: “Roverandom. Le avventure di un cane alato” di John R. R. Tolkien

Copertina di Roverandom.

Titolo: Roverandom. Le avventure di un cane alato
Autore: John R. R. Tolkien
Casa editrice: Bompiani
Pagine: 173

Il libro su Goodreads

Mentre è in vacanza nel 1925 il piccolo Michael, cinque anni, perde l’amatissimo cane sulla spiaggia. Suo padre, J.R.R. Tolkien, per consolarlo gli racconta la storia di un cane di nome Rover che, trasformato in un minuscolo giocattolo da un mago, affronta una tumultuosa girandola di avventure. Rover finisce nella vetrina di un negozio di giocattoli, poi tra le mani di un bambino che lo smarrisce. Cominciano così le mirabolanti peripezie di Roverandom, come viene ribattezzato, che lo portano a viaggiare a dorso di gabbiano fino alla luna, dove impara a volare, e poi in un palazzo sottomarino abitato da fate, gnomi e sirene. Solo allora l’incantesimo potrà essere rotto, solo allora Roverandom potrà realizzare il suo desiderio più grande: tornare a casa come un cane normale.

In Roverandom non scorre la vena epica che troviamo nelle opere più gettonate di Tolkien, come Il Silmarillion. Le avventure di questo cagnolino sono perlopiù mirate a un pubblico giovane, ma non mancano di riservare qualche elemento di interesse ai lettori più maturi. Insomma, non capita tutti i giorni di interagire col mondo dalla prospettiva di un quadrupede col naso a tartufo!

Avete letto qualcuno di questi titoli o ne conoscete altri della stessa risma? La parola (o il commento) a voi!

La lepisma libraia

[Recensione] “La ragazza di stelle e inchiostro” di Kiran Millwood Hargrave

Copertina de La ragazza di stelle e inchiostro.

Un’isola in decadimento, una giovane eroina e un demone di fuoco risalente a un antico mito sono gli ingredienti de La ragazza di stelle e inchiostro, fantasy per ragazzi che fra meno di dieci giorni, il 20 febbraio a essere precisi, farà il suo ingresso nelle nostre librerie. Al termine di una lettura del romanzo in lingua originale, mi rifaccio ora viva fra le pagine di questo blog per condividere la mia esperienza di lettrice. Sotto con la recensione!

Titolo: La ragazza di stelle e inchiostro
Autore: Kiran Millwood Hargrave
Genere: fantasy per ragazzi
Editore: Mondadori
Pagine: 211

Cosa c’è oltre la foresta? Chi abita i Territori Dimenticati? Isabella, figlia del cartografo che ha mappato la misteriosa isola di Joya fin dove lo spietato governatore Adori permette di esplorarla, sogna di poter disegnare su una cartina la risposta a queste domande. Così quando Lupe, la sua migliore amica nonché figlia del governatore, sparisce proprio in quei territori, è Isabella a guidare la spedizione di ricerca. Le mappe di famiglia la guidano attraverso villaggi deserti, nere foreste e fiumi prosciugati, e le stelle che suo padre le ha insegnato a osservare la accompagnano dall’alto. Ma il vero pericolo del suo viaggio appare presto chiaro: nelle viscere bollenti della terra Yote, un demone di fuoco, si sta risvegliando…


La ragazza di stelle e inchiostro: la recensione

Per essere rivolto a un pubblico di giovani lettori, La ragazza di stelle e inchiostro è un libro cupo: non è parco di violenze assortite, come nelle migliori fiabe dei fratelli Grimm, né risparmia la vista di dettagli raccapriccianti. La poesia, insomma, si esaurisce nel rettangolo di copertina adorno di libellule e farfalle. Nota di demerito? No. Semplicemente, vorrei sottolineare la disonestà della sinossi ufficiale, ricalcata dall’originale inglese, perché omette accuratamente qualsiasi allusione all’atmosfera a tinte fosche che tiene in ostaggio il lettore dalla prima all’ultima pagina.

Siamo a Gromera, un grappolo di case appollaiate nella zona sud-est dell’isola di Joya. È l’alba di un nuovo anno scolastico quando una donna del villaggio dà notizia della scomparsa della figlia Cata. Fra gli abitanti si scatena il panico e il governatore Adori, già dedito a opprimere la popolazione di Gromera impedendo a tutti di valicare i confini del paesino, pena l’arresto, impone dei rigidi coprifuoco. Quando le squadre di ricerca riferiscono del macabro ritrovamento del corpo della giovane, tutti gli indizi convergono verso la pista dell’omicidio. Il governatore, dispensatore di giustizia, ha intenzione di lavarsene le mani e levare le tende dall’isola insieme a tutta la sua famiglia, prima che l’assassino, a piede libero e latitante nei Territori Dimenticati al di là dei confini del villaggio, torni a reclamare altre vittime innocenti. Ma Lupe, sua figlia, ha ben altri progetti.

Hargrave affida a Isabella, la figlia del cartografo di Gromera, il compito di narrare le vicende in prima persona. Quando lei e Lupe si congedano al termine di un’accesa discussione, nella quale Isabella taccia l’altra ragazzina di essere menefreghista e codarda alla pari del padre, Lupe si allontana dalla relativa sicurezza del villaggio col proposito di braccare il colpevole dell’assassinio di Cata, e confutare così le accuse dell’amica. Isabella, rosa dai sensi di colpa, farà in modo di unirsi alla spedizione di ricerca bandita dal governatore. In quanto esperta di cartografia, arte trasmessale dal padre, è l’unica che può guidare gli scagnozzi del despota nei territori sconosciuti oltre i confini di Gromera. E chissà, forse potrà addirittura capovolgere la situazione a proprio vantaggio e mappare quelle regioni dell’isola che da anni stuzzicano la sua curiosità di esploratrice.


L’importanza dei miti

La ragazza di stelle e inchiostro è, prima di tutto, una storia sul valore dei miti. Tanti sono i fili rossi che possiamo tracciare con Oceania, film della Disney del 2016. Per Isabella i miti hanno poco a che spartire con le storie: entrambi si tramandano a voce attorno a un focolare, ma i miti non sono il frutto della fantasia di un individuo. Nelle sue parole…

A myth is something that happened so long ago people like to pretend it’s not real, even when it is.

Per l’occasione, Hargrave saccheggia il folklore del popolo dei Guanci, che si presumono essere i primi uomini ad aver colonizzato le isole Canarie, per presentarci una storia sull’importanza della fede, del coraggio, dell’amicizia e dello spirito di sacrificio. È dalla fede nei miti che Isabella, scontratasi con lo scetticismo degli amici che commettono l’errore di non discriminare le storie dai miti, trarrà il coraggio e la forza necessari per trascinarsi avanti quando tutto sembrerà perduto. Sarà la sua fede a decretare il destino dell’isola di Joya, minacciata dal risveglio di un demone antico che i più diffidenti pensavano fosse vincolato al mondo immaginario della tradizione orale.


Worldbuilding raffazzonata

Ogni fantasy che si rispetti, però, dovrebbe proporre una worldbuilding plausibile, con scelte giustificabili. La worldbuilding de La ragazza di stelle e inchiostro lascia intravedere tante idee interessanti, purtroppo sottosviluppate e disposte alla carlona, come scampoli di vari vestiti cuciti insieme in una coperta patchwork.

I personaggi hanno nomi spagnoleggianti (la moglie del governatore viene interpellata con un esplicito “Señora Adori”) e si citano continenti e Paesi dai toponimi piuttosto familiari (Amrica, Ægypt, Afrik), ma non si riesce a dare una collocazione cronologicamente precisa degli eventi del libro all’interno della nostra Storia, se del nostro mondo in effetti si tratta. Come si dovrebbe interpretare la diversa grafia di Amrica ed Ægypt? Siamo in uno scenario post-apocalittico in cui lo sviluppo tecnologico della razza umana è regredito all’età del ferro? Oppure dobbiamo inserire la storia in un contesto primitivo? Insomma, alcuni elementi sembrano introdotti alla cieca, senza una logica: perché un Ægypt dal sapore nordico a sfavore di un più coerente Egipto?

Viene naturale immaginare l’isola di Joya come l’ottava isola maggiore delle Canarie, ma è davvero così?


Stile vago e passivo

Lo stile scorre bene, ma è troppo vago. A ventiquattr’ore dal traguardo della parola fine, ricordo poco o nulla della geografia di Joya. Si percepisce la penuria di descrizioni: le informazioni concesse dal testo sono scarse e impediscono di crearsi un’immagine nitida della topografia dell’isola, un problema abbastanza ironico in un libro che dovrebbe essere un inno alla cartografia.

Il libro, infatti, è corredato di mappe a supporto del lettore che mettono a fuoco le aree dell’isola che la nostra compagnia di avventurieri si ritrova man mano ad attraversare. Esteticamente gradevoli, ma di poca, se non nessuna, utilità pratica dati i tratti essenziali con cui sono tracciate.

Lo stile tocca fondi di debolezza soprattutto nei capitoli ad alta dinamicità, dove metà delle azioni è resa al passivo. Alcune sono inoltre realisticamente improbabili.

My elbows and knees were pinned down, nails gouging into my neck. I tried to roll, to get free, but my assailant held on. Pain sang across my scalp as my head was pressed into the nubs of teeth beneath me.

My name was shouted from somewhere behind me – not Gabo’s name, but my own – and in the next moment the creature was barrelled off as Pablo threw it aside.

A smell like burning ships filled my head, then my hands were being wrenched behind me.

Ormai anche i sassi nel letto del Po sanno recitare a memoria la manfrina del “mostrare, non raccontare; tempo attivo, non passivo”, valida per il genere fantasy in particolar modo. Che la storia abbia bambini e ragazzi dai 10 ai 14 anni come destinatari finali non solleva l’autrice dallo sforzo di produrre buona letteratura. Non ho indagato sulla sua bibliografia perché la mia speranza è che ci troviamo di fronte a un esordio stilisticamente acerbo.


Per concludere

La ragazza di stelle e inchiostro esordisce con delle buone idee, ma non le sviluppa abbastanza e le espone con uno stile dilettantistico. È comunque una piacevole lettura che regala qualche emozione.

Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.
Stellina per recensioni.

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